Studio della Fondazione Di Vittorio
Jobs Act ha prodotto il boom dei precari

Secondo il recente studio “Lavoro: qualità e sviluppo” elaborato dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio (Fdv) della Cgil, gli effetti del Jobs Act sono stati del tutto opposti in confronto a quelli proclamati che lo lanciarono. Il contratto a tutele crescenti, “fiore all'occhiello” del governo Renzi, avrebbe dovuto aumentare gli occupati a tempo indeterminato; in realtà continua ad accrescere il numero di lavoratori con contratti a termine e di breve durata, cioè inferiori o uguali ai 6 mesi. Dal milione del 2013, essi sono oggi oltre 1,4 milioni, secondo i dati Eurostat. Nei primi due anni della controriforma del lavoro del duce di Rignano sull'Arno, il numero di assunzioni a tempo indeterminato è addirittura passato dai 2 milioni del 2015 ad 1 milione e 176 mila del 2017, registrando un crollo di oltre il 41%. Al contempo si è registrato un incremento delle assunzioni a termine, segno evidente che questa forma di assunzione strettamente precaria è di gran lunga la preferita dal padronato, in particolare in assenza di sgravi contributivi per gli associati di Confindustria. Un altro dato importante è quello relativo al saldo tra le attivazioni e le cessazioni dei contratti a tempo indeterminato, passato da +887 mila del 2015 a -117 mila del 2017. La Fondazione Di Vittorio precisa che nella quasi totalità dei casi la scelta del contratto a termine è imposta dai padroni e non una “opportunità” a disposizione dai lavoratori, come amano definirla gli economisti liberisti al servizio del capitale e dei suoi interessi. È vero invece che circa la metà dell’incremento delle assunzioni a termine registrato tra il 2015 e il 2017 (+1 milione 349 mila) è imputabile a rapporti a tempo parziale, in particolare part-time (+689 mila). Fra l'altro, lo stesso governo Renzi, che più di tutti ha demolito il diritto al lavoro, è stato anche l'autore della norma che consente di poter rinnovare contratti allo stesso lavoratore nei 36 mesi massimi di lavoro precario presso la stessa azienda, fino a cinque volte; questa modifica ha inciso profondamente sulle caratteristiche del lavoro stesso poiché, pur crescendo quantitativamente l’occupazione a causa del maggior numero di contratti stipulati, il monte ore totale (le ore effettivamente lavorate) dimostra che in Italia oggi si lavora di meno. Innanzitutto è la qualità del lavoro a essere sensibilmente inferiore di anno in anno, in progressivo e consistente peggioramento, a tal punto che il numero degli occupati temporanei e quelli a part-time, i precari insomma, ha superato il record di 4 milioni e 571 mila persone, la più alta dall’inizio delle rilevazioni della Fondazione di Vittorio in tutta la sua storia. Inoltre in Italia quasi un occupato su otto, l'11,7%, è a rischio povertà, una delle percentuali più alte di tutta l'Unione Europea alla quale si accodano solo Romania, Grecia, Spagna e il piccolo Lussemburgo. Secondo Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione, sarebbe evidente che “la ripresa non è in grado di generare occupazione quantitativamente e qualitativamente adeguata, con una maggioranza di imprese che scommette prevalentemente su un futuro a breve e su competizione di costo”. Non è però la cosiddetta ripresa, del quale il proletariato non percepisce traccia nonostante il tanto parlare che non è sufficiente a riequilibrare i rapporti di lavoro; è piuttosto la volontà politica che manca, e questo tutte le parti in causa – dai partiti alla CGIL – lo sanno bene. Il quadro ad oggi è nei fatti il vicolo cieco nel quale la “riforma”, sbandierata come la soluzione alla disoccupazione giovanile ed al precariato, ha portato il mondo del lavoro. Una grande sacca di disoccupati e di precari gettati direttamente tra le grinfie del padronato e dello sfruttamento selvaggio, ricattati da contratti brevi e malpagati, senza diritti e con nessuna possibilità di reagire. Senza degnare di nota il collaborazionismo, ormai storico, di CISL e UIL con il padronato stesso, tanti iscritti della CGIL auspichano ancora una reazione forte e decisa del loro sindacato, anche se tardiva, capace di ripristinare quantomeno il “vecchio” articolo 18 per il quale agli inizi degli anni 2000 la stessa CGIL portò in piazza a Roma tre milioni di persone respingendone l'attacco da parte del governo Berlusconi. L'assenza di una lotta altrettanto vasta e qualificata ha fatto sostanzialmente da sponda al centro-sinistra di Renzi e queste ne sono le conseguenze. Insomma, lo studio della Fondazione Di Vittorio conferma quello che noi abbiamo sostenuto fin da subito, e cioè che il “Jobs Act” aveva come unico obiettivo quello di precarizzare tutto il lavoro e di togliere ogni ostacolo ai licenziamenti. Si tratta ora di riaprire con forza la mobilitazione di tutte le categorie per rivendicare lavoro stabile, a salario intero, a tempo pieno e sindacalmente tutelato per tutti.
 
 

4 aprile 2018