Il Decreto “Rilancio” una manna per le imprese, briciole per le masse
Troppo basso e breve il Reddito di emergenza. Troppo poco anche per sanità e scuola pubbliche. Insoddisfacente e discriminatoria la regolarizzazione dei braccianti migranti e delle badanti e colf. Scandaloso il cedimento del governo sull'Irap e sul prestito da 6,5 miliardi a Fca.
Nazionalizzare le grandi aziende e banche, Reddito di emergenza di 1.200 euro fino alla fine dell'anno

Lungi dal cogliere l'occasione di questa crisi senza precedenti per imprimere una svolta alla politica economica governativa, verso gli investimenti pubblici nella sanità, nella scuola, nei trasporti, nella cultura, nel turismo, nella difesa e manutenzione dell'ambiente, del territorio e del patrimonio edilizio, nello sviluppo del Sud e nelle energie rinnovabili e così via, il Decreto “Rilancio” da 55 miliardi, già annunciato a marzo e che al momento in cui scriviamo non è ancora arrivato alla firma del capo dello Stato, finisce per seguire la strada di ogni manovra economica di ogni governo borghese: soldi a pioggia sì, ma alle imprese. E quel che resta, cioè le briciole, alle masse. E questo al netto del doveroso e ancorché minimo sostegno alle piccole aziende e a milioni di lavoratori dipendenti, autonomi, partite Iva e altri lavoratori rimasti senza fonti di reddito,
Non c'è un piano di investimenti pubblici, e i soldi concessi alle imprese private, sia sotto forma di prestiti garantiti dallo Stato sia a fondo perduto, non sono nemmeno vincolati a precisi impegni di mantenimento dei livelli di occupazione. Manca anche ogni riferimento ai finanziamenti agli Enti locali, e in particolare ai Comuni, che hanno ormai le casse vuote per la sospensione degli introiti fiscali e saranno costretti a tagliare i servizi e l'assistenza ai cittadini. Inutile dire che tutti questi soldi sono messi in conto al già mostruoso debito statale, cioè alle generazioni future, giacché non si prende neanche stavolta in considerazione l'ipotesi di prenderli invece dal 10% più ricco della popolazione che si spartisce oltre la metà del reddito nazionale, attraverso una patrimoniale sulle grandi ricchezze, una tassazione veramente progressiva e colpendo finalmente l'evasione fiscale e la rendita parassitaria.
Questo decreto ribadisce fra l'altro la dittatura antivirus del premier Conte, estendendo quasi di soppiatto e senza una ragione plausibile di altri 6 mesi la scadenza dello stato di emergenza, fino al 31 gennaio 2021. Cosa che non è sfuggita a molti giuristi e accademici che da tempo chiedono a Conte di rientrare nei ranghi della Costituzione e della democrazia parlamentare borghesi. Tra questi citiamo una lettera aperta al presidente del Consiglio firmata da un nutrito gruppo di “professionisti del diritto” (avvocati e docenti universitari), e una lettera al presidente della Repubblica da parte dell'Osservatorio permanente sulla legalità costituzionale istituito presso il Comitato popolare beni pubblici e comuni Stefano Rodotà.
 

