Dibattito parlamentare sui risultati del Consiglio europeo
Conte si autocelebra e centralizza le scelte. Maggioranza spaccata sul Mes. I fondi Ue a beneficio degli imprenditori
Per il PMLI i 209 miliardi vanno spesi in primo luogo per i disoccupati e i licenziati, per chi è senza lavoro e ammortizzatori sociali, per la sanità, la scuola e il Mezzogiorno
Solo il socialismo darà tutto alle masse lavoratrici e popolari

Salutato dalle ovazioni dei senatori e dei deputati della maggioranza, levatisi in piedi ad applaudirlo con un tifo da stadio sia all'inizio che alla fine del suo discorso, il 22 luglio Giuseppe Conte si è recato prima al Senato e poi alla Camera per un'informativa sul Consiglio europeo del 17-21 luglio sventolando l'”assegno” virtuale da 209 miliardi destinati all'Italia dal Recovery fund , il piano di aiuti europei per i paesi più colpiti dalla pandemia.
Visibilmente compiaciuto per l'accoglienza trionfale, con la sicumera di chi è appena scampato ad un grave pericolo e non si sente più traballare la poltrona sotto il sedere, ma ostentando un atteggiamento di falsa modestia e di equanime deferenza verso entrambe le metà dell'aula, il premier ha pronunciato un discorso tutto centrato sull'autocelebrazione e sull'esaltazione del nazionalismo italiano e delle istituzioni europee. “Questo risultato positivo non era affatto scontato a marzo”, ha esordito infatti per esaltare l'“intenso impegno politico e diplomatico, nei giorni e nelle notti di negoziato in particolare - ma ovviamente il lavoro è iniziato ben prima – [che] ha consentito di vedere confermato il volume complessivo pari a 750 miliardi di euro”.
Poi, rivolgendosi espressamente ai banchi del “centro-destra”, ha aggiunto strappando altri applausi a scena aperta: “Possiamo dirci soddisfatti di un risultato positivo, che non appartiene ai singoli; non appartiene neanche a chi vi parla e al Governo e - se mi permettete - neppure alle forze di maggioranza: è un risultato che appartiene all'Italia intera”. Ma non ha rinunciato a prendersi la soddisfazione di distinguere, tra le forze di opposizione, tra chi l'accordo lo aveva apprezzato in tutto (Berlusconi) o in parte (Meloni), e chi invece, come Salvini, lo aveva bollato come “una fregatura grossa come una casa”: “Permettetemi di ringraziare – ha aggiunto infatti - anche quelle forze di opposizione che, pur nella diversità di posizioni, hanno compreso l'importanza di questo passaggio storico e i beni in gioco, nella prospettiva dell'interesse nazionale. Anche a voi, grazie!”.
 

Altolà di Conte alla cogestione dei fondi
Dopo essersi dilungato abbondantemente sulla defatigante trattativa europea e sui risultati ottenuti dall'Italia, nelle conclusioni Conte è venuto però al dunque mettendo in chiaro che il Piano di rilancio dell'economia nazionale da sottoporre ad ottobre alla Commissione europea per poter accedere ai 209 miliardi in tre anni, di cui 81 di sussidi e 128 di prestiti, è materia di competenza del governo, e segnatamente sua personale: “Di questo piano abbiamo già posto le basi, individuando gli obiettivi da perseguire nel corso della consultazione nazionale e progettiamo il rilancio”, ha rimarcato anzi riferendosi agli “Stati generali” da lui voluti e celebrati personalmente. Una precisazione non casuale, dettata dall'urgenza di stoppare sul nascere le rivendicazioni provenienti da settori dell'opposizione, ma anche del governo, e appoggiate apertamente anche dai presidenti di Camera e Senato, miranti a portare la discussione e l'elaborazione del piano nelle aule parlamentari.
Conte ha quindi chiuso l'intervento esaltando il perseguimento dell'”interesse nazionale all'interno del perimetro europeo”, ed esortando tutti a impegnarsi “per alimentare la fiducia nelle istituzioni italiane e nell'Europa”. Il dibattito che è seguito all'informativa di Conte non ha visto seri attacchi al suo indirizzo, in linea col clima trionfale con cui era stato accolto. Gli attacchi sono arrivati, ma nemmeno troppo frontali, più che altro da Salvini, peraltro in modo alquanto sconclusionato, e da Renzi, nella solita maniera subdola.
 

