Dall'alluvione del 1966 non è stato fatto niente per evitarlo
Venezia sott'acqua
Responsabili i governi centrale, locale e regionale
Danni gravissimi anche in altre città dal Nord al Sud Italia Italia fra cui Matera

Venezia è stata di nuovo inghiottita dal mare. La scorsa settimana una molteplicità di eventi meteorologici avversi quali pioggia ininterrotta e soprattutto venti forti di scirocco hanno contribuito al verificarsi di maree ripetute e tutte di portata straordinaria.
Seguendo i ritmi della luna, l’acqua avrebbe dovuto raggiungere i 140 , 145 cm e causare le solite nefaste conseguenze, alle quali i residenti sono purtroppo abituati. Invece gli eventi hanno sfiorato per impatto e gravità quelli indimenticabili e tristemente famosi del 4 novembre del 1966 quando la marea registrò un innalzamento pari a 194 centimetri.
In questi giorni il picco dei centimetri è stato 187, e ciò ha significato una vera e propria apocalisse per la città lagunare. Tutti coloro che abitavano i piani terreni hanno dovuto abbandonare le case e il ricorso ai sistemi di pompaggio è stato vanificato dal livello dell'acqua.
Per il resto, magazzini allagati nelle Fondamenta e nelle Salizade e quintali di merci di ogni genere distrutte; battelli disormeggiati e scaraventati contro le abitazioni e un patrimonio artistico in ginocchio, con la Basilica di San Marco sommersa così come oltre la metà delle 160 chiese presenti in città e alcuni musei fra i quali Ca' Pesaro ed il teatro La Fenice.
Ancora non c'è una stima definitiva dei danni anche se si pensa già che supereranno il miliardo di euro; al momento il governo ha stanziato appena 20 milioni di euro da ripartirsi in quote da cinquemila euro per i privati e ventimila per le imprese, oltre alla sospensione dei mutui per un anno e a un contributo da 400 euro a 900 euro mensili a seconda dei componenti del nucleo familiare per chi ha avuto la casa inagibile a causa della marea e troverà autonomamente una sistemazione abitativa.
Ci sono state anche due vittime, una per cause naturali mentre l'altra è un pensionato di 78 anni dell’isola di Pellestrina, barriera naturale della laguna al mare aperto che è stata sommersa per oltre un metro, morto fulminato nel tentativo di azionare la pompa di casa.
 

La crisi dell'ecosistema lagunare
Il fragile ecosistema della laguna veneziana è stato compromesso dalle manomissioni profonde come interramenti, scavi di nuovi canali, stravolgimento del regime idrodinamico e geologico che l'uomo ha realizzato in particolar modo nel dopoguerra, non rendendosi conto – o più probabilmente infischiandosene – delle tragiche conseguenze che queste opere avrebbero causato.
A ciò naturalmente si aggiungono prepotenti gli effetti locali della crisi climatica globale.
Questi due aspetti - eventi eccezionali e mutamenti fondamentali, meteo e clima, marea ed ecosistema – vanno sempre più intrecciandosi e la notte del 12 novembre lo ha confermato in modo tragico e tangibile, come da tempo anticipavano i rilievi scientifici sul campo.
Su entrambi ci sarebbero soluzioni che dovrebbero essere adottate d'urgenza poiché Venezia insieme al suo Lido, conta ancora una popolazione di novantamila residenti che soffrono già, anche senza l'impatto di eventi improvvisi, di una grande difficoltà nel rimanervi, provati dalla monocultura turistica, dagli spostamenti difficili e dai prezzi elevati, ma anche dalla crescente esposizione ai rischi ambientali derivanti dalle emissioni delle grandi navi che continuano ad “inchinarsi” e ad attraccare a Venezia, al grande traffico acqueo e al conseguente moto ondoso, complice anche del degrado inarrestabile degli edifici.
