Al 2° Forum della Via della Seta a Pechino Xi rilancia la strategia egemonica del socialimperialismo cinese
Il governo Salvini-Di Maio sostiene la nuova Via della Seta per curare gli affari dell'imperialismo italiano
Prodi consigliere consultivo del nuovo imperatore della Cina

 
Dal 25 al 27 aprile si è svolto a Pechino il secondo Forum sulla “Belt and Road Initiative” (BRI), la nuova Via della Seta, il progetto gigantesco per la costruzione di infrastrutture, marittime e terrestri (ferrovie, strade, porti, energia e telecomunicazioni), una corsia privilegiata per far viaggiare merci e capitali nei due sensi tra l'Asia e l'Europa, ma soprattutto dalla Cina all'Europa. La BRI, partita nel 2013, ha cominciato a prendere forma con una serie di accordi bilaterali, l'ultimo di rilievo quello firmato giusto un mese fa con l'Italia, e a Pechino il nuovo imperatore Xi Jinping ha celebrato il secondo forum rilanciando la strategia egemonica del socialimperialismo cinese alla conquista dei mercati europeo e mondiale. Al progetto si è unito ufficialmente il governo Salvini-Di Maio, con l'intesa firmata a Roma il 23 marzo, e il primo ministro Giuseppe Conte ha ribadito al Forum di Pechino il sostegno alla nuova Via della Seta per curare gli affari dell'imperialismo italiano e ritagliarsi uno spazio per conto proprio; ignorando i richiami dell'alleato americano Donald Trump a fare un passo indietro e a non procedere da solo ma in gruppo dei partner imperialisti europei, Francia e Germania in testa che pure hanno scambi commerciali con la Cina ben superiori all'Italia ma sulla base di intese bilaterali e non di un accordo quadro specifico sulla BRI.
L'Italia è il primo dei maggiori paesi imperialisti del G7 che ha aperto le porte a Pechino e non si è pentita; anzi Conte ha voluto sottolineare il ruolo di “apripista” del nostro paese per conto dell'Europa nei rapporti con la Cina puntando a riscuoterne i benefici: “l’Italia non solo sta creando opportunità per sé ma per l’Europa intera: ci aspettiamo per questo motivo anche maggiori investimenti cinesi in Italia”.
Nel presentare il secondo forum sulla BRI il governo cinese sottolineava che il volume degli scambi di beni tra la Cina e i paesi aderenti ha superato i seimila miliardi di dollari tra il 2013 e il 2018, che la Cina ha firmato 174 accordi di cooperazione con 126 paesi e 29 organizzazioni internazionali, vari accordi con le banche centrali di 20 paesi per lo scambio delle rispettive valute. Gli investimenti cinesi verso i partner BRI hanno raggiunto l’importo complessivo di 90 miliardi di dollari, con una crescita annua del 5,2%. Nel corso del 2019 il volume degli scambi di merci tra i paesi BRI dovrebbe salire a circa 117 miliardi di dollari con una prospettiva di crescita nel 2020 soprattutto verso i paesi europei.
Il Forum di Pechino, cui hanno partecipato quasi cinquemila ospiti internazionali provenienti da ben 150 paesi, tra cui 37 capi di stato e di governo, era aperto dal presidente cinese Xi con un discorso accattivante che esaltava le caratteristiche di una Via delle Seta presentata come “pulita, verde, multilaterale e sostenibile”; costruita sulla base dei principi “della consultazione estesa, del contributo comune e dei benefici condivisi” e che finora “ha generato nuove opportunità per lo sviluppo di tutti i paesi partecipanti e ha aperto nuovi orizzonti per lo sviluppo e l'apertura della Cina”. Anzi, garantiva Xi, “in prospettiva la Cina intraprenderà una serie di importanti misure di riforma e apertura “ a partire da quelle dei suoi mercati agli investimenti stranieri. Insomma è stato molto abile per allontanare dal socialimperialismo cinese l'accusa di egemonismo espansionista e di spacciare come paritari i rapporti economici e politici instaurati con la nuova Via della Seta.