Ingenti finanziamenti alle imprese private
Dei 55 miliardi stanziati dal Decreto “Rilancio” le imprese ne ottengono ben 15, tra cancellazioni e sconti fiscali e contributi a fondo perduto per ricapitalizzazioni e spese di adeguamento della sicurezza al coronavirus, e questo al netto di 12 miliardi destinati a sbloccare i pagamenti della Pubblica amministrazione. Una fetta cospicua dell'intera torta, considerando che quasi metà della manovra, 25 miliardi, è assorbita dagli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, Reddito di emergenza, congedi parentali e bonus baby sitter, colf e badanti ecc.), che comunque vanno anche a vantaggio delle imprese perché scaricano sulla collettività la crisi economica. Mentre appena una manciata di miliardi resta per il sostegno alla spesa sociale, tra cui i settori mai stati così strategici come la sanità e la scuola; per non parlare del Meridione, completamente ignorato dal provvedimento, se non per un taglio ai Fondi strutturali 2021-2027 per destinarli al Nord a coprire i danni della pandemia, come denuncia in un documento l'Usb Campania.
Erano 10-11 miliardi fino ad una settimana prima, ma poi le pressioni della Confindustria del falco Bonomi, dall'esterno, e quelle di Renzi e del ministro M5S Patuanelli dall'interno, hanno fatto salire il conto di altri 4 miliardi imponendo al ministro dell'Economia Gualtieri il taglio secco dell'Irap (l'imposta regionale sulle attività produttive) del saldo di giugno e dell'acconto per il 2021. E non solo per le aziende in sofferenza, ma per tutte le imprese fino a 250 milioni di fatturato, anche le tantissime che non hanno mai smesso di lavorare e fare profitti, magari infischiandosene dei rischi fatti correre ai lavoratori.
Oltre al taglio indiscriminato dell'Irap per 4 miliardi ci sono altri 6 miliardi di contributi a fondo perduto per le piccole imprese fino a 5 milioni di ricavi, distribuiti in proporzione alle perdite subite ad aprile 2020 rispetto all'aprile 2019, che possono arrivare fino a circa 60 mila euro, con un minimo di 1.000 euro per le persone fisiche e 2.000 per le aziende, fondi erogati subito dall'Agenzia delle entrate. Per le imprese medie, tra i 5 e i 50 milioni di fatturato, è previsto un mix tra interventi statali tramite Invitalia fino a 6 milioni di euro, anche in parte a fondo perduto, e sconti fiscali ai soci, con un credito di imposta del 30% degli aumenti di capitale se si sono registrate perdite di un terzo dei ricavi. Non si potranno distribuire dividendi, ma non sarà necessario “mantenere i livelli occupazionali”: cioè si potrà licenziare, sia pure perdendo lo sconto sugli interessi da pagare sulle obbligazioni. Le grandi aziende, quelle sopra i 50 milioni di fatturato, in crisi o alle prese con ristrutturazioni e bisognose di prestiti, potranno contare sull'intervento della Cassa depositi e prestiti e un apposito fondo di 50 miliardi garantito dallo Stato, che potrà entrare anche nel capitale.
 

Altri interventi in favore delle imprese
Ci sono poi altri 2 miliardi alle imprese, tra crediti d'imposta e contributi a fondo perduto per 403 milioni da parte dell'Inail per la messa in sicurezza dei luoghi di lavoro, per attrezzature, strumenti di controllo, sanificazioni, acquisto DPI ecc. Le Regioni potranno erogare aiuti fino a 800 mila euro ad impresa, tra garanzie sulla liquidità, riduzione dei tassi sui prestiti e a fondo perduto: in particolare potranno pagare fino all'80% del salario dei dipendenti di aziende in crisi per evitare licenziamenti. Molto consistente inoltre è l'intervento per il settore del turismo, 4 miliardi, che includono il bonus vacanze fino a 500 euro per le famiglie con Isee fino a 40 mila euro, la sospensione dell'Imu per alberghi, B&B, campeggi e stabilimenti balneari e il rinvio a ottobre per tutti della tassa sull'occupazione del suolo (Tosap). Sarebbero da conteggiare negli aiuti alle imprese anche i bonus edilizi per l'adeguamento energetico e antisismico degli edifici, tramite un credito di imposta del 110% a beneficio del condominio o del singolo proprietario, cedibile a imprese e banche e quindi subito scontabile dalla spesa. Ma la tipologia di lavori piuttosto costosi e impegnativi fa prevedere che ne potrà usufruire solo una minoranza di cittadini di ceto medio-alto.
Anche il settore dell'editoria riceverà alcune centinaia di milioni, tra taglio dell'Iva forfettaria, credito d'imposta sulla pubblicità e sulle spese per il digitale. Vanno messi in conto altri aiuti, anche a fondo perduto, come un pacchetto di 450 milioni per il settore dell'export, il credito di imposta del 60% per gli affitti delle imprese fino a 5 milioni e perdita del fatturato del 50% ad aprile, limite che non vale per gli alberghi, il taglio di 600 milioni alle bollette per le piccole e medie imprese, l'ulteriore rinvio a settembre di tutte le scadenze fiscali come anche di tutte le cartelle esattoriali, il rinvio al 1° gennaio 2021 della sugar tax e plastic tax.
Tra le concessioni alle imprese rientra anche il “fondo formazione” da 230 milioni, fortemente voluto dalla ministra pentastellata Catalfo per alleggerire le aziende dagli effetti del prolungamento del blocco dei licenziamenti per altri tre mesi fino al 23 agosto (attraverso il parcheggio di lavoratori in “esubero” nei corsi di formazione), misura che per alcuni giorni era stata spacciata come “riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario”. Così come ci rientra la proroga di tutti i contratti a termine, per un totale di 1,5 milioni di rapporti che stanno per scadere, senza più l'obbligo di indicare la causale come stabilito dal “Decreto dignità”.
 

