Hong Kong
Le forze anti-Pechino conquistano 396 seggi su 452 alle elezioni distrettuali
Elettoralmente e politicamente vincono le proteste di piazza per la democrazia in corso da 5 mesi

 
Nelle elezioni locali del 24 novembre a Hong Kong si è fatta sentire in maniera inequivocabile l'onda lunga delle lotte delle masse popolari in corso da 5 mesi: quasi 3 milioni di elettori si sono recati alle urne, il 71,2% degli aventi diritto con una percentuale molto superiore al 47% registrato nelle elezioni precedenti del 2015, e le forze anti-Pechino hanno conquistato 396 seggi su 452 e la maggioranza in 17 dei 18 distretti. Una netta vittoria elettorale e politica delle proteste di piazza per la democrazia nella ex colonia britannica contro il governo locale imposto da Pechino e la politica cinese di accelerazione dell'inglobamento di Hong Kong.
Le proteste erano iniziate a giugno per respingere la proposta governativa di riforma della legge sull’estradizione verso gli altri paesi, Cina compresa, ritenuta uno strumento per facilitare l’ingerenza cinese sullo stato semi-autonomo della città. Solo dopo mesi di proteste e scontri la governatrice Carrie Lam aveva ritirato la proposta ma oramai nel mirino della protesta c'è tutta la politica filocinese del governo, centrata sulle dimissioni della governatrice.
Una vittoria elettorale importante delle forze anti-Pechino ma comunque simbolica dato che le responsabilità dei consiglieri distrettuali sono strettamente locali, legate alla gestione delle spese nel territorio, dalla viabilità alla raccolta dei rifiuti, senza alcuna influenza sul Consiglio legislativo, il Parlamento di Hong Kong. Come hanno un peso quasi rappresentativo nel Comitato elettorale che elegge il capo del governo, 117 su 1.200 membri, dove a maggioranza è nominata e controllata da Pechino.
“Hong Kong è parte integrante della Cina qualunque cosa accada”, commentava il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e un suo portavoce ripeteva che Pechino “sostiene con risolutezza” il governo della Regione Amministrativa Speciale della capo esecutivo Carrie Lam e aveva gioco facile nel respingere i tentativi di ingerenza dell'imperialismo americano che il 27 novembre si ripetevano con la firma da parte del presidente Donald Trump dell'Hong Kong Human Rights and Democracy Act, un disegno di legge che vincola il trattamento commerciale speciale riservato dagli Usa a Hong Kong al mantenimento dei diritti umani e civili nella ex colonia britannica e dell'autonomia prevista della regione amministrativa speciale. Trump minacciava sanzioni “per tutti i funzionari locali responsabili di violazioni dei diritti umani” ma ovviamente alla Casa Bianca non intressa nulla delle ragioni e dell'incolumità dei manifestanti di Hong Kong, vuole solo tenere sotto pressione la concorrente imperialista Cina nella guerra dei dazi in corso.
 

4 dicembre 2019