Viva la Giornata internazionale delle lavoratrici e dei lavoratori!
Acquisire la cultura storica del 1° Maggio
di Andrea Cammilli *

Buon Primo Maggio alle lavoratrici e ai lavoratori che in tutto il mondo si trovano a combattere contro lo sfruttamento capitalistico e in più devono lottare contro la borghesia, che per conservare intatti i suoi profitti li vuole tenere alla produzione nonostante l'emergenza sanitaria del Coronavirus. Celebriamo questo importante appuntamento con spirito rivoluzionario, di classe, di mobilitazione, che sono i tratti caratteristici della cultura storica che stanno alla base della Giornata Internazionale delle lavoratrici e dei lavoratori.
 

Le origini di classe del 1° Maggio
Non dobbiamo cedere a chi vuole stravolgere il significato del Primo Maggio e, approfittando dell'emergenza Covid-19, dare un significato nazionalista, patriottardo e interclassista a questa data. La quale è invece indissolubilmente legata alle battaglie e all'emancipazione del proletariato di tutto il mondo. La sua nascita è legata alla lotta per la conquista della giornata lavorativa di otto ore partita negli Stati Uniti e la data fu scelta in riferimento alla manifestazione dei lavoratori tenutasi a Chicago nel 1886 a cui seguì nei giorni successivi la repressione poliziesca che causò morti e feriti.
Fu la Seconda Internazionale, tre anni dopo, a istituire ufficialmente la Giornata Internazionale dei lavoratori. L'Internazionale era l'organizzazione mondiale che raggruppava i partiti e le organizzazioni del movimento operaio. Con la vittoria della Rivoluzione d'Ottobre e la conquista del socialismo in Urss, il Primo Maggio oltre alle 8 ore cominciò a rivendicare obiettivi politici e sociali più ampi, fino a giungere a rivendicare una nuova società che sostituisse il capitalismo abolendo lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
Una ricorrenza e una giornata di lotta con marcati caratteri di classe che i partiti storici nati per la rivoluzione e il socialismo e che poi hanno sposato il capitalismo, e i sindacati allontanatisi definitivamente dalla lotta di classe, hanno nei decenni snaturato, trasformandola in una festa del “mondo produttivo”, che non ha niente a che vedere con il carattere storico originale del Primo Maggio.
 

L'emergenza Coronavirus
Dopo tanti anni il 1° Maggio non sarà celebrato pubblicamente, non ci saranno manifestazioni capaci di riunire nelle piazze le masse lavoratrici, pensionate, popolari, femminili e giovanili. Non succedeva dai tempi del ventennio fascista, che lo abolì già nel 1924. Quasi sicuramente saranno annullate anche le iniziative a livello locale. Tuttavia anziché abdicare del tutto i sindacati, con tutte le precauzioni del caso, potevano organizzare iniziative a “bassa intensità” che avrebbero dato comunque un segnale di mobilitazione, più che mai necessario in questa situazione. L'Anpi e anche il papa non hanno rinunciato del tutto alle proprie celebrazioni.
Col pretesto del Coronavirus (di cui non sottovalutiamo la pericolosità) si stanno negando oramai anche i più elementari diritti democratico-borghesi: il diritto di sciopero, di assemblea, di manifestare, di votare, di muoversi. Con lo stesso pretesto il governo Conte 2 ha impresso una forte accelerazione al presidenzialismo accentrando tutti i poteri nelle mani del premier, instaurando una dittatura personale che ha svuotato del tutto il ruolo del parlamento e della democrazia borghese.
Il Covid-19 è il frutto amaro del capitalismo: della devastazione della natura, della perdita della biodiversità, della distruzione dell’habitat delle specie selvatiche, della deforestazione, dell’inquinamento dell’ambiente, dei mari e dell’aria, degli allevamenti intensivi, della devastazione e saccheggio dei territori alla ricerca dei metalli rari, della folle urbanizzazione, dei cambiamenti climatici. Un fattore che ha anticipato l'esplosione di una nuova crisi capitalistica che già si profilava all'orizzonte.
In Italia, ma non solo, le conseguenze del virus sono state amplificate dalla distruzione del sistema sanitario pubblico compiuta negli anni da tutti i governi guidati sia dalla destra che dalla “sinistra” borghese. Sono stati eliminati centinaia di ospedali, migliaia di letti, ridotti i posti per la rianimazione, l'assistenza agli anziani, bloccate le assunzioni di personale e dall'altra parte tolto quote di finanziamento con la sanità integrativa e foraggiata quella privata che nel momento del bisogno non è stata in grado di dare alcun aiuto nella cura dei contagiati dal Covid-19.
Il nostro pensiero va anzitutto ai lavoratori della sanità: dai medici agli infermieri, agli oss, agli addetti alle pulizie ospedaliere, caduti a centinaia sul posto di lavoro. Alle lavoratrici e ai lavoratori che ci assicurano il cibo, le medicine, i servizi pubblici essenziali, i trasporti, l’informazione e agli operai delle fabbriche rimaste aperte che con le loro lotte sono riusciti a imporre una serrata, seppur parziale, alle aziende non essenziali e maggiore sicurezza sui posti di lavoro, scioperando con la parola d'ordine: Non siamo carne da macello.
La Confindustria e i padroni hanno cercato a tutti costi di non fermare le produzioni. Non hanno esitato a mettere a repentaglio la salute delle lavoratrici e dei lavoratori e della popolazione alla ricerca del profitto capitalistico. In Lombardia, la regione più colpita d'Italia e anche la più industrializzata, le associazioni padronali e singoli industriali hanno premuto sulle istituzioni, nazionali e locali, per lasciare aperte tutte le fabbriche.
L'associazione lombarda chiedeva di “garantire la continuità aziendale”, alcuni imprenditori della bergamasca descrivevano la chiusura come “disastro totale”, mentre la Confindustria provinciale pubblicava un video rivolto all'estero allo scopo di non perdere le commesse dal titolo “Bergamo is running” (sta correndo) e ancora l'11 marzo il suo presidente, Marco Bonometti dichiarava: “è indispensabile tenere aperte le aziende”. Mentre venivano prese rigide misure per limitare gli spostamenti personali e la libertà della popolazione, gli operai e i lavoratori erano costretti a mandare avanti produzioni, servizi e commerci tutt'altro che essenziali senza nessun tutela della loro salute. La Regione Lombardia, diretta dal “centro-destra” con alla testa Fontana, ha fallito su tutta la linea. Va commissariata.
L'emergenza sanitaria a livello nazionale ha messo a nudo le condizioni di lavoro di milioni di operai, impiegati, piccoli artigiani, partite Iva, stagionali, donne e uomini che operano nel campo dell'assistenza sanitaria e sociale, che negli ultimi decenni si sono fatte sempre più insicure, malpagate e precarie, per non parlare dei lavoratori a nero, dei migranti e degli italiani schiavizzati in agricoltura e in altri settori. Condizioni che vengono solitamente e volutamente ignorate dai media di regime.
 

