Sudan
L'esercito spara sui dimostranti a Khartoum
Per stroncare la protesta contro la giunta militare. Almeno 35 morti e 650 feriti

Il regime militare di Khartoum, che ha messo fine al precedente regime di Omar al-Bashir, ha una sua ricetta per il futuro del Sudan che si baserebbe su “elezioni trasparenti” entro nove mesi e governo scelto dal popolo ma non tollera che la sua proposta non sia stata accolta nella trattativa in corso dalle opposizioni che erano arrivate alla proclamazione di uno sciopero generale e continuavano a tenere attivo e ben partecipato il presidio popolare davanti al quartier generale dell’esercito in corso da quasi due mesi; dalle rivolte che hanno portato alla caduta del regime di Bashir e mantenuto sotto il governo della giunta militare transitoria (Tmc) non fidandosi delle sue promesse di passare il potere ai civili.
L'obiettivo dei militari era quello di seguire un percorso per portare il paese a maggioranza islamica da una posizione che era stata vicina all'Iran e in tempi più recenti al Qatar verso la cordata dei paesi sunniti, non quella di Turchia e Qatar ma quella guidata dall'Arabia Saudita e appoggiata dagli imperialisti sionisti di Tel Aviv. Un percorso già seguito in Egitto per gestire il passaggio dalla dittatura di Mubarak a quella dell'ex generale Al Sisi, gestito in Sudan dal generale Abdel Fatah al-Burhan. Che ha deciso di sciogliere a suo favore lo stallo dei negoziati con l'opposizione inviando il 3 giugno i soldati a sparare sul presidio nella capitale davanti al comando militare e a fare un massacro.
Secondo le notizie pubblicate dalla rivista dei Comboniani Nigrizia, sarebbe di almeno 35 morti e 650 feriti il bilancio dell'intervento dei militari ma i corpi di altre vittime sono stati gettati nel fiume per farli sparire; molti attivisti dell'opposizione sono stati arrestati nella giornata del 3 giugno e nella notte.
Il capo della giunta militare transitoria Abdel Fatah al-Burhan ha tenuto la sera del 3 giungo un discorso alla televisione per sostenere che la giunta non voleva il masscro dei manifestanti e prometteva l’apertura di un’indagine. Bastava che chiedesse al vicepresidente del Tmc, il generale Mohammed Hamdan Dagalo, che ha guidato il massacro compiuto dal reparto speciale delle Rapid support forces arrivate nei giorni precedenti nella capitale anche dalla regione del Darfur che già il 31 maggio avevano caricato i manifestanti e sparato ad altezza d’uomo facendo almeno due vittime.
In preparazione dell'attacco per smantellare il presidio nella capitale, la giunta militare aveva cercato di bloccare l’informazione indipendente con minacce nei confronti dei giornalisti e aveva chiuso definitivamente anche l’ufficio di Khartoum di Al Jazeera, l’emittente del Qatar che non si limitava a passare le veline del regime. Completata dal richiamo per consultazioni dell'ambasciatore sudanese a Doha, capitale del Qatar.
Il disegno del generale Al-Burhan appariva evidente dalla serie di misure annunciate e che il Tmc metterà in atto, dall'interruzione dei negoziati con i civili e l’annullamento degli accordi finora raggiunti e spazzati via dalla prova di forza alla convocazione delle elezioni nazionali e regionali entro nove mesi per il parlamento e la successiva formazione di un governo civile. Ovviamente con il percorso e le condizioni definite dal regime militare che ha ribadito l'impegno a “consegnare il potere a esponenti scelti dal popolo”.
Le opposizioni radunate nella coalizione delle Forze per la libertà e il cambiamento che guida la protesta popolare, denunciava il consiglio militare come responsabile della “barbara offensiva contro manifestanti pacifici”, annunciava la sospensione definitiva dei negoziati e proclamava uno sciopero generale a oltranza. Omdurman, la città gemella di Khartoum dall’altra parte del Nilo, era bloccata dai manifestanti con sbarramenti di sassi e copertoni incendiati.

5 giugno 2019