Landini cede a Federmeccanica, alla Cisl e alla Uil. Renzi: “Bravi!”
Brutto contratto dei metalmeccanici. Bocciarlo votando NO
Smantellato il contratto nazionale. Irrisorio aumento salariale. Maggiore produttività. Il welfare aziendale lega i lavoratori alle aziende
Il leader degli industriali Storchi: “Primo importantissimo passo per un rinnovamento culturale”

Dopo ben tredici mesi di trattative, incontri, scioperi e manifestazioni è stata firmata l'intesa tra i sindacati Confederali, Cgil-Cisl-Uil, e Federmeccanica, l'organizzazione che raggruppa gli imprenditori. La firma del contratto dei metalmeccanici riveste sempre grande rilevanza: per il numero della platea di lavoratori che sono interessati, circa 1,6 milioni, e per il ruolo che da sempre occupa questa categoria in Italia, molto spesso riferimento anche per le intese contrattuali degli altri settori, senza contare la lunga tradizione di lotte che caratterizza i metalmeccanici, mentre la Fiom-Cgil è sempre stata uno dei sindacati più grandi, organizzati e combattivi del nostro Paese.

A vantaggio dei padroni
A maggior ragione possiamo dirlo a proposito dell'accordo firmato il 25 novembre 2016 poiché esso rappresenta un cambiamento strutturale rispetto al passato. Una trasformazione in negativo che limita e depotenzia l'azione dei lavoratori e dei sindacati a tutto vantaggio dei padroni. Le reazioni entusiastiche degli industriali e del governo sono un segnale molto chiaro che lascia intendere chi trae reale vantaggio da questa intesa. Il capo di Federmeccanica Storchi ha detto: “importantissimo passo verso un vero e proprio rinnovamento culturale”. Vincenzo Boccia, leader di Confindustria ha rilevato: “il contratto nazionale assume una dimensione regolatoria e spinge verso il metodo della collaborazione e della competitività interna alle fabbriche” e “permetterà di giocare la partita della produttività”. Anche il governo ha salutato favorevolmente la firma per bocca del nuovo duce Renzi: “bravi, è un bel passo avanti” e del ministro Poletti: “sono davvero soddisfatto per il rinnovo di un contratto che contiene elementi di novità importanti e positivi”.
Le dichiarazioni altrettanto lusinghiere dei segretari di Fiom, Fim e Uilm servono invece a coprire la vera impronta di questa firma, un tentativo di arrampicarsi sugli specchi per presentarlo come un contratto che recupera salario e dignità per i lavoratori. Ma mentre per la Uil e sopratutto per la Cisl il loro consenso è in continuità con la consolidata politica di sindacato collaborativo e aziendalista, è la Fiom di Landini che compie la svolta, cede alle pressioni di Federmeccanica e si accoda alle posizioni degli altri due sindacati confederali rinnegando 8 anni di lotte e due contratti separati.
Se andiamo a vedere le posizioni di partenza Fim e Uilm avevano presentato una loro piattaforma, la Fiom una propria più avanzata ma comunque inadeguata. Di fronte avevano Federmeccanica che fin da subito aveva dichiarato che avrebbe concesso aumenti salariali solo basati sulla produttività, contemporaneamente chiedeva in cambio un “nuovo” modello contrattuale basato sul corporativismo e sulla “partecipazione” dei lavoratori , un largo uso del welfare aziendale, maggiore flessibilità. Se andiamo alla sostanza di questo accordo è inconfutabile come i padroni abbiano praticamente ottenuto quello che volevano.