Una parte consistente del discorso di Xi puntava indirettamente a smentire le accuse rivolte alla BRI, in particolare dalla superpotenza imperialista rivale Usa, di essere una iniziativa costruita a vantaggio degli affari delle multinazionali statali e private cinesi e che potrebbe lasciare pericolose montagne di debiti nei paesi dove operano. L'accusa di Washington è strumentale, viene dalla parte cui Pechino ha sottratto mercati e aree di controllo economico, ma non infondata. Secondo una ricerca dell’Istituto di studi sulla sicurezza (Iss) di Pretoria, citato di recente dalla rivista Nigrizia , la relazione tra Cina e Africa ha alcuni evidenti aspetti di colonialismo, laddove Pechino ha ottenuto quali garanzie a lungo termine sui prestiti non rimborsati la cessione dell'infrastruttura costruita o di parti di essa. Paesi come Zambia, Angola, Repubblica democratica del Congo (RdC), Mozambico, Etiopia, Sudan, Kenya e Gibuti sono pesantemente indebitati con la Cina e rischiano di dover cedere l'uso di porti o altre infrastrutture se non saranno in grado di pagare le rate del debito contratto. Al Forum di Pechino erano presenti tra gli altri il premier pachistano Imran Khan e quello malese Mahathir Mohamad che hanno contestato i termini dei progetti BRI firmati dai predecessori e ottenuto una revisione delle intese.
Chi non ha dubbi sulla bontà delle intese sottoscritte con Pechino nel quadro della BRI è l'imperialismo italiano, anche se il memorandum firmato a Roma viaggia su accordi per 2,5 miliardi di euro; il giorno dopo Xi era a Parigi e senza alcun memorandum il volume degli accordi era di 40 miliardi. Ci saranno altre intese, da definire con apposite missioni entro l'estate, garantivano da Roma alla partenza di Conte per il forum, per una missione dal carattere essenzialmente politico.
“Stiamo cercando di vedere come l’Italia possa essere il principale partner dell’Unione Europea nell’iniziativa Belt and Road”, indicava nell'ottobre 2018 il sottosegretario del Ministero dello Sviluppo Economico, Michele Geraci, che lavorava al protocollo d’intesa. “La Via della Seta è una grande opportunità che si offre all'Italia, una sfida che abbiamo volentieri accolto con la sottoscrizione del memorandum. (…) Abbiamo fatto da apripista per altri partner europei che ora si stanno predisponendo anch'essi ad aderire a questa importante connettività infrastrutturale”, ripeteva Conte il 27 aprile da Pechino sul suo profilo Fb.
L'imperialismo italiano intanto incassava il riconoscimento politico del suo ruolo di porta della Via della Seta in Europa e piazzava un suo significativo rappresentante nell'Advisory Council, il consiglio dei garanti: l'ex dirigente dell'IRI, presidente del Consiglio e della Commissione europea Romano Prodi che è stato fra i principali sostenitori dell'apertura verso la Cina. Prodi dal 2010 è Professore alla CEIBS (China Europe International Business School) di Shanghai e da diversi anni consulente dell'agenzia di rating cinese Dagong. Nel giugno 2018, intervenendo a una iniziativa dell'agenzia cinese Xinhua aveva appoggiato la BRI definita “la più grande proposta fatta dalla Cina al mondo” e il 15 marzo 2019 alla vigilia della firma del memorandum sottolineava che “l’Italia ha una posizione strategica per fare concorrenza nei trasporti dall’Est all’Europa. Se ognuno fa i propri interessi è obbligo anche dell’Italia, nell’ambito delle regole europee, fare i propri legittimi interessi” e ricavare nella partecipazione alla BRI uno spazio per curare gli affari dell'imperialismo italiano.
Pechino presentava la Via della seta come espressione della sua volontà di rispettare le regole di un sistema multilaterale in risposta all'isolazionismo e al protezionismo americano. Al Forum di Pechino il governatore Yi Gang assicurava che la Banca centrale cinese (Pboc) non avrebbe svalutato la sua moneta per mantenere una certa stabilità negli scambi commerciali e la posizione di vantaggio su tutti gli altri concorrenti conquistata dalla Cina. L'imperialismo americano al contrario deve risalire la china e con Trump ha bisogno di far saltare il banco e ridiscutere ogni cosa a suo vantaggio: dieci giorni dopo, il 5 maggio, il presidente americano minacciava di far saltare le trattative sui dazi con Pechino e di aumentare le tariffe dal 10 al 25% su 200 miliardi di dollari di prodotti importati dalla Cina; dichiarazioni che facevano calare il prezzo del petrolio, crollare lo yuan e scatenavano una tempesta sui mercati finanziari mondiali.
 
 
 
 

8 maggio 2019