 

Il destino di mari ed oceani
I dati sull’acqua alta a Venezia di questi giorni diventano ancora più allarmanti se li leggiamo in una prospettiva storica. Dal 1923, l’acqua ha raggiunto e superato i 140 cm di altezza ventidue volte, ma dieci di questi eventi eccezionali si sono verificati nell’ultimo decennio. Un peggioramento evidente e che non riguarda solo Venezia poiché con l'aumento delle temperature globali continueranno a sciogliersi i ghiacciai, riversando sempre maggiori quantità d'acqua in mare che, per di più, a seguito del riscaldamento stesso si dilaterà come ogni fluido.
Un processo già iniziato e reso evidente dalle alte maree veneziane: il secolo scorso il livello del mare in generale si è alzato di una quota compresa tra undici e sedici centimetri, che si sommano nella città lagunare allo sprofondamento del suolo, la subsidenza, causata anch'essa dalle attività umane, che hanno fatto “crescere” l'acqua nel solo '900 di oltre trenta centimetri.
Entro il 2050 però i climatologi si attendono altri venti o trenta centimetri di innalzamento delle acque che porterebbero entro la fine del secolo (anche con l'ipotetico e lontano azzeramento delle emissioni climalteranti) gli oceani a salire da un minimo di mezzo metro ad un massimo di due metri, con conseguenze catastrofiche.
In una ricerca firmata dagli scienziati dell’organizzazione no profit “Climate Central” e pubblicata sulla rivista Nature Communications, oggi 110 milioni di persone vivono sotto del livello di alta marea, e 250 milioni sotto il livello delle inondazioni annuali. Secondo lo scenario previsionale più pessimista, saranno 630 milioni di persone – in pratica una su dieci - che vivranno al di sotto del livello delle inondazioni periodiche entro la fine del secolo.
In Italia si perderanno almeno 7.500 chilometri di coste divorate dal mare, in particolar modo la costa settentrionale dell’Adriatico fra Trieste e Ravenna, le pianure costiere della Versilia, la pianura pontina, le piane dei fiumi Sele e Volturno, Taranto e la costa catanese, Cagliari e Oristano oltre a Fiumicino con il suo aeroporto intercontinentale.
 

La “Commissione Maree” e la denuncia dei movimenti
Nei giorni precedenti al 12 novembre, giorno della prima grande marea, si sono susseguite molteplici indicazioni previsionali, incerte e contraddittorie, da parte del rinnovato Ufficio Maree del comune di Venezia. Con previsioni più puntuali e precise – come lo sono state sempre a Venezia che aveva nel suo Ufficio un vero e proprio fiore all'occhiello – nulla si sarebbe potuto fare sulle case, sulle chiese e sui magazzini allagati, ma molto sui beni mobili che esse contenevano.
Immediatamente sotto accusa è finito il sindaco Luigi Brugnaro, eletto con la sua lista definita “fucsia”, ma in realtà nera, dal momento in cui ha fra le forze che sostengono la sua maggioranza anche la Lega e Fratelli d'Italia.
Uno dei suoi primi provvedimenti infatti è stato proprio quello di intervenire pesantemente sul servizio, privandolo di gran parte dei fondi e pensionando i tecnici che avevano espresso dubbi sul sistema Mose diffondendo statistiche secondo le quali, da quando hanno cominciato a scavare per l’opera, le maree in laguna sarebbero in tutta evidenza sempre più frequenti.
Infatti il sindaco (poi nominato “Commissario per l'emergenza”), che ha chiesto al governo di dichiarare lo stato di calamità naturale, attribuisce tutta la responsabilità dei fatti ai cambiamenti climatici, richiamando l'urgenza di terminare il Mose e prendendosela addirittura con gli ambientalisti che non gli permetterebbero di difendere la città a colpi di cemento, affermando che:”Questi sono evidentemente gli effetti dei cambiamenti climatici. Adesso tutti avranno capito che il Mose serve”.
Gli hanno risposto per le rime i giovani del centro sociale Morion (“Parole che sintetizzano l’orrore politico di cui questa città è vittima, la lucida follia e la corruzione morale che il nostro primo cittadino incarna chiamando in causa i cambiamenti climatici per allontanare le responsabilità politiche”) ed anche il movimento No Navi che afferma come “Quello che è successo non è una fatalità: l’acqua alta fa da sempre parte della vita della laguna, ma picchi del genere non sono naturali. Questi picchi arrivano se si scavano canali nuovi, cambiando per sempre l’equilibrio lagunare. Arrivano se si tagliano i fondi al Centro Maree, che non è più in grado di garantire un’efficienza totale. E non raccontiamoci bugie: non sarà il Mose, una grande opera devastante, costata miliardi, mai finita, fonte di speculazioni e tangenti, a risolvere la situazione!”.
Inoltre, dopo i molti passaggi politici su san Marco allagata, ci sono state anche alcune contestazioni: sul ponte di Rialto gli attivisti del movimento 'Fridays for future" hanno srotolato uno striscione con su scritto "Da Venezia a Matera, basta passerelle elettorali", e all'arrivo della presidente del Senato in piazzale Roma un'altra protesta è stata inscenata da un gruppo di manifestanti, attrezzati con pala e stivaloni da acqua alta.
Proteste anche da parte dei residenti dell'isola di Pellestrina, che hanno accusato pesantemente l'amministrazione comunale di aver speso vanamente milioni di euro di soldi pubblici installando centraline elettriche a poca distanza dal suolo, rendendole così facilmente aggredibili dalle maree, con tutto ciò che ne consegue in termini di sicurezza e di inefficienza per l'azionamento dei dispositivi di pompaggio.
 

Il Mose
Regione Veneto, governo e comune (oggi a favore), stanno parlando incessantemente solo dell'urgenza di completare il Mose, l'opera simbolo della corruzione del malaffare del capitalismo italiano.
Lo invocano tutti a gran voce, definendolo “la soluzione”, dall'aspirante duce capo della Lega Matteo Salvini, passando per Forza Italia e Partito democratico, per arrivare fino al movimento 5 stelle che sull'opera effettua l'ennesimo testa-coda, turandosi il naso chiedendone un rapido completamento.
Illudersi, o meglio, illudere una popolazione di risolvere un problema così grande e difficile con una diga pensata dopo l’alluvione del 1966, più di cinquanta anni fa, quando nessuno sapeva ancora cosa fossero i cambiamenti climatici, significa semplicemente girare colpevolmente la testa dall'altra parte.
Il Mose, e più precisamente i partiti che lo hanno sponsorizzato e gestito, sono in realtà i colpevoli dei rischi che corre Venezia, poiché oltre allo sperpero di denaro senza precedenti (è costato finora 5,3 miliardi di euro, di cui uno circa di tangenti, su una previsione finale di 5,5 ma in crescita, per il cui termine occorrono almeno altri 200 milioni, senza contare i circa cento milioni annui che serviranno per la manutenzione dell'Ente gestore ancora da individuare), l'opera ha ingessato la realizzazione di altri interventi di ripristino e di manutenzione dell'ecosistema lagunare di una certa rilevanza nell'ultimo mezzo secolo.
Le 78 paratoie mobili già installate sul fondale delle tre bocche d’ingresso in Laguna (Lido, Chioggia e Malamocco) sulle quali stanno emergendo grosse problematiche di corrosione, ruggine, sabbia negli ingranaggi, vibrazioni, tenuta dubbia delle saldature e dei meccanismi, sono l'effettivo raggiungimento di un progetto in ballo dagli anni Ottanta, per la precisione dal 3 novembre 1988 quando sfilarono a Venezia il vicepremier socialista Gianni De Michelis, il ministro delle Partecipazioni statali Carlo Fracanzani, il Presidente della regione Veneto Carlo Bernini ed il sindaco di Venezia Carlo Casellati, assieme al “Consorzio Venezia Nuova” guidato da Luigi Zanda e Giovanni Mazzacurati, approvato poi dal "Comitatone" per la salvaguardia di Venezia nella primavera del 2003 al quale il governo Prodi diede il via libera definitivo nel 2006.
