Vertice di Mosca
Accordo tra Putin e Erdogan sul cessate il fuoco a Idlib
Il burattinaio di Assad si è dichiarato “soddisfatto”. Il dittatore fascista turco si riserva “il diritto di usare la forza per rispondere a qualsiasi attacco da parte del regime”

 
Le relazioni tra Turchia e Russia sono profondamente radicate nella storia, si estendono per oltre cinque secoli, la cooperazione economica e militare è ancora molto forte e su queste basi è possibile trovare una intesa anche nella gestione della crisi a Idlib in Siria, sosteneva il presidente turco Erdogan il 5 marzo a Mosca nel colloquio col collega imperialista Putin. La ricerca di una tregua e di un nuovo punto di equilibrio nella spartizione della Siria tra Mosca e Ankara si era resa necessaria dopo che lo scontro tra i loro protetti, le formazioni armate dell'opposizione siriana e l'esercito di Damasco, nella regione erano arrivate fino al coinvolgimento diretto di aviazione russa e artiglieria turca. Le sei ore di colloquio al Cremlino hanno prodotto un accordo di cessate il fuoco, un meccanismo di controllo della tregua e la creazione di un corridoio per il rientro degli sfollati ma ancora una volta appare evidente che Putin e Erdogan non pensano agli interessi del popolo siriano quanto ai loro interessi imperialisti di spartizione e controllo della Siria. Che è pur sempre un paese sovrano ma assente a Mosca. Perché la sua sovranità è stata messa dal regime di Assad nelle mani della Russia, che bombarda anche a Idlib da mesi e alimenta il numero dei morti civili e dei profughi che scappano dalla guerra; è limitata dall'invasione dell'esercito turco nelle regioni curde e siriane del nord, una volta fallita l'azione dei gruppi di opposizione finanziati dal governo di Ankara che agivano in varie parti del paese e infine concentrati nella polveriera di Idlib.
L'ipocrisia imperialista di Putin e Erdogan risalta proprio a partire dai loro continui richiami al rispetto dell'integrità territoriale della Siria, che entrambi calpestano, e dalla necessità di combattere i “terroristi”, che una volta era lo Stato islamico oggi così definiscono i rispettivi alleati.
L'accordo siglato nel vertice di Mosca tra Putin e Erdogan è riportato in sintesi nel “Protocollo aggiuntivo al memorandum sulla stabilizzazione della situazione nell'area di declassamento di Idlib” che si apre con l'affermazione “la Repubblica di Turchia e la Federazione russa, quali garanti del rispetto del regime di cessate il fuoco nella Repubblica araba siriana”, che autoassolve i protagonisti della guerra e
una volta ricordate la intese precedenti del 2017 e 2018 garantiva anzitutto “il loro forte impegno per la sovranità, l'indipendenza, l'unità e l'integrità territoriale della Repubblica araba siriana” e “la loro determinazione a combattere tutte le forme di terrorismo e ad eliminare tutti i gruppi terroristici in Siria”. Il documento, sistemato lo scenario a uso e consumo dei due protagonisti imperialisti, proclamava la cessazione di tutte le azioni militari lungo la linea di contatto nell'area di de-escalation di Idlib a partire dal 6 marzo; la definizione entro 7 giorni tra i ministeri della Difesa dei due paesi di un corridoio di sicurezza di 6 chilometri di profondità a nord e altrettanti a sud dall'autostrada M4; l'inizio del pattugliamento congiunto turco-russo il 15 marzo lungo un pezzo dell'autostrada M4.
Un Putin “soddisfatto” dei risultati, nella conferenza stampa al termine del vertice presentava la versione di Mosca. Accusava le “bande criminali” che operano a Idlib di aver bombardato dall'inizio dell'anno le truppe del governo siriano e le aree civili, nonché la base aerea russa Khmeimim e di aver rotto la tregua. La soluzione per ripristinarla era quella definita nel protocollo e nel più ampio documento comune messo a punto dalle due delegazioni.
Erdogan rispondeva sostenendo che gli attacchi iniziati a marzo dalle forze “del regime sono diventati più frequenti, il che ha portato a vittime tra i civili” e violato l'accordo di tregua su Idlib del 2018. Insomma la colpa della fiammata di guerra nella zona è di Damasco, sosteneva Erdogan che rivendicava il diritto di aver risposto coi droni agli attacchi governativi e minacciava che “la Turchia si riserva il diritto di usare la forza per rispondere a qualsiasi attacco da parte del regime”. Addossava la colpa di aver provocato un nuovo esodo di profughi solamente al regime siriano accusato di “devastare la regione di Idlib e mettere la Turchia in una posizione difficile, affrontando una nuova ondata di rifugiati”. E ammoniva che “senza dubbio, la Turchia non resterà inattiva di fronte a tale minaccia”.
Chiudeva garantendo che “continueremo a lavorare sulla base del principio dell'integrità territoriale della Siria”, nella parte rimasta a Damasco non certo in quella bella fetta dove hanno messo gli stivaloni i soldati turchi.

11 marzo 2020