Lettera aperta al Presidente della Slovenia Borut Pahor

Stimato signor Presidente,
abbiamo letto con rammarico della Sua possibile visita al monumento nazionale della Foiba di Basovizza nel contesto della cerimonia per la riconsegna alla comunità slovena dell’edificio del Narodni dom di via Filzi.
Per i motivi che illustreremo di seguito riteniamo che tale presenza non rappresenterebbe un gesto di riconciliazione fra i popoli, ma un’ennesima umiliazione di chi fu vittima e deve chiedere perdono ai propri carnefici.
Pensiamo sia opportuno ricordare la storia di quel monumento, eretto su un ex pozzo di miniera dove non furono commessi eccidi di massa da parte degli Jugoslavi: risulta da documentazione angloamericana (e anche italiana) che furono estratte nel dopoguerra una decina di salme, non riconoscibili, ma per lo più indossanti divise germaniche. Pertanto la lapide posta all’ingresso del monumento, nella quale si legge che la voragine contiene “500 metri cubi di resti di infoibati”, è una lapide che riporta un dato falso, cosa particolarmente grave dato che si tratta di un monumento nazionale, che però è stato creato a pregiudizio antisloveno e che ancora oggi è luogo di manifestazioni di nostalgici del nazifascismo.
Per quanto riguarda i finanzieri i cui nomi compaiono su un’altra targa presso il monumento, essi non furono uccisi a Basovizza ma, fatti prigionieri perché avevano sparato (a fianco dei nazisti) contro i reparti jugoslavi che entravano in città, furono internati nei campi di prigionia.
Dei poliziotti ricordati con un’altra lapide, risulta da un processo celebrato nel 1949) che alcuni partigiani di Basovizza abbiano giustiziato un agente della cosiddetta e famigerata “Banda Collotti”, il Mario Fabian che era stato condannato a morte da un tribunale militare jugoslavo perché colpevole di rastrellamenti ed efferato torturatore di civili gran parte dei quali sloveni.
Ma è un simbolo, si dice ancora. E di cosa sarebbe il simbolo? Di esecuzioni di massa che non risultano essere avvenute?
Nel periodo in cui rimase a Trieste l’Esercito Jugoslavo, di cui faceva parte il IX Korpus sloveno che partecipò alla liberazione della città, i “40 giorni” di cui tanto si parla, non furono commesse stragi né eccidi, vi furono certamente delle vendette personali in cui singole persone uccisero altre persone, ma la maggior parte degli arrestati dagli Jugoslavi erano militari, appartenenti alle formazioni collaborazioniste del Reich; agenti e funzionari di polizia che sotto il fascismo prima e sotto il nazismo poi avevano commesso rastrellamenti, inviato civili nei campi di concentramento (nei campi fascisti da febbraio 1943 all’armistizio furono inviati dal solo Ispettorato Speciale di PS 1.533 civili sloveni, uomini e donne, considerati “favoreggiatori dei ribelli”), torturato ed assassinato prigionieri; la gran parte dei civili arrestati erano stati funzionari del fascismo e collaborazionisti dei nazisti: furono arrestati dalle autorità jugoslave in base a denunce circostanziate che ne indicavano le responsabilità. Possiamo citare ad esempio gli italiani membri del “Nucleo Baldo” affiliato alla SS che fecero arrestare i componenti della missione alleata del Capitano Valentino Molina (tutti uccisi nella Risiera di San Sabba); e l’ex prefetto di Zara Vincenzo Serrentino che (come risulta nell’elenco di criminali di guerra Crowcass compilato dagli angloamericani) nella sua qualità di giudice a latere del Tribunale Straordinario per la Dalmazia (istituito dal fascismo dopo l’aggressione alla Jugoslavia nel 1941) si era reso responsabile di 48 condanne a morte di cittadini dalmati, giudicati senza alcuna garanzia.
L’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo, di cui il IX Korpus faceva parte, è stato un esercito riconosciuto come alleato dagli alleati e come tale al momento della liberazione di un territorio aveva il compito e l’obbligo di arrestare coloro che vestissero una divisa nazifascista o che fossero riconosciuti come delatori o collaborazionisti degli occupatori nazisti. Questo è ciò che l’EPLJ ha fatto, internando in campi di prigionia come quello di Borovnica la gran parte degli arrestati, che non sono quindi morti a Basovizza.
La invitiamo a considerare, Signor Presidente, che lo Stato ed il popolo che Lei rappresenta non hanno da chiedere scusa per nulla: la Slovenia fu invasa dall’Italia e dalla Germania senza dichiarazione di guerra, la capitale Lubiana fu circondata da un reticolato di filo spinato e trasformata in un lager a cielo aperto, migliaia di civili sloveni, donne, bambini, anziani furono deportati nei campi dove furono fatti morire di stenti; se alla fine della guerra singole persone operarono delle vendette personali, ciò non può essere considerata responsabilità di uno Stato, né la Jugoslavia di ieri né tanto meno la Slovenia di oggi; mentre le persone arrestate dall’allora Stato jugoslavo furono processate per crimini di guerra e per questi poi giustiziati. Se non si riconosce questo diritto di giudicare criminali di guerra alla Jugoslavia, bisognerebbe mettere in discussione tutto l’operato del Tribunale di Norimberga.
Per questi motivi Le chiediamo, Signor Presidente, di non avallare il nazionalismo della classe politica soprattutto triestina ed espressione della diaspora istriana, che ancora oggi non intende riconoscere alla comunità slovena in Italia quei diritti che dovrebbero esserle invece garantiti in base alla Costituzione vigente; e compiendo un gesto del tutto incomprensibile di fronte ad un atto dovuto come la restituzione del Narodni Dom, prevista dalla legge, che non dovrebbe prevedere alcuna “contropartita” da parte di chi viene risarcito di un torto subito un secolo fa.
 
Redazione del sito diecifebbraio 1947 http://www.diecifebbraio.info/

22 luglio 2020