Salario bloccato
Quando si parla di un aumento di 92 euro (in 4 anni) del salario si dice una grossa menzogna. Anzitutto perché di questa cifra solo 51,7 euro sarebbero (il condizionale è d'obbligo) salario vero e proprio poiché il resto è composto di 7,69 euro per la previdenza integrativa ma solo per gli iscritti al fondo di categoria Cometa , di 12 euro per l’assistenza sanitaria, estesa ai familiari. A cui si aggiungono 13,6 euro di salario non tassato (che includono 450 euro annui di ‘ticket’ più l’una tantum di 80 euro da erogare a marzo prossimo). Completano il quadro 7,69 euro di formazione. Riassumendo tutte le voci, si tratta precisamente di 92,68 euro mensili in più. Quasi metà del possibile aumento in realtà non inciderà sulla busta paga che andrà nelle tasche dei lavoratori e oltretutto non sarà contabilizzabile nel TFR e ferie.
Ma gli stessi 51 euro sono solo sulla carta perché per la prima volta in un contratto non ci si baserà sull'inflazione programmata ma su quella accertata dall'Istat. Significa che l'eventuale aumento scatterà “ex-post” ovvero non più a inizio anno ma a luglio dopo che a giugno saranno resi noti i dati sull'inflazione dell'anno precedente. Parlando in concreto nel 2016 i padroni se la caveranno con una mancia una tantum di 80 euro lordi, se poi sarà confermata l'inflazione attuale l'aumento non arriverà neppure a 8 euro mensili ma che saranno in busta paga solo da luglio 2017. Il tutto calcolato sull'Ipca, un indice che tiene fuori dal paniere l'importante voce dei costi energetici, un metodo truffaldino da sempre contestato dalla Fiom. Di fatto s'instaura una scala mobile al contrario, un meccanismo automatico che non servirà più a mantenere il potere d'acquisto dei lavoratori bensì a salvaguardare i padroni che in questo modo potranno concedere aumenti solo al di sotto dell'inflazione.
Ma nel contratto c'è anche un'altra clausola molto grave che la Fiom aveva promesso di respingere senza tentennamenti e invece alla fine è stata inserita nell'accordo. Questa prevede che gli aumenti del contratto nazionale (ccnl) potranno assorbire tutti gli incrementi fissi della contrattazione aziendale futura, ne rimarranno fuori, bontà sua, solo quelli legati alla modalità della prestazione (turni, notturno, festivi). Quindi non solo si decreta la fine del contratto nazionale riducendolo a una debole cornice che consiste alla fine solo nel recupero parziale dell'inflazione, ma non si applica nemmeno la tanto decantata contrattazione di secondo livello perché sarà di fatto bloccata in quanto qualsiasi aumento non legato alla produttività sarà assorbito dal contratto nazionale.
In questo modo si realizza uno dei principali obiettivi di Federmeccanica, ossia concedere aumenti solo in cambio di una maggiore spremitura dei lavoratori, sulla falsariga dell'accordo imposto da Marchionne in FCA. In questo modo si legheranno le mani alle RSU più forti e combattive e si creerà ulteriore divisione tra chi lavora in aziende che vanno bene e chi invece è impiegato in quelle che sono in crisi e si ridimensionerà lo stesso ruolo dei sindacati, o quanto meno di quelli che non vogliono essere rinchiusi in una mera ottica aziendalistica.

Il welfare aziendale
È proprio questa ottica che sta alla base del cosiddetto welfare contrattuale, ovvero di quelle misure che obbligano i lavoratori ad avere contributi sotto forma di sanità, previdenza e buoni che vanno a sostituire parti di salario reale. Quote aziendali, ma anche dei lavoratori, che verranno impiegate per servizi sanitari e pensionistici al di fuori del sistema pubblico, che anzi contribuiscono ad affossarlo, con la complicità di Cgil, Cisl e Uil. Sintomatica di questo è l'accettazione delle penalizzazioni e riduzioni sulla malattia e sulla legge 104 (permessi per parenti con malattia grave o disabilità) e al tempo stesso lo spazio sempre più ampio alla sanità integrativa.
Assieme ai “benefits” (buoni benzina, carrello spesa ecc.) si ha la fidelizzazione del lavoratore, ovvero le aziende otterranno la loro “fedeltà” e un ritorno dell'investimento perché potranno scegliere loro le modalità, scegliendo ovviamente quelle a loro più convenienti o addirittura aziende di loro stessa proprietà. Il welfare aziendale, più la formazione gestita dai padroni, più l'aumento legato alla produttività, rappresentano un aspetto molto pericoloso del contratto perché tendono a legare il lavoratore, seppur in maniera subordinata, ai destini dell'azienda e a generare il dubbio persino di scioperare con la paura di danneggiare la produttività della “sua” fabbrica e contemporaneamente se stesso. Altro punto a favore della confindustria di Vincenzo Boccia e della Cisl che stanno perseguendo l'obiettivo della “partecipazione” dei lavoratori, obiettivo oramai fatto proprio anche dalla Cgil.

