Confindustria agita lo spettro della “violenza politica e sociale” da usare contro le masse operaie e lavoratrici
Per scongiurare un autunno caldo e sfruttare al massimo lo “smart working”
 
di Federico Giusti, del Collettivo de “La Città Futura”�
Bigazzi, Stirpe, Bonomi, tre esponenti di Confindustria così diversi tra loro e autori di interviste che meritano di essere analizzate.
Bigazzi è da poco a capo di Confindustria Toscana, ha dichiarato che i\le dipendenti della Pubblica amministrazione in smart working sono dei privilegiati e dovrebbero lasciare il 3\4% dei loro stipendi alle famiglie più bisognose. Questo forzoso contributo di solidarietà dovrebbe essere imposto dallo Stato alla forza lavoro della Pa in smart working quando ai detentori di redditi da capogiro non viene chiesto un euro o quando imprenditori accusati di evasione fiscale ai danni dei contribuenti sono chiamati in Tv nella veste, quanto mai inopportuna, di saccenti opinionisti.
Le esternazioni di Bigazzi non sono nuove, ad esempio un famoso giuslavorista come Pietro Ichino lo ha preceduto di mesi, resta tuttavia un pensiero diffuso tra i cittadini che vedendo uffici pubblici ancora vuoti possono essere indotti a giudicare lo smart una sorta di privilegio.
Lo smart è una modalità di lavoro a distanza attuata in molti paesi europei, Bigazzi appartiene alla vecchia scuola di pensiero dei padroni, quella nuova sa bene come il lavoro agile possa essere piegato alle istanze capitalistiche, ampiamente adottato in numerosi paesi europei tanto nel pubblico quanto nei settori privati.
Risulta comunque incomprensibile l'attacco sferrato ai lavoratori in smart come la difesa di ufficio dei sindacati firmatari di contratto che sullo smart poi non la raccontano tutta. Dopo averlo ignorato per anni ora i sindacati Cgil, Cisl, Uil sono i paladini della modalità agile? E qualora lo fossero veramente potrebbero dire la ragione per la quale tacciono di fronte ai mancati pagamenti dei buoni pasto, degli straordinari o della indennità di condizione lavoro alle lavoratrici in smart da parte di numerosi enti locali?
Evidentemente il pensiero della Funzione Pubblica è lo stesso dell'esponente confindustriale, quanti operano in smart potranno subire anche alcune decurtazioni salariali ma con una differenza non da poco: Bigazzi vorrebbe adottare una sorta di fondo di solidarietà statale per le famiglie bisognose, le somme risparmiate dagli Enti pubblici finiranno nel bilancio degli stessi sotto la forma di minore spesa del personale.
E' preferibile la difesa di ufficio dei sindacati o l'esternazione di Bigazzi? Non ci piacciono entrambe ma se da parte padronale possiamo pensare alla riproposizione di luoghi comuni contro i lavoratori pubblici, dai sindacati aspetteremmo coerenza e iniziative reali a tutela dei salari e del potere di acquisto. Bigazzi e i sindacati complici hanno qualcosa in comune: entrambi non spendono una parola sulla riorganizzazione dei servizi pubblici, allo stato attuale la gestione dirigenziale dello smart working è fallimentare, non hanno riorganizzato uffici e servizi, il cittadino che telefona per giorni senza trovare ascolto potrà a ragione dubitare sull'operato degli impiegati che operano da remoto non sapendo come per molti di loro siano aumentati i carichi di lavoro, le mansioni esigibili a prescindere dai livelli, i tempi di connessione alla rete. Non serve allora la difesa di ufficio quando si tace davanti allo sfruttamento dei lavoratori nell'epoca del capitalismo della sorveglianza o siamo silenti rispetto alle decurtazioni salariali derivanti dal rinvio di alcune decisioni, per diritto spettanti al Ccnl e alla contrattazione di primo livello, al livello aziendale ove le amministrazioni avranno gioco facile per imporre soluzioni capestro e svantaggiose. Tra qualche mese scopriremo la autentica natura dello smart e le modalità con le quali è stato gestito dalla Pubblica amministrazione, non servono difese di ufficio ma tutele reali per la forza lavoro senza disattendere la necessità di riorganizzare i servizi pubblici a unico vantaggio dei cittadini.
