Smentiti trotzkisti e falsi comunisti secondo cui Al Baghdadi era una creatura dell'imperialismo americano
Trump esulta per l'uccisione del califfo dello Stato Islamico
Per il capofila dell'imperialismo americano “ora il mondo è più sicuro”. Ma non è così: non ci sarà mai pace per l'imperialismo

 
L'imperialismo americano in ritirata da alcuni paesi della regione mediorientale nei quali ritiene non strategico impegnarsi, a partire dalla Siria, tenendosi però stretti i pozzi petroliferi, lasciata alla concorrente Russia di Putin, si è ripreso momentaneamente il ruolo di protagonista sulla scena per aver portato a termine l'operazione da lungo tempo preparata dell'uccisione del leader dello Stato islamico Abu Bakr al Baghdadi. Il presidente americano Donald Trump dava personalmente la notizia nella conferenza stampa convocata alla Casa Bianca il 27 ottobre. Nella notte precedente un commando delle forze speciali americane elitrasportate aveva raggiunto la casa dove si era rifugiato il califfo dello Stato islamico, fuori dalla città di Barisha in un'area deserta della Siria controllata dalle milizie islamiche filoturche compresa fra le città di Idlib, Aleppo e il confine con la Turchia; nel corso dell'attacco condotto con droni e la copertura dell'aviazione, Baghdadi sarebbe rimasto bloccato nel tunnel di sicurezza sotto l'edificio dove si è fatto esplodere.
Trump raccontava il raid delle forze speciali americane con toni apologetici, lirici, “ un pericoloso e audace raid notturno nella Siria nordoccidentale”, per esaltare il successo di una operazione che sarebbe stata “la massima priorità di sicurezza nazionale della mia amministrazione”. Gonfiando il petto sottolineava che “sotto la mia direzione, come comandante in capo, gli Stati Uniti hanno cancellato il suo 'califfato' nel marzo di quest'anno” e assicurava che “continueremo a perseguire i restanti terroristi dell'ISIS fino alla loro brutale fine”. Una fine come quella di al Baghdadi che il criminale Trump dipinge a suo uso e consumo “è morto come un cane. È morto come un codardo”, “piagnucolando e urlando”, “ha trascorso i suoi ultimi momenti in assoluta paura, panico e terrore”, ripeteva più volte nella conferenza stampa, “terrorizzato dalle forze americane” da lui guidate.
Trump esultava per l'uccisione del califfo dello Stato Islamico e questo già basterebbe per smentire trotzkisti e falsi comunisti secondo cui al Baghdadi era una creatura dell'imperialismo americano. Eppure nonostante l'evidenza dei fatti l'agente di Putin, Manlio Dinucci, già sedicente “marxista-leninista”, continua a sostenere questa tesi. Su il manifesto trotzkista del 29 ottobre scriveva: “su questo sfondo si capisce perché al Baghdadi, come Bin Laden (già alleato Usa contro la Russia nella guerra in Afghnistan), non poteva essere catturato per essere pubblicamente processato ma doveva fisicamente sparire per far sparire le prove del suo reale ruolo nella strategia Usa”.
Il raid “impeccabile” era stato possibile “solo con il riconoscimento e l'aiuto di alcune altre nazioni e persone”, continuava Trump che ringraziava “le nazioni di Russia, Turchia, Siria e Iraq” per aver dato quantomeno il via libera al passaggio degli elicotteri americani sui loro territori o sulle zone da loro controllate; “E voglio anche ringraziare i curdi siriani per il sostegno che sono stati in grado di darci”, aggiungeva infine il presidente americano.
Un sostegno che per iI comando generale delle Forze Democratiche della Siria (FDS), la cui componente maggioritaria è costituita dalle YPG curde, sarebbe stato “determinante”. Nella conferenza stampa tenuta nella provincia siriana di Hesekê il 28 ottobre, il responsabile delle FDS per le relazioni esterne Redur Khelil sottolineava che l'operazione era “il risultato di oltre cinque mesi di preparativi dei servizi di informazione delle FDS e dell’esercito USA”, una “operazione congiunta”, una “storica operazione”, una “vittoria storica avvenuta grazie alla forte collaborazione delle FDS e degli USA”. E assicurava che “la nostra collaborazione con la coalizione internazionale a guida USA e le nostre operazioni contro comandanti e cellule di IS continuano“, con una posizione che appare quantomeno stonata nel riaffermare fedeltà all'alleanza con gli Usa che li hanno appena scaricati e lasciati in balia della Turchia e della Russia.
“Le forze statunitensi, in coordinamento con il Servizio di intelligence nazionale iracheno, hanno effettuato un’operazione che ha portato all’eliminazione del terrorista al Baghdadi”, sosteneva con un comunicato il governo iracheno che voleva la sua parte di gloria. Come la Turchia con Erdogan che definiva l’uccisione di al Baghdadi “una svolta nella nostra lotta comune (con gli Usa, ndr) contro il terrorismo”. Alla riedizione della santa alleanza imperialista contro lo Stato islamico mancava solo la Russia che tramite il ministero della Difesa avvisava di “non avere informazioni affidabili sull’operazione da parte dei militari statunitensi sull’ennesima eliminazione di Al Baghdadi”, più volte dato per morto anche da Mosca.
Certamente l'uccisione di al Baghdadi non significa automaticamente la scomparsa dell’IS, l'organizzazione che nel 2014 proclamò il Califfato in Siria e Iraq e che era nata dalla costola di al-Qaeda in Iraq, formatasi a sua volta nella guerra di resistenza all'invasione imperialista guidata dagli Usa nel 2003. Per opporsi all'occupazione imperialista, al Baghdadi, nato nella città irachena di Samarra, era passato da insegnante di legge islamica alla resistenza irachena, ai gruppi che nel 2011 operavano in Siria, fino a diventare leader dello Stato islamico. Un percorso generato dall'intervento imperialista in una guerra che non è affatto terminata.
Trump può affermare che “ieri sera è stata una grande serata per gli Stati Uniti e per il mondo. (…) Il mondo è ora un posto molto più sicuro”. Ma è evidente che non è così: non ci sarà mai pace per colpa dell'imperialismo.
Soltanto in Iraq dal 20 marzo 2003, dall'inizio dell'aggressione di Usa e Gran Bretagna alla testa della “coalizione di volenterosi”, al ritiro formale della maggior parte dei soldati americani nel 2011 sono morti sotto le bombe imperialiste un numero stimato tra le 500 mila e un milione di civili, su una popolazione di poco più di 32 milioni di abitanti. Nella vicina Siria dall'inizio della guerra civile nel 2011 i morti tra la popolazione civile sarebbero oltre 400 mila, milioni gli sfollati e i rifugiati in Turchia e in Europa. Una situazione dove la responsabilità dell'imperialismo è talmente evidente che financo l'ex presidente americano Barak Obama sostenne in una intervista del 2015 che “l’ISIS è una conseguenza diretta di Al Qaeda in Iraq nata dalla nostra invasione”.

30 ottobre 2019