Gli interventi di Salvini e di Renzi
Il duce dei fascisti del XXI secolo ha mostrato tutto l'isolamento e la difficoltà in cui l'hanno messo il “successo” europeo di Conte e lo smarcamento di Berlusconi e in parte anche della Meloni. Tanto che non ha trovato di meglio da dire, contro l'accordo che prima aveva definito una “superfregatura”, che “se c'è qualcosa di buono per l'Italia, siamo tutti contenti e su questo non ci piove. Valuteremo nei prossimi mesi se e quanto di buono ci sarà”. E si è avventurato poi in un comizio alquanto sgangherato in cui ha fatto entrare di tutto: dalla condanna della droga alla difesa dell'indifendibile arma dei carabinieri dopo l'inchiesta di Piacenza, dalle code sulle autostrade liguri alla Cig non pagata, dalla separazione delle carriere dei magistrati ai taser difettosi ritirati; tutto meno che entrare in merito al contenuto dell'accordo. Salvo riproporre come un disco rotto il “modello Genova” per tutte le grandi opere, da fare immediatamente e senza controlli, compreso il ponte sullo stretto, la flat tax e il taglio dell'Iva, la detassazione dei pensionati che scelgono la residenza al Sud invece di espatriare in Portogallo, più soldi per le “forze dell'ordine”, e così via a casaccio.
Il leader di IV ha esordito invece complimentandosi col premier (“lei è stato bravo”), salvo attribuirsi però il merito di aver dato personalmente vita un anno fa a questo governo che ha saputo trattare con l'Europa salvando il Paese dai “sovranisti”. E soprattutto ha esortato malignamente Conte a lasciar perdere gli adulatori e ad “utilizzare il parlamento come il luogo della discussione”, che non è il luogo “”in cui si fanno le standing ovation o si mettono like su Facebook”, sfidandolo ad un dibattito parlamentare ad agosto con le opposizioni “non sulla base di un generico programma di riforme ma di un concreto business plan per il futuro del Paese”.
Una chiara sconfessione, questa, dell'intenzione dichiarata di Conte di accentrare il piano nelle proprie mani, sconfessione rafforzata dall'esortazione al premier a utilizzare i 37 miliardi del Mes, dopo che quest'ultimo aveva appena ingiunto ai giornalisti di smetterla “con questa attenzione morbosa sul Mes”, che non ci serve perché “ci sono i soldi del Recovery Fund ”. Il fatto è che sul Mes la maggioranza continua ad essere spaccata, con PD, IV e LeU favorevoli ad usarlo, così come FI a differenza dei suoi alleati, mentre il M5S – non tanto il suo vertice quanto i gruppi parlamentari – non ne vuol proprio sentir parlare. E Conte che, per non rischiare una crisi di governo, proprio ora che il “successo” europeo l'ha messo almeno per qualche tempo in sicurezza, preferisce evitare di affrontare lo spinoso argomento.
 

Come Conte intende gestire i fondi Ue
Ma non c'è solo il Mes a dividere i partiti. La contesa si è accesa anche intorno alla gestione dei miliardi europei, per quanto futuribili, a rate e condizionati siano. Il fatto è che la torta è bella grossa, e tutti ambiscono a partecipare alla spartizione. In particolare si è fatta avanti FI con la proposta di una commissione bicamerale con poteri di indirizzo, ed è stato fatto il nome di Brunetta per la presidenza; proposta sostenuta anche dalla destra del PD, mentre Salvini si è mostrato scettico, temendo evidentemente che sia l'anticamera per l'ingresso di FI nella maggioranza.
Di primo acchito Conte aveva accarezzato pubblicamente l'idea dell'ennesima task force ai suoi diretti ordini, ma poi subissato di critiche ha dovuto ripiegare su un'altra soluzione, che salvasse le forme istituzionali ma gli permettesse comunque di decidere lui come verranno spesi i soldi. Anche perché Zingaretti premeva affinché a gestirli fosse il ministero dell'Economia Gualtieri. La “cabina di regia” scelta da Conte sarà quindi il Comitato interministeriale per gli Affari europei (Ciae), un organismo ristretto istituito nel 2012 dal governo Monti, che è presieduto dal presidente del Consiglio e di cui fanno parte i ministri degli Esteri Di Maio, dell'Economia Gualtieri e degli Affari europei Enzo Amendola (che sarà anche vicepresidente). Gli altri ministri vi parteciperanno solo quando saranno volta a volta interessati, mentre dovrebbero farne parte anche i tre rappresentanti di Comuni, province e regioni.
Assicuratosi in questo modo il controllo sulla destinazione dei fondi, Conte si è detto aperto anche al contributo di un'eventuale commissione parlamentare ad hoc, ma ribadendo che “dovrà essere il governo a presentare i progetti di intervento in base alla sua linea politica”. Nel frattempo insiste per prolungare lo stato di emergenza almeno fino al 31 ottobre, che vuol far votare dal parlamento, per rafforzare la sua dittatura antivirus in previsione dei tanti nodi non sciolti che verranno al pettine in autunno.
 

Priorità del governo alle imprese e alle grandi opere
Intanto, le prime anticipazioni su come il governo intende spendere i fondi Ue, confermano che andranno principalmente a beneficio delle imprese. Tra cui si parla di 20 miliardi, forse anticipati in parte già da quest'anno, per un iperammortamento fino al 200% in tre anni per investimenti nella robotica e nella digitalizzazione industriale. Altri 70 miliardi dei fondi Ