Il Consiglio europeo non condanna l'accordo Usa-Turchia contro le forze curde costrette a ritirarsi
Conte non si oppone
L'Italia deve rompere le relazioni diplomatiche con la Turchia

Se il vertice dei ministri degli Esteri della Ue del 13 e 14 ottobre aveva assunto una posizione quantomeno arrendevole e ipocrita sull'invasione turca del nord-est della Siria per distruggere il Rojava e cacciare il popolo curdo da quella regione, il successivo Consiglio europeo dei capi di governo del 17 e 18 ottobre ha segnato se possibile un ulteriore passo indietro, annacquando anche quel poco di condanna formale dell'operazione militare turca, sfumando ancor di più sull'embargo alla fornitura di armi al fascista Erdogan e avallando di fatto l'accordo Usa-Turchia contro le forze curde costrette a ritirarsi.
Nelle conclusioni adottate dal Consiglio dei ministri degli Esteri riunito a Lussemburgo, prima che arrivasse il "cessate il fuoco" di 120 ore e il ritiro delle forze dell'YPG decisi dal vicepresidente americano Pence e dal dittatore turco sulla testa del popolo curdo, si condannava formalmente "l'azione militare della Turchia che compromette seriamente la stabilità e la sicurezza dell'intera regione". Guardandosi bene però dal definirla un'invasione e una flagrante violazione del diritto internazionale, e limitandosi ad "invitare" e ad "esortare" la Turchia "a cessare la sua azione militare unilaterale nel nord-est della Siria e a ritirare le sue forze". Anzi, la Gran Bretagna aveva opposto una forte resistenza a questa formula già abbastanza morbida perché non voleva nemmeno che fosse usata la parola "condanna".
Si affermava poi che "l'Unione europea mantiene il suo impegno a favore dell'unità, della sovranità e dell'integrità territoriale dello Stato siriano", ma allo stesso tempo si ribadiva che "la Turchia è un partner fondamentale dell'Unione europea e un attore di cruciale importanza nella crisi siriana e nella regione", riconoscendole implicitamente con ciò il diritto di ingerirsi in quella crisi, tenendo anche conto delle sue "preoccupazioni in materia di sicurezza nel nord-est della Siria". Anche se, ipocritamente, la si esortava ad affrontarle "con mezzi politici e diplomatici, non con azioni militari".

Embargo "futuro" e facoltativo sulle armi
E infine, a livello di decisioni concrete, tutto quello che i ministri erano stati capaci di concordare, era di "richiamare" la decisione di alcuni Stati membri, Francia, Germania, Olanda e Finlandia, di bloccare "per il futuro" le licenze di esportazione di armi alla Turchia (mantenendo quindi i contratti già in essere), e di "impegnare" tutti gli Stati membri "in ferme posizioni nazionali in merito alla loro politica di esportazione di armi alla Turchia, sulla scorta delle disposizioni della posizione comune 2008/944/PESC sul controllo delle esportazioni di armi, compresa la rigorosa applicazione del criterio 4 sulla stabilità regionale".
In buona sostanza e leggendo tra le righe, si tratta di un embargo solo sulle forniture future, e di fatto neanche obbligatorio per tutti, ma lasciato alla discrezione dei singoli Stati membri. Nel tentare di giustificare una così inconsistente e risibile misura, il ministro degli Esteri italiano, il ducetto Di Maio, l'ha così presentata: "Il blocco alle esportazioni è una decisione che assumiamo come singoli Stati dell'Unione europea, in linea con la posizione già assunta in questi giorni da altri Stati membri, perché vogliamo perseguire il carattere di immediatezza, visto che la pianificazione di un embargo europeo avrebbe richiesto mesi". Un pretesto inconsistente per mascherare gli interessi miliardari legati all'export europeo e italiano di armamenti alla Turchia, dal momento che se i governi europei avessero voluto dare un avvertimento immediato a Erdogan bastava che minacciassero la rottura delle relazioni diplomatiche, cominciando col ritirare subito i rispettivi ambasciatori.

Ulteriore passo indietro del Consiglio europeo
Pochi giorni dopo, col "cessate il fuoco" già in vigore, il Consiglio europeo dei capi di governo riunito a Bruxelles liquidava la faccenda ancor più ipocritamente e sbrigativamente, in un capitoletto di una quindicina di righe, nelle conclusioni di un vertice centrato per lo più sulla discussione di altri temi, come la Brexit e l'allargamento dell'Unione ad Albania e Macedonia. Il documento si apre infatti approvando senza commenti le conclusioni del vertice di Lussemburgo, e ripetendo la formula della "condanna dell'azione (non dell'invasione, ndr) militare unilaterale della Turchia" ed "esortandola nuovamente" a cessarla e a ritirare le forze; ma più dell'altro documento mette soprattutto l'accento sul fatto che tale azione "compromette la lotta contro Da'esh (lo Stato islamico, ndr) e minaccia pesantemente la sicurezza europea": conseguenze che evidentemente premono all'imperialismo europeo ben oltre la difesa a parole del popolo curdo.
Il Consiglio si limita poi a "prendere atto" dell'annuncio di Stati Uniti e Turchia "riguardo a una sospensione di tutte le operazioni militari", e per quanto riguarda decisioni concrete si limita a "ricordare" che nel Consiglio del 14 ottobre "alcuni Stati membri hanno deciso di bloccare il rilascio delle licenze di esportazione di armi in Turchia". Quindi qui si è fatto un passo indietro perfino rispetto alla decisione di Lussemburgo, cancellando ogni possibile ambiguità sul carattere facoltativo dell'embargo sulle licenze future, visto che si accenna solo agli Stati membri che lo avevano già deciso di propria iniziativa. Tra cui non c'era il governo italiano, con la scusa che "era meglio aspettare di prendere una posizione comune di tutta la Ue".
Inoltre la "presa d'atto" dell'accordo Usa-Turchia sul "cessate il fuoco" temporaneo suona verosimilmente come l'accettazione di fatto anche del ritiro delle forze curde che tale accordo prevede. In sostanza suona come il riconoscimento di quella "fascia di sicurezza" profonda 32 chilometri e larga non si sa quanto che il fascista Erdogan reclama con la sua sfacciata arroganza imperialista. Non a caso, infatti, parlando al termine del vertice con la stampa, interrogato su questo punto, a chi gli faceva osservare che l'accordo prevede di fatto il ritiro dei curdi, Conte ha risposto che "il cessate il fuoco è un risultato positivo in sé", lasciandosi poi sfuggire significativamente che "adesso valuteremo meglio questa richiesta di una zona di sicurezza": ammettendo cioè che la Ue considera in qualche modo legittima la pretesa turca di annettersi il territorio del Rojava con la scusa di creare una "fascia di sicurezza" contro "il terrorismo" curdo e per trasferirvi una parte dei profughi siriani rifugiati in Turchia.

Vergognoso cedimento ai ricatti di Erdogan
Il dittatore fascista turco sa che i paesi europei, e in particolare la Germania e i Paesi sulla rotta balcanica, sono particolarmente sensibili a quest'ultimo argomento, cioè il destino dei 3,6 milioni di profughi siriani attualmente bloccati in Turchia dietro il pagamento di ben 6 miliardi di euro da parte della Ue, e lo sfrutta per ricattarla. E i risultati si vedono, con le posizioni a dir poco arrendevoli e ambigue da questa assunte nei suoi confronti. Tant'è vero che sono stati soprattutto la Germania e i Paesi del blocco orientale di Visegrad (oltre alla Gran Bretagna, ma questa più per la tenuta dell'unità dell'Alleanza atlantica), a premere per evitare decisioni troppo nette e impegnative, contando anche sul fatto che in materia di sicurezza e politica estera l'unanimità delle decisioni è obbligatoria.
Nel caso dell'Italia, più che il ricatto dei profughi siriani contano i cospicui interessi economici che ci legano alla Turchia, il terzo paese al mondo per l'export italiano di armamenti e con 1400 società italiane tra le più importanti presenti sul suolo turco, che hanno investito 2,6 miliardi negli ultimi 17 anni. È con questa consapevolezza che l'ambasciatore turco a Roma, Murat Salim Esenli, si è potuto permettere di minacciare con arroganza il governo italiano per aver criticato l'aggressione ai curdi; posizioni, ha detto, che hanno provocato "un danno alle relazioni diplomatiche" tra i due Paesi, e che se non saranno "riparate velocemente" potrebbero "avere conseguenze negative". Ma ha anche rivelato che il governo italiano era stato informato delle intenzioni turche, cosa che è stata poi ammessa da Conte, pur rigettando l'accusa di "ipocrisia" rivolta da Erdogan a tutti i Paesi europei.
C'è solo un modo per uscire da questa vergognosa spirale di false attestazioni di solidarietà al popolo curdo vittima degli invasori imperialisti turchi e di ipocrita accondiscendenza reale alle pretese del dittatore fascista Erdogan per salvaguardare gli interessi capitalistici nazionali: il governo italiano rompa immediatamente le relazioni diplomatiche con la Turchia, e mantenga ferma questa posizione fino a che l'ultimo soldato di Ankara non si sarà ritirato dal territorio del Nord-Est della Siria.
 

23 ottobre 2019