Sindacati istituzionalizzati e inadeguati
L'emergenza sanitaria ha confermato che i sindacati confederali sono del tutto inadeguati a sostenere gli interessi immediati delle lavoratrici e dei lavoratori. Partecipi attivi alla “unità nazionale” invocata dai padroni e dal governo Conte, si sono attivati solo quando le mobilitazioni spontanee dei lavoratori e hanno finito per svolgere un ruolo istituzionale e di mediazione filogovernativo e filopadronale, mentre nelle fabbriche le operaie e gli operai diventano vittime della diffusione del virus.
Una linea che le tre sigle sindacali, compresa quella che dovrebbe rappresentare la classe operaia più avanzata, ossia la Cgil, continuano a sostenere, tanto che Landini ha recentemente affermato: “deve esserci un livello di unità e concordia generale”. L'epidemia da Coronavirus è per questi sindacalisti collaborazionisti solo un'ulteriore occasione per rilanciare con ancora più forza la loro politica collaborazionista filopadronale, cogestionaria e corporativista.
Respingiamo risolutamente la proposta, avanzata recentemente dal segretario della Fillea-Cgil (gli edili), dei Comitati Aziendali per la Ripartenza (CAR). Organizzazioni miste di lavoratori e padroni per collaborare assieme, che richiamano direttamente il corporativismo storico di origine fascista. Un sistema dove i lavoratori non sono autonomi, ma subordinati all'interesse padronale e a quello più generale dello Stato, che esclude il conflitto tra le classi.
Facendo proprie le posizioni tradizionali del padronato e della destra, l'esponente della Cgil si richiama a due articoli della Costituzione mai attuati, il 39 (Rappresentanza) e il 46 (Partecipazione). Il 39 che trasforma i maggiori sindacati in appendici dello Stato investendoli del diritto alla contrattazione (escludendo tutti gli altri), il 46 che “riconosce” ai lavoratori il diritto a “collaborare” con le aziende, onde favorire la produzione, mettere in secondo piano le proprie rivendicazioni e rinunciare persino al diritto di sciopero.
Non ci può essere condivisione tra chi persegue obiettivi diversi. Nella società capitalistica esistono due interessi contrapposti e inconciliabili: quelli dei capitalisti e più in generale della borghesia, che si appropriano del lavoro della maggioranza della popolazione e in nome del profitto si accaparrano la parte preponderante della ricchezza e quelli del proletariato. Quest'ultimo produce tutta la ricchezza e manda avanti il Paese, ma non possiede né il potere economico né il potere politico.
Gli avvenimenti di questi mesi rendono quanto mai urgente l'esigenza di una nuova forma di sindacato. I sindacati confederali risultano oramai asserviti ai padroni e ai governi “amici”, i sindacati “di base” risultano troppo frammentati e in alcuni casi settari, anche se vanno loro riconosciute volontà di lotta e perseveranza contro il diktat della Confindustria per tenere le aziende aperte.
La proposta strategica del nostro Partito è quella di chiudere i vecchi sindacati e di costruire dal basso un grande sindacato delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati fondato sulla democrazia diretta e sul potere sindacale e contrattuale delle Assemblee generali. Cioè un unico sindacato che si liberi della soffocante e mastodontica burocrazia sindacale, corrotta e asservita ai partiti e alle istituzioni borghesi, che operi in difesa degli interessi fondamentali e immediati dei lavoratori e dei pensionati, senza vincoli e compatibilità dettate dai capitalisti e dal governo poiché è solo con la lotta di classe, con l’uso di tutti i metodi di lotta a disposizione che possono essere conquistati veri ed effettivi avanzamenti sociali per gli sfruttati e gli oppressi.
 

