A proposito dell'Editoriale della compagna Monica Martenghi sull'8 Marzo
Viva l’8 marzo nel senso originario e genuino della storia proletaria

di Giovanni - Molise
Ho letto l’articolo della nostra stimata compagna Monica sulla Giornata internazionale dei diritti della donna. Il lavoro da lei fatto mi pare oggettivamente esaustivo e ben esposto; fin troppo! È difficile fare un commento su uno scritto così intellegibile e completo. Ho deciso, pertanto, di limitarmi a qualche considerazione generale e, soprattutto, ad approfondire il legame storico fra socialismo e 8 marzo.
La Responsabile della commissione donne del CC del Partito ha, giustamente, dedicato l’apertura del suo lavoro proprio ad un’analisi storica: il titolo, non a caso, è stato “Acquisire la cultura storica dell’8 marzo”. Ciò per evidenziare una questione di principio per noi marxisti-leninisti: abbiamo sempre inteso la battaglia per l’emancipazione femminile come uno dei nostri compiti prioritari e a cui abbiamo maggiormente mirato nelle nostre lotte; lotte, per l’appunto, in quanto la battaglia per l’uguaglianza uomo-donna rientra nel quadro più generale della lotta di classe, della lotta per l’emancipazione del proletariato dal giuoco infernale e dalle catene del capitalismo. La borghesia, ovviamente, da par suo ha sempre cercato, specie negli ultimi decenni, di spezzare questo legame fra giustizia per le donne e giustizia per il proletariato, proprio per minare la solidarietà di classe, per confondere le idee, per evitare che metà del genere umano apra gli occhi su stesse come soggetti pensanti e come membri, a pieno titolo, della classe degli sfruttati. Non a caso, il PCI è stato sempre in prima fila per spostare a destra il senso di questa giornata, di svuotarla dei suoi ideali di emancipazione; oppure, pensiamo a come spesso si parli erroneamente (anzi, volutamente) di “festa della donna” invece che “Giornata internazionale dei diritti della donna”. Su tali aspetti tornerò a breve, ora, spazio alla storia.
 
La vergognosa situazione in cui versavano le donne alla fine dell’800, venne denunciata e trattata in modo sistematico, per la prima volta, proprio da noi proletari nel famoso VII congresso della II Internazionale socialista del 1907. Sotto l’egida di Lenin, tra i massimi responsabili dei lavori, venne deciso di spronare i partiti socialisti di tutto il mondo a mettere ai primi posti la questione femminile, invitando uomini e donne a trovare modalità di interazione paritarie e rispettose per quest’ultime, cercando di scrollarsi definitivamente di dosso la barbara e retrograda cultura maschilista e catto-schiavista nella quale, all’epoca, bene o male tutti erano stati educati e cresciuti. Tra l’altro, fu proprio a seguito di quei giorni che nacque la prima stampa internazionale dedicata alle donne, l’organo “L’uguaglianza”. Da subito, quindi, le donne stesse associarono l’8 marzo al socialismo: le prime manifestazioni femminili del secolo videro una sempre massiccia presenza di bandiere rosse per richiamarsi alla Comune parigina del 1848, oppure la si organizzava in concomitanza col 1 maggio per ovvi motivi ideologici di solidarietà di classe. Come non ricordare, poi, l’8 marzo del 1917 a “casa nostra”: quel giorno, in quella che era ancora la Russia, a San Pietroburgo migliaia di donne scesero in piazza con cartelli e bandiere rosse per reclamare i loro diritti e anche per chiedere la cessazione della guerra. Persino i peggio fascio-maschilisti reazionari, a capo delle forze di sicurezza zariste, furono costretti a non disperdere l’imponente manifestazione che universalmente venne riconosciuta come uno dei principali momenti che segnarono la fine del potere dei Romanov.
 
Purtroppo, col primo dopoguerra, le potenze imperialiste occidentali cercarono di intromettersi ora col bastone ora con la carota, nella saldatura 8 marzo – socialismo con i movimenti femministi piccolo borghesi, con il maschilismo aperto, violento e fascista dei regimi nazionalsocialisti, ecc. Le cose andarono peggio con il secondo dopoguerra: bisognava contenere la “minaccia rossa”, staccare il più possibile le masse dalla dottrina marxista-leninista. In tale ottica, si rivelò naturale per la borghesia occidentale, confondere le idee del proletariato, specie quello femminile: gli infami imperialisti optarono per la tattica migliore, ovvero non combattere frontalmente le donne (anche se a tale tattica non si rinunciò mai del tutto) ma optando una strategia più ragionata e melliflua, inventando false teorie di parità di genere, assurde corbellerie di femminismo, società femminista e macchinazioni culturali di vario genere. La donna schiava, invece, è e resta uno degli elementi di base della società borghese: la donna schiava, costretta alla prostituzione per il piacere maschile, oppure schiava in famiglia, vergine immacolata che deve avere il suo massimo e unico sogno di vita nel consacrarsi ad un uomo per tutta l’esistenza, fare figli e sgobbare tra le mura domestiche, è l’elemento di base dello stato capitalista, che poggia proprio sulla famiglia come cellula di partenza: luogo in cui la donna deve essere e restare “a disposizione”.

La posta in gioco era troppo alta per la classe dominante, bisognava urgentemente rompere il monopolio comunista su tale battaglia. Ecco, come dicevo, che iniziò e continuò la mistificazione della storia secondo cui non sarebbe vero che i movimenti socialisti difesero da subito questa battaglia, Lenin e l’Internazionale socialista non avrebbero fatto nulla per le donne, o almeno non sarebbero stati i primi. Ecco quindi le prime leggende che le donne, prima delle attenzioni dei partiti socialisti, si fossero già messe all’opera (guarda caso in America) regalandosi una giornata di festa (di festa, non di lotta, si badi bene) per ricordare le colleghe lavoratrici morte ora in una fabbrica a New York, ora in uno sciopero a Boston, ora in altro modo, ecc. ... i “liberali” non sono stati nemmeno capaci di specificare di quale evento si parlasse! Insomma, classica tattica della borghesia: mistificare, buttare il seme malvagio del dubbio, restare sull’incerto, sul piano metafisico, staccare il pensiero dal suo rapporto reale con gli eventi effettivamente accaduti. Peggio, arrivarono le prima ipocrite (e comunque tardissime) iniziative borghesi: “decennio delle nazioni unite per le donne”, “Anno internazionale delle donne” e simili iniziative che seppur hanno avuto un minimo di valenza per contrastare, molto minimamente, il maschilismo imperante in occidente, nei fatti si sono rivelate mere chiacchiere. A che serve cianciare di parità se poi tutto resta sulla carta o se le conseguenze pratiche sono comunque blande e richiedono decenni?
 

Le conseguenze della società capitalista sono sotto gli occhi di tutti: limitandoci all’Italia (per non citare i casi ben peggiori in cui versano le donne nei paesi capitalisti del “terzo mondo”), paese “civile, democratico, paritario e tollerante”, come chi ci governa suole dipingerci, meno del 50% delle donne ha un lavoro, sempre meno retribuito rispetto agli uomini, sempre più part-time o dequalificato; le donne sono sempre, in massa, relegate o costrette agli straordinari in famiglia per casa, figli, anziani; come non ricordare poi i tanti femminicidi, spesso compiuti da fidanzati, mariti o partner per punire, con la vita, una donna che sceglie di mettere fine ad una relazione che evidentemente non andava più bene.
 
Come detto dalla nostra compagna, tutto ciò ha un unico colpevole, il capitalismo: “Attraverso la schiavitù domestica e familiare delle donne il capitalismo si assicura servizi sociali e assistenziali privati senza sottrarre un centesimo ai suoi profitti. La famiglia è il principale e irrinunciabile ammortizzatore sociale della società capitalistica”. Corretto, quindi, l’appello alle donne a non concentrarsi limitatamente alla violenza di genere e ai diritti civili ma impegnarsi anche sui diritti economici e sociali, allargando e coinvolgendo sempre più persone su tali iniziative. Lavoriamo quindi, tutti, con passione, per diffondere e far comprendere alle donne, specialmente alle più agguerrite e determinate, alle gloriose avanguardie femminili operaie e studentesse, “la cultura, la coscienza, la pratica e la mentalità proletaria rivoluzionaria attraverso lo studio e l’applicazione del marxismo-leninismo pensiero di Mao e della linea del PMLI perché non c’è futuro, non c’è giustizia sociale, non c’è emancipazione delle donne se non si abbatte il capitalismo e il potere della borghesia e non si conquista il socialismo”.
 
Viva l’8 marzo nel senso originario e genuino della storia proletaria, viva le donne emancipate dal gioco schiavista di religione, capitalismo e fascismo.
Unitevi ed uniamoci nel PMLI per la vostra, nostra, collettiva libertà!

31 marzo 2020