Già in quell'anno però (2006) uno studio di Principia, leader mondiale nel campo della modellistica, metteva in guardia sull'efficacia della costosissima opera poiché, con particolari condizioni di mare (onda di 2,2 metri con frequenza di 8 secondi), si sarebbe potuto generare l’effetto "risonanza", che renderebbe le paratoie instabili e inefficaci.
Inoltre Armando Danella, membro dell’associazione AmbienteVenezia e consulente della ex giunta Cacciari che si opponeva al progetto, spiegava che nel 2003, quando hanno definito il progetto Mose, “hanno calcolato un innalzamento del livello del mare, dovuto al riscaldamento globale, di appena 22 centimetri in un secolo. Ipotizzavano di azionarlo 6 volte all’anno, quando l’alta marea raggiungeva 1 metro e dieci dal medio mare. Hanno sottovalutato tutto: le più recenti previsioni stimano in 90 centimetri l’innalzamento del livello del mare, e infatti già nel 2018 il Mose sarebbe entrato in funzione venti volte. In questo modo, senza il ricircolo dell’acqua e l’ossigenazione necessaria, la Laguna diventerà una fogna”.
Negli anni a venire non si contano gli indagati e gli arresti per costituzione dei fondi neri e corruzione, che attraversano tutto lo scenario politico da “sinistra” a destra; provvedimenti e reati fra i quali spiccano quelli di Mazzacurati, del sindaco PD Giorgio Orsoni, di Marco Milanese, consigliere economico dell'ex-ministro Tremonti, del magistrato della Corte dei Conti Vittorio Giuseppone e soprattutto di Giancarlo Galan, ex-presidente del Veneto in quota Forza Italia che dal 2005 al 2011 avrebbe ricevuto milioni di euro e ristrutturazioni della sua super villa con i soldi del consorzio di provenienza pubblica.
 

Salvare Venezia e la laguna veneta
Gli avvenimenti di Venezia ci raccontano di fatto la stessa storia propria di tutte le politiche ambientali di miglioramento, manutenzione o ripristino che si voglia, che hanno contraddistinto il nostro Paese nel dopoguerra.
Incuria e degrado giustificati da grandi opere inutili per l'ambiente e per le popolazioni, ma essenziali per lo sporco giro di denaro che esse rappresentano nell'interesse di imprese senza scrupoli e di politici corrotti.
In sintesi, ormai poco altro c'è da dire sul Mose, forse l'unica grande opera approvata pur avendo ottenuto una Valutazione di Impatto Ambientale negativa, tranne far notare che, se si “sprecheranno” altri 200 milioni per completarlo accertandone poi l'inefficacia e il potenziale dannoso per l'ecosistema lagunare, sarà del tutto inutile continuare a sprecare i 100 milioni all'anno per farlo restare in vita.
Il suo destino quindi, al di là di quanto sostengono oggi sindaco, regione e governo, sarà quello di giacere in fondo al mare a perenne monito dell'inefficienza e della corruzione del capitalismo italiano e dei governi che lo sostengono.
Pur comprendendo l'eccezionalità della questione veneziana, il contesto nel quale dovremmo operare è lo stesso applicabile ovunque, è cioè la necessità di salvaguardare il territorio attraverso interventi graduali, sperimentali e reversibili combinati con interventi di riequilibrio strutturale dell’ecosistema.
Venezia, ad esempio, Mose o non Mose, non può prescindere dal rialzo dei fondali e del terreno su cui poggia la città, dal ripristino della morfologia devastata dagli interventi umani, dal potenziamento dei litorali e dai restringimenti delle bocche di porto, aperti nel nome del commercio e del turismo, e quindi del profitto capitalista.