Cassa integrazione e indennità di disoccupazione
Come abbiamo già detto le misure di sostegno al lavoro assommano a circa 25 miliardi, comprendendo 16 miliardi per prolungare di altre 9 settimane la Cassa integrazione (peraltro non ancora arrivata quella di marzo e aprile a tantissimi lavoratori, specie quella in deroga che passa per le Regioni, e che perciò da maggio sarà erogata direttamente dall'Inps), scaglionate tra febbraio e ottobre. E poi: il prolungamento delle indennità di disoccupazione in scadenza Naspi e Discoll per altri due mesi; la proroga dei congedi parentali e dei bonus baby sitter per i lavoratori con figli da accudire; il rinnovo dell'indennità di 600 euro ad aprile e 1000 euro a maggio per gli autonomi e le partite Iva; il Reddito di ultima istanza da 600 euro per aprile e maggio ai lavoratori esclusi dagli aiuti ad autonomi e partite Iva. A questi vanno aggiunti i sussidi a colf e badanti e il Reddito di emergenza (Rem) per i più poveri non tutelati dalle altre misure.
 

Reddito di emergenza, colf e badanti
Su questi due capitoli siamo veramente alle briciole. Per colf e badanti, che tra l'altro a marzo non hanno avuto niente, è riconosciuta un'indennità di 500 euro per i mesi di aprile e maggio, ma solo per chi aveva in essere almeno un contratto di lavoro al 23 febbraio e per almeno 10 ore settimanali e che non risulti convivente col datore di lavoro. Restano fuori perciò da questo pur misero sussidio tutte le lavoratrici e i lavoratori irregolari del settore domestico, che sono una gran parte del totale, e che rientrano eventualmente solo nelle misure di regolarizzazione dei migranti previste nel decreto.
Per il Rem, istituito per aiutare i nuclei familiari in difficoltà esclusi dagli altri sussidi, è stato stanziato appena 1 miliardo. Consentirà di ricevere solo due mensilità da 400 euro (per persone sole) fino a 800 euro per le famiglie, condizionate ad un reddito Isee sotto i 15 mila euro, eventuali soldi sul conto corrente inferiori a 10 mila euro o 20 mila a seconda del nucleo familiare, e in ogni caso il reddito nel mese di spettanza deve essere inferiore al Rem.
È evidente che un sussidio così basso, sottoposto a tante condizioni e soprattutto limitato a due mesi non può essere considerato nemmeno un pannicello caldo per alleviare la condizione di disperazione di milioni di famiglie già povere e rimaste senza alcun mezzo di minima sussistenza a causa della pandemia. Tanto più che le domande potranno essere presentate all'Inps da giugno, il che significa che prima di luglio, dopo 5 mesi di crisi, non avranno avuto ancora un aiuto. Occorre rivendicare invece un Reddito di emergenza di 1.200 euro per tutti i lavoratori irregolari e precari rimasti senza alcuna fonte di reddito, compresi colf e badanti, e per tutta la durata della crisi, il che allo stato attuale significa almeno fino alla fine dell'anno.
 

