Bosnia Erzegovina
La protesta degli operai contro la chiusura di 5 fabbriche innesca una rivolta popolare contro il governo
Alle fiamme sedi governative e istituzionali

 
Il 5 febbraio alcune centinaia di operai hanno protestato a Tuzla, un tempo importante polo produttivo e industriale, contro la chiusura di cinque grandi fabbriche, dichiarate fallite dopo essere state privatizzate. Una protesta in difesa del posto di lavoro che nella Bosnia Erzegovina dove il tasso di disoccupazione è sopra il 40% mentre quello giovanile arriva al 60%, ha fatto da innesco a una rivolta popolare contro il governo diretto dal socialdemocratico Nermin Nikšić che guida l'esecutivo di un paese sotto amministrazione controllata dall'Onu e da un organo composto da rappresentanti di 55 Stati e organizzazioni internazionali (di cui l'Italia è membro permanente) in seguito agli accordi di pace di Dayton del 1995 e alla divisione su base etnica del paese. Ma se la rivolta è partita e ha avuto le maggiori dimensioni nella Federazione di Bosnia Erzegovina, quella croato musulmana, si è fatta sentire seppur con minore intensità anche nella Repubblica serba di Bosnia e Erzegovina.
Le ragioni della rivolta, valide nelle due principali entità territoriali, erano spiegate da una dimostrante di Tuzla con semplici parole: “la gente non ha più da mangiare, ha fame, i giovani non hanno lavoro, non c'è più assicurazione medica, ai cittadini non sono garantiti i diritti elementari. Non può andare peggio di così”. Due giorni dopo, il 7 febbraio la protesta era estesa a tutti i principali centri del paese con migliaia di giovani e disoccupati che si scontravano con la polizia, assaltavano e davano alle fiamme sedi governative e istituzionali.
Le proteste sono iniziate a Tuzla, estremo nord industriale del Paese, dove molti famiglie dei 500 mila abitanti dipendono dai salari dei lavoratori di cinque grandi industrie ex statali di mobili e detersivi svendute ai privati, minate dalla corruzione e ridotte alla bancarotta tanto che non pagano gli stipendi da mesi. Alcune centinaia di operai e disoccupati il 5 febbraio sfilavano in corteo per la città per protestare contro la chiusura di alcune grandi fabbriche quali la Dita, di detersivi, e la Konjuh, di mobili, e si scontravano con la polizia; una trentina i feriti, diversi i manifestanti fermati. Ma il 6 febbraio erano ancora di più a manifestare e a fronteggiare la polizia mentre anche a Sarajevo centinaia di dimostranti manifestavano davanti alla sede del governo del Cantone in solidarietà con quelli di Tuzla.
Il 7 febbraio la rivolta dilagava in tutto il paese, da Bihać e Mostar a Zenica, Gračanica e a Banja Luka, nel cuore della Repubblica serba di Bosnia e Erzegovina. I manifestanti assaltavano e incendiavano la sede del governo cantonale a Tuzla, Zenica, Travnik, Mostar e nella capitale Sarajevo dove i manifestanti hanno tentato l'assalto anche alla sede della Presidenza del paese.
Nella stessa giornata il premier del cantone di Tuzla e quello di Sarajevo rassegnavano le dimissioni nella mani del primo ministro della Federazione Nikšić. Seguiti il 9 febbraio dai colleghi di Zenica e di Bihać.
In un proclama reso pubblico dai manifestanti di Tuzla si registrava la prima vittoria della protesta. “Oggi a Tuzla – si affermava - il governo cantonale ha dato le dimissioni, col che è soddisfatta la prima richiesta dei dimostranti e si sono create le condizioni per risolvere i problemi esistenti”. Fra i quali i più urgenti erano l'annullamento dei contratti di privatizzazione delle fabbriche, il ripristino della copertura contributiva e sanitaria dei lavoratori, il processo per “crimini economici” di tutti i responsabili della gestione fallimentare delle fabbriche. Il proclama rivendicava inoltre la formazione di un “governo tecnico” per il cantone fino alle elezioni nel prossimo ottobre con l'obbligo per l'esecutivo di sottomettere settimanalmente il suo piano di lavoro e una relazione sul lavoro svolto alla popolazione. I componenti del governo dovevano avere compensi pari ai salari dei lavoratori del settore pubblico e privato, senza nessun beneficio aggiuntivo quali “i gettoni per la partecipazione a commissioni, consigli e altri organi, così come ogni altra indennità illogica e ingiustificata cui non abbiano diritto tutti i lavoratori”.
 
 
 

12 febbraio 2014