A rischio 430 posti di lavoro
I padroni vogliono chiudere la Whirlpool a Napoli
Gravissime responsabilità del ministro del “Lavoro” il ducetto Di Maio
Solidarietà della Cellula “Vesuvio Rosso” del PMLI

 
Redazione di Napoli
Un’altra storica fabbrica minacciata di chiusura dai pescecani padronali. Si tratta dello stabilimento Whirlpool di via Argine dove ormai la desertificazione industriale nel giro di trent'anni si è consumata definitivamente, rimanendo ormai pochissimi siti produttivi nel centro di Napoli. Un colpo durissimo per le masse lavoratrici tenendo conto che ben 430 saranno le operaie e gli operai che verranno licenziati, a cui si deve aggiungere l’indotto che interessa per lo più la zona Est della città già martoriata da disoccupazione e quartieri abbandonati a se stessi.
Chiaramente lavoratori e lavoratrici non ci stanno e presidiano la fabbrica da fine maggio con iniziative tra cui anche uno sciopero – cui parteciperanno le altre migliaia di operai presenti negli stabilimenti - contro la tracotanza dei padroni Usa.
In una nota unitaria, Fiom, Fim, Uilm hanno chiamato in causa il governo dei ducetti Salvini e Di Maio affermando: “Diamo per scontato che il governo chieda a Whirlpool di rispettare l'accordo sottoscritto il 25 ottobre 2018 in sede istituzionale, non solo per tutelare i lavoratori, ma anche perché di quell'accordo fu sottoscrittore anche lo stesso ministro”. Il riferimento è al ministro del “Lavoro” Di Maio reo di collezionare insuccessi sui cosiddetti “tavoli di crisi industriali” cercando di salvare i posti di lavoro con i copiosi “aiuti di Stato”: “Qualsiasi ipotesi di modifica del piano e di chiusura di stabilimenti – sottolineano però i sindacati dei metalmeccanici - è per noi inaccettabile”.
Per il nuovo segretario generale della CGIL, Maurizio Landini la chiusura dello stabilimento è una “cosa gravissima, anche perché meno di un anno fa è stato fatto un accordo al Mise che prevedeva invece investimenti ed il mantenimento di tutte le attività produttive. Non è accettabile. Serve una risposta immediata. Napoli e il Mezzogiorno hanno pagato già abbastanza e quindi credo sia necessario che anche il governo intervenga per far cambiare idea alla multinazionale e far rispettare gli accordi”. “Noi non ci stiamo ai licenziamenti per delocalizzazione - dichiara in una nota Francesca Re David, segretaria generale Fiom-Cgil - dal momento che, tra l'altro, l'azienda usufruisce di tutto il sostegno possibile attraverso gli ammortizzatori sociali per la riorganizzazione dopo l'acquisizione di Indesit. Ora basta!”. Vergognosa e da respingere in toto, la nota della multinazionale americana “Whirlpool EMEA” che intenderebbe procedere “con la riconversione del sito di Napoli e la cessione del ramo d'azienda a una società terza in grado di garantire la continuità industriale allo stabilimento e massimi livelli occupazionali, al fine di creare le condizioni per un futuro sostenibile del sito napoletano”.
Tramite un comunicato stampa (pubblicato a parte) la Cellula “Vesuvio Rosso” di Napoli del PMLI ha immediatamente espresso la propria solidarietà militante alle operaie e agli operai della Whirlpool.
Lacrime di coccodrillo del neopodestà di Napoli, Luigi de Magistris che dirama una nota congiunta con l'assessore al “Lavoro” Monica Buonanno: “Napoli non può permettersi la perdita di 430 posti di lavoro, non può farlo dopo che l'azienda Whirlpool ha sottoscritto, solo sei mesi fa, un piano industriale che prevedeva investimenti fino al 2021 e l'aumento di ore di lavoro nello stabilimento napoletano come in quello di Carinaro; la vertenza riguarda inoltre anche 140 lavoratori dell'indotto nell'avellinese. È urgente e necessario che il Mise apra le porte a questa dolorosa vertenza e che riconosca la necessità del lavoro come una priorità del Mezzogiorno”. Frutti amari anche della sua politica sul lavoro votata a trasformare Napoli in “città vetrina” al pari delle vecchie giunte di “centro-sinistra” con la creazione di piccolo commercio fine a se stesso e tanti lavori precari e stagionali, invece di puntare ad un piano di sviluppo e di lavoro che, finalmente, avrebbe fermato la disoccupazione dilagante, soprattutto giovanile, e l’emigrazione emorragica verso il Nord Italia se non addirittura oltre confine. Altro che “rivoluzione” targata De Magistris.

5 giugno 2019