Sanità e scuola
Molta enfasi è stata messa dal governo sui nuovi fondi stanziati per la sanità: 3,2 miliardi per consentire alle Regioni di potenziare la rete territoriale assistenziale e garantire l'assistenza in sicurezza alle Rsa, con la possibilità di stipulare contratti con gli alberghi fino al 31 dicembre per l'isolamento dei positivi e assumere con contratti a tempo fino a 8 infermieri ogni 50 mila abitanti per l'assistenza domiciliare (circa 10 mila unità a 30 euro l'ora per 35 ore settimanali, da stabilizzare nel 2021). Ma i 3,2 miliardi non compensano neanche il taglio di 4 miliardi dell'Irap alle imprese, che è la tassa che finanzia per la grossa parte le spese per la sanità. E comunque non rappresenta neanche il 10% dei 37 miliardi di tagli patiti dalla sanità negli ultimi dieci anni.
Ci voleva ben altro che questo rattoppo per segnare almeno un'inversione di tendenza rispetto alla criminale politica del passato. Invece si insiste ancora sulla strada della regionalizzazione e senza avviare una ripubblicizzazione della sanità privata, le assunzioni continuano ad essere precarie, non si parla di riaprire le centinaia di ospedali e presidi territoriali chiusi negli anni, e nel decreto è sparito perfino il promesso premio di 1.000 euro per i medici e gli infermieri, con la scusa che gli incentivi sono già previsti dalle Regioni.
E lo stesso vale per la scuola e l'Università. Il governo magnifica i 3 miliardi circa stanziati per questi due settori strategici, e in particolare l'assunzione di 4 mila ricercatori. Eppure la sproporzione coi 15 miliardi concessi alle imprese risulta evidente. Senza contare che l'intero pacchetto che va alla scuola, 1,45 miliardi, è interamente assorbito dalle spese per mettere in sicurezza gli ambienti e in parte per la didattica a distanza ed evitare la dispersione scolastica. E non ci viene risparmiata nemmeno la vergogna dei soldi alle scuole private, non si sa ancora quanti, per l'ammontare dei quali e anche per l'estensione a tutte le paritarie di ogni ordine e grado si sono spesi particolarmente i renziani.
 
Regolarizzazione dei braccianti migranti
Anche il compromesso raggiunto in extremis sulla cosiddetta regolarizzazione dei migranti, dopo il caparbio catenaccio di sapore razzista del M5S, è tutt'altro che dignitoso e soddisfacente. Poteva essere l'occasione per dare la possibilità a centinaia di migliaia di migranti costretti a vivere in clandestinità di iscriversi all'anagrafe, avere un'assistenza sanitaria e un permesso di soggiorno per cercarsi un lavoro, e nello stesso tempo per far uscire migliaia di braccianti, colf e badanti, lavoratori dell'edilizia e della logistica, dalla piaga del lavoro nero e del caporalato, e invece si è puntato solo a procurare braccia a buon mercato per l'agricoltura e per il tempo necessario a compensare la carenza di mano d'opera nei campi durante la crisi sanitaria.
Restano infatti fuori dalla regolarizzazione i lavoratori dell'edilizia e della logistica. I permessi di soggiorno per ricerca lavoro sono limitati a 6 mesi e a chi aveva già un permesso di lavoro scaduto prima dello scorso 31 ottobre, il che fa scendere da 600 mila circa a meno di 200 mila il numero dei migranti aventi diritto. Tutti gli altri restano nella clandestinità. Quanto ai braccianti che possono chiedere la regolarizzazione d'accordo col proprio datore di lavoro (che però non deve aver riportato condanne per caporalato, sfruttamento della prostituzione e favoreggiamento dell'emigrazione clandestina), è probabile che saranno costretti a pagare al posto loro la sanzione forfettaria di 500 euro per coprire i contributi non versati se vogliono avere il permesso di soggiorno per lavoro.
Per protesta contro il deludente accordo sulla regolarizzazione il sindacato Usb Lavoro Agricolo ha indetto uno sciopero dei braccianti per il 21 maggio. Il sindacalista Aboubakar Soumahoro lo ha annunciato con questo tweet: “Noi braccianti, delusi dalle misure del decreto, non raccoglieremo la frutta e la verdura il #21 maggio 2020: sarà sciopero degli invisibili. Non vanno regolarizzate le braccia, ma gli esseri umani”. Siamo completamente d'accordo, e chiediamo anche noi la regolarizzazione di tutti le lavoratrici e lavoratori migranti e il permesso di soggiorno per tutti i migranti che si trovano sul nostro territorio.
 