Recepiti accordi separati e Testo Unico
Con questa firma la Fiom di Landini accetta anche il precedente accordo separato del 2012 in tutte quelle parti in cui non viene esplicitamente modificato, rinnegando il no precedente. Ricordiamo che 4 anni fa fu inserito l’aumento delle ore di straordinario obbligatorio da 40/48 a 80 ore; l’aumento delle ore di flessibilità: nel ccnl del 2012 sono passate da 64 a 80, cancellando l’obbligo di accordo sindacale, si peggiorarono le condizioni per la malattia penalizzando il pagamento dopo il 3° evento in un anno. Tutte clausole precedentemente osteggiate.
Adesso sono state cancellate le deroghe salariali previste dal ccnl del 2012, vengono però riconosciute quelle normative con l’applicazione del TU (Testo Unico del 10 gennaio). A suo tempo il segretario generale della Fiom Landini dichiarò che il Testo Unico introduce “elementi di limitazioni delle libertà dei sindacati anche in contrasto con la recente sentenza della Corte costituzionale sulla Fiat”. Evidentemente ha cambiato idea ma quelle limitazioni della democrazia all'interno delle fabbriche, la camicia di forza all'azione dei sindacati conflittuali, alle Rsu e ai lavoratori rimangono, compresa quella al diritto di sciopero.
Contro le deroghe contenute nel Testo Unico la Fiom e i lavoratori hanno lottato per 8 anni, negando la propria firma a due tornate contrattuali chiuse con il solo consenso di Cisl e Uil. Le deroghe saranno uno straordinario elemento di ricatto, anche se si introducesse il vincolo che debbano avvenire d’intesa con le organizzazioni territoriali per essere valide. Le cosiddette “intese modificative”, ovvero quel diritto padronale a poter derogare le normative aveva indotto la Fiom ad affermare giustamente che se non fosse stato cancellato sarebbe stata la fine del contratto nazionale. In questa tornata le deroghe vengono interamente riconosciute dalla Fiom senza battere ciglio.
La parte normativa quando propone cambiamenti sono quasi sempre peggiorativi, come ad esempio l'età massima nel quale vige l'obbligo di trasferimento che fino a ora era di 50 per gli uomini e 45 per le donne portato rispettivamente a 52 e 48. Un altro aspetto negativo da evidenziare è l'introduzione del “lavoro agile”, un nuovo cottimo a domicilio che offre alle aziende risparmi, produttività e totale flessibilità e gli permette di bypassare il contratto nazionale, una nuova forma di lavoro precario introdotta dal Jobs Act. A proposito della controriforma del mercato del lavoro il contrasto al Jobs Act in sede contrattuale che aveva promesso la Fiom è andato, com'era prevedibile, a farsi benedire.
Un altro aspetto grave e che non fa presagire niente di buono è il fatto che alcuni aspetti importanti contenuti nel Testo Unico, come le clausole di raffreddamento, cioè i lacci che saranno messi per limitare la conflittualità nelle aziende, oppure l'esigibilità degli accordi per frenare quei sindacati meno inclini al compromesso, saranno rimandati di alcune settimane, dopo la firma del contratto e presumibilmente dopo la consultazione/referendum promossa tra i lavoratori dalla Fiom. Insomma, una delega in bianco a ristretti gruppi dirigenti che discuteranno fuori dall'attenzione mediatica temi molto delicati.