Sott'acqua anche altre città
Insieme a Venezia sono finite sott'acqua decine di altre città e piccoli centri. Da Nord al Sud del Paese l'ondata di maltempo si è abbattuto su un territorio devastato dalla cementificazione selvaggia, dall'incuria e dall'abbandono che negli anni hanno prodotto un dissesto idrogeologico gravissimo e generalizzato.
Allagamenti, frane e smottamenti si sono verificati il 12 novembre anche a Matera con piogge torrenziali e venti che hanno superato i 100km/h. Fiumi d'acqua mista a fango e detriti si sono riversati nella zona dei Sassi e in alcune vie degli storici rioni provocando seri danni in alcune abitazioni, il parziale allagamento del pronto soccorso dell’ospedale cittadino, crolli, smottamenti e ingenti danni alle attività commerciali e ad alcuni edifici pubblici. I maggiori problemi sono stati segnalati in via Lucana.
Critica la situazione anche sulla fascia jonica nella zona di Metaponto , già duramente colpita dalle devastanti alluvioni del 2011 e del 2013, dove la pioggia abbondante e una serie di trombe d’aria per fortuna questa volta non hanno provocato vittime ma hanno devastato case, capannoni, serre e strutture che ospitano le coltivazioni d’eccellenza del territorio, con decine di famiglie sfollate a Policoro, Scanzano e Metaponto e in tutta la zona immediatamente a ridosso della costa.
In grande difficoltà anche le aree montane del Veneto Orientale con elevato il rischio di frane in molte zone e allarme esondazioni anche per corsi d'acqua minori che sono tracimati invadendo strade e campi.
Situazione molto difficile anche in Trentino Alto Adige per la neve copiosa e le piogge abbondanti. Si registrano frane, smottamenti, crolli di muretti a secco, strade poderali interrotte.
In provincia di Bolzano ci sono Masi isolati da mercoledì 13 novembre e migliaia di abitazioni senza energia elettrica.
In provincia di Cuneo e nella zona dell'Appennino ligure della provincia di Alessandria , il maltempo ha piegato gli alberi di nocciolo, castagno e dei vivai.
In Emilia Romagna si vive in una situazione di allerta continua da settimane: esondazioni si sono verificate a Bologna; un argine di un canale della bonifica nella Bassa Modenese non ha tenuto, allagando le campagne. E le previsioni di ulteriori piogge aggravano la situazione.
Ingenti i danni in Toscana dove la Regione ha già chiesto lo stato di calamità. Osservato speciale: l'Arno in piena, che il 17 novembre ha provocato l'allagamento del centro storico di Empoli. Danni ingenti anche in Maremma dove, secondo Confagricoltura, tra terreni allagati e strutture andate perdute o rovinate, la stima potrebbe essere di diversi milioni di euro.
In Piemonte e Lombardia alcune produzioni sono ancora da raccogliere, come nel caso di mais, soia, riso; ci sono poi gravi problemi dovuti alle mancate o ritardate semine dei cereali autunno vernini, erba medica e cover da utilizzare come sovescio.
Secondo l’Osservatorio di Legambiente dal 2010 a inizio novembre 2019 si sono registrati danni rilevanti dovuti al maltempo in 350 Comuni, 73 giorni di stop a metro e treni, 72 giorni di blackout elettrici. Aumentano frequenza e impatti delle ondate di calore. “Siamo l’unico grande Paese europeo – nota Legambiente – senza un piano di adattamento al clima. Invertire il rapporto di spesa tra la riparazione dei danni e la prevenzione, oggi 4 a 1”.
Sempre negli ultimi 10 anni, secondo Coldiretti, il maltempo è costato all’agricoltura italiana 14 miliardi di euro. Solo nell’ultimo anno, in base a un’elaborazione di Coldiretti “sono più che raddoppiate in Italia le tempeste di pioggia, vento, neve, grandine e trombe d'aria, con un aumento record del +121%”.
Le responsabilità di tutto questo ricadono interamente sulle spalle dei governi centrale, locale e regionale che poco o nulla hanno fatto per tutelare il territorio e difendere la popolazione da questi disastri.

20 novembre 2019