Veniamo invece a una seconda intervista, questa volta rilasciata a la Repubblica dal vicepresidente di Confindustria Maurizio Stirpe.
Stirpe ripete quanto aveva già detto nelle ultime settimane: eliminare l'obbligo delle causali per i contratti a tempo determinato sospendendo il decreto dignità fino al termine della emergenza sanitaria, urgono sostanziosi finanziamenti a favore di Industria 4.0, in autunno il governo dovrà mettere mano alla riforma del lavoro e degli ammortizzatori sociali con una sorta di norma che preveda la sospensione del rapporto di lavoro per due anni (ovviamente senza retribuzione e a carico interamente dello stato) come strumento di aiuto alle imprese che non riescono a pagare i loro dipendenti.
Nulla di nuovo sotto il cielo ma rilancio della centralità degli accordi di secondo livello e del Patto della Fabbrica (marzo 2018) siglato con i sindacati complici.
Per capire meglio la posizione dei padroni bisogna invece leggere le dichiarazioni, quotidiane, del presidente Bonomi e dopo settimane di accesa polemica con i sindacati sembrerebbe offrire loro il classico ramoscello di ulivo. E allora quel patto di due anni fa potrebbe diventare il punto di partenza di una sorta di patto sociale destinato a precarizzare i rapporti di lavoro, a utilizzare gli aiuti statali ed europei sotto forma di agevolazioni fiscali, contributi a fondo perduto e adozione di nuovi ammortizzatori sociali (il libero mercato senza il sostegno pubblico è una tigre di carta).
La merce di scambio con i sindacati poi è sempre la stessa: il loro riconoscimento a priori dentro una sorta di governance destinata a rafforzare enti bilaterali, accordi di secondo livello per disinnescare sul nascere conflitti e vertenze. Il patto della fabbrica si prefiggeva alcuni obiettivi come la cogestione delle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro, oggi potrebbe risultare utile per cogestire la fase di crisi apertasi con la pandemia.
Gli argomenti confindustriali meritano tuttavia di essere analizzati con attenzione soprattutto quando si rievocano gli anni Settanta facendo credere che qualche lettera minatoria ad esponenti padronali sia un campanello di allarme per una “nuova stagione terroristica”. La violenza politica e il conflitto sociale, se equiparate al terrorismo, diventano pretesto per invocare campagne repressive e la stessa criminalizzazione dei lavoratori combattivi, l'agire conflittuale nei luoghi di lavoro verrà così enfatizzato come supporto a illegalità sovversive. Per Bonomi insomma la priorità comune è quella di rilanciare l’Italia, “senza visioni ideologiche e di antagonismo che appartengono al passato”. Ma al passato torna proprio Confindustria agitando lo spettro della “violenza politica e sociale” per proporre l'ennesima santa alleanza contro le masse operaie e lavoratrici e scongiurare il pericolo di un autunno caldo.
Ecco cosa ci sta aspettando per il prossimo autunno, spetta a noi comunisti decidere se rendere caldi i mesi post estivi consapevoli che la difesa dell'occupazione, dei posti di lavoro, dei salari e delle pensioni, della scuola e della sanità pubblica non saranno un pranzo di gala. Sta quindi a noi decidere percorsi non rituali ma capaci di attirare i consensi dei soggetti sociali colpiti dalla crisi economica e sociale, starà a noi coordinare i lavoratori e i delegati più combattivi difendendoli all'occorrenza da teoremi repressivi che puntualmente vengono evocati quando all'orizzonte si presentano i processi di ristrutturazione capitalistica.�
 
 

8 luglio 2020