Non siamo tutti sulla stessa barca
La lotta di classe deve continuare perché non siamo tutti sulla stessa barca, è inevitabile che la borghesia e il capitalismo cercheranno, come hanno sempre fatto, di mantenere intatti i profitti anche con questa crisi, andando ad accrescere le disuguaglianze sociali e territoriali, le condizioni di vita e di lavoro delle masse, la disoccupazione e la povertà.
Il Segretario Generale del nostro partito compagno Giovanni Scuderi ha giustamente indicato nel suo importante Editoriale in occasione del 43° anniversario della fondazione del PMLI: “in nessun momento della vita sociale, nemmeno quando c’è una emergenza, foss’anche una guerra imperialista, mai bisogna mettere da parte la lotta di classe. Anzi, è proprio in questi momenti che bisogna tracciare una chiara e netta linea di demarcazione tra il proletariato e le masse popolari da una parte e la borghesia e il suo governo dall’altra parte. Perché gli interessi e le esigenze dei primi sono contrapposti a quelli dei secondi”.
Non facciamoci illusioni, frasi come “Ne usciremo tutti migliori”, “insieme ce la faremo”, “niente sarà come prima” sono demagogiche e funzionali a favorire una inesistente “unità nazionale”. I lavoratori devono agire in autonomia dal governo e dai padroni quando chiederanno nuovi sacrifici, e la compressione dei diritti politici e sociali e dei salari.
Lavoratori, sindacati e partiti anticapitalisti nell'immediato hanno il dovere di lottare per ottenere la piena copertura salariale e 1.200 euro al mese per chi è senza reddito e senza ammortizzatori sociali finché dura l’emergenza del Coronavirus; per il rafforzamento e lo sviluppo del sistema sanitario nazionale e l’abolizione della sanità privata; per l’abrogazione del titolo V della Costituzione e la relativa autonomia differenziata delle regioni; per l’abrogazione dell’articolo 81 della Costituzione che impone il pareggio di bilancio, della legge Fornero, del Jobs Act e dei decreti sicurezza, per la nazionalizzazione delle grandi aziende, comprese quelle farmaceutiche, e delle banche; per l’uscita dell’Italia dall’Unione europea imperialista considerando anche che non ha fatto nulla fin qui per aiutarci nella lotta contro il virus. Dobbiamo opporci alla militarizzazione del Paese e delle fabbriche, alla restrizione dei diritti democratico-borghesi, al controllo poliziesco, al divieto di scioperare e di protestare.
 

Mettere nel mirino il capitalismo
Con la pandemia del Coronavirus il capitalismo ha mostrato ancora una volta tutte le sue contraddizioni e la sua debolezza e inadeguatezza a partire dai sistemi sanitari. La sua economia è capace di muovere miliardi di dollari in pochi istanti, di realizzare armi distruttive, di comunicare con ogni angolo del globo, ma è incapace di garantire l'assistenza ai malati e di difendere la salute della popolazione.
Il capitalismo considera i lavoratori solo carne da macello. Esso non può essere corretto e reso “più umano e migliore”, perché è fondato sulla legge della ricerca del massimo profitto. Per il proletariato e per le masse lavoratrici non c'è alcun futuro all'interno del capitalismo, che va abbattuto per instaurare la loro società, il socialismo. Per questo devono acquisire la cultura storica del Primo Maggio, che è quella del socialismo elaborato da Marx ed Engels e realizzato da Lenin, Stalin e Mao, le opere fondamentali dei quali andrebbero studiate da tutte le sfruttate e gli oppressi, a partire dalle operaie e dagli operai.
Viva il 1° Maggio, concepito come Giornata internazionale delle lavoratrici e dei lavoratori!
Uniamoci per combattere e abbattere il governo Conte che ha assunto un carattere dittatoriale al servizio del regime capitalista neofascista!
Uniamoci per conquistare il socialismo e il potere politico del proletariato!
Coi Maestri e il PMLI vinceremo!
 
* Responsabile della Commissione per il lavoro di massa del CC del PMLI
 
 

22 aprile 2020