La Fiom accetta le “nuove” regole contrattuali
Queste sono le principali novità che non portano soltanto delle modifiche, ma riscrivono quel “nuovo modello contrattuale” insistentemente ricercato dai capitalisti, dagli industriali e dal governo, basato sulla cogestione, il corporativismo e la competitività delle aziende come totem a cui sacrificare tutto. Un fatto molto grave che la Fiom si sia resa complice di questa intesa che porta il contratto dei metalmeccanici, generalmente preso a modello come uno dei più avanzati, a essere uno dei peggiori contratti del settore privato che verrà preso come base per il futuro.
Non a caso il 7 dicembre gli imprenditori hanno dato appuntamento ai sindacati confederali per parlare del “patto della fabbrica”, per costruire una agenda condivisa con Cgil,Cisl e Uil che, afferma Boccia, “serva a cavalcare la quarta rivoluzione industriale”, cioè l'Industria 4.0 di Renzi. Si tratta della riproposizione sotto nuove vesti della trita e ritrita idea del “patto dei produttori”, a volte proposta dagli industriali, altre volte dai partiti borghesi, lo ha fatto in passato persino il PCI revisionista. Un alleanza dove i lavoratori non siano un soggetto autonomo ma collaborino con i capitalisti per rendere competitiva la merce prodotta in Italia, per il “bene supremo della nazione”. Una filosofia che non si dissocia granché dal corporativismo fascista per la quale è necessario appunto un “nuovo modello contrattuale” che preveda rapporti tra le parti di tipo mussoliniano e sindacati cogestionari e istituzionali.
Con rammarico dobbiamo constatare che la Fiom firmando l'intesa ha accettato queste “nuove” regole che di fatto mandano in archivio il contratto nazionale di lavoro così come si era venuto a delineare negli anni '60/70 dopo una grande stagione di lotte. Può dirsi definitivamente conclusa quella fase in cui la Fiom ha rappresentato un valido argine agli attacchi di padronato e governo ai diritti dei lavoratori, anni in cui è stata in prima fila nella lotta contro il modello Marchionne, in difesa dell'articolo 18 e del contratto nazionale, rifiutando accordi inaccettabili e mettendosi contro la stessa segreteria della Cgil. Una svolta suggellata dal riavvicinamento con Fim e Uil e dalla pace tra Landini e Camusso.

Votare no
Dopo una vertenza durata ben 13 mesi si farà una consultazione frettolosa e prossima alle ferie natalizie con alcune fabbriche già chiuse e dopo aver firmato a ridosso del referendum del 4 dicembre con la speranza di ottenere il Sì dei metalmeccanici. Pur se messi con le spalle al muro i lavoratori dovranno dare battaglia e votare NO al referendum che la Fiom effettuerà il 19-20-21 dicembre. Già da più parti si levano le voci che dissentono: si sono espressi contro l'accordo i delegati dei direttivi Fiom di Genova e Trieste, delegati di Rsu d'importanti fabbriche come Piaggio, Same, Gkn, Fincantieri, Ducati, Marcegaglia e altre aziende metalmeccaniche hanno firmato un appello per il NO.
Questo accordo, come già detto, destruttura il contratto nazionale di lavoro perché blocca i salari e per la prima volta non chiede aumenti uguali per tutti a parità di mansione, decreta la fine dell'orario settimanale, introduce il divieto di scioperare contro gli accordi in vigore, elimina gli aumenti economici di anzianità e ammette solo quelli legati alla produttività, allarga il welfare aziendale a discapito di sanità e previdenza pubblica, concede beni in natura al posto di salario reale. È un contratto irricevibile, non c'è alcuna ragione per cui le metalmeccaniche e i metalmeccanici dovrebbero sostenerlo, ce ne sono invece mille per bocciarlo sonoramente sotto una valanga di NO.
 

7 dicembre 2016