Il caso emblematico della Fca-Fiat
Non può non balzare agli occhi, in questo decreto che dovrebbe rilanciare la vita del Paese in ginocchio, che tanto di manica larga è stato il governo con il padronato, al netto dei pur necessari aiuti ai milioni di piccole aziende commerciali e artigiane prostrate dalla crisi, quanto continua ad essere avaro verso la sanità pubblica, la scuola pubblica, il Sud, gli strati più poveri e disagiati della società, i migranti. Ne è un esempio eclatante, come il taglio indiscriminato dell'Irap, la garanzia dello Stato concessa secondo il Decreto Liquidità attraverso la Sace ad un prestito bancario da 6,5 miliardi acceso dalla Fca su Intesa Sanpaolo. È un insulto alla decenza che un'azienda che ha spostato la sede legale in Olanda e la sede fiscale a Londra per non pagare le tasse al fisco italiano pretenda pure gli aiuti di Stato italiani, tanto più che la Fca sta per incassare 5,5 miliardi derivanti dalla fusione con Peugeot, di cui 1,5 miliardi andranno direttamente alla famiglia Agnelli-Elkann.
La cosa è talmente scandalosa da aver creato divisioni nella stessa maggioranza, con LeU e il PD Orlando che spingevano per porre ulteriori condizioni alla concessione della garanzia, come l'obbligo di rientro della sede in Italia (ipotesi stoppata dalla Commissione europea perché contraria alla “libera circolazione dei capitali”), o almeno l'estensione del divieto di staccare dividendi da un anno a tutti i sei anni di durata del prestito. Ma sia Conte che Gualtieri si sono eretti ad avvocati di parte di Fca anziché degli interessi della collettività, sostenendo che quei soldi saranno impiegati in Italia, per pagare i fornitori e i dipendenti degli stabilimenti italiani, che non si può impedire a un'azienda quotata in borsa di distribuire dividendi per anni, e che semmai chiederanno garanzie sul mantenimento degli investimenti (fermi da anni) e sull'occupazione (come se non ci fosse l'esempio di Arcelor-Mittal a dimostrare quanto queste possano valere di fronte alle decisioni di una multinazionale).
Anche questa scandalosa vicenda conferma la giustezza della nostra parola d'ordine, insegnataci da Lenin, della nazionalizzazione delle grandi aziende e della grandi banche, mai come adesso così attuale e lungimirante rispetto all'uso degli enormi stanziamenti di soldi pubblici per sostenere le imprese capitaliste private, a cui stiamo assistendo da parte del governo trasformista e liberale Conte al servizio del capitalismo e del regime neofascista. Una necessità e un'urgenza tanto più impellenti nel mezzo di questa emergenza sanitaria ed economica in cui è piombato il Paese: è evidente a tutti quanto sia, per esempio, utile l'intero comparto della ricerca e produzione di un vaccino e di medicinali decisivi per vincere la diffusione del covid-19 solo se viene strappato dalle grinfie degli speculatori e delle multinazionali mossi unicamente dalla ricerca del massimo profitto e interamente statalizzato, cioè controllato dalla collettività e indirizzato unicamente al benessere e alla tutela della salute della popolazione.
 
 
 
 
 
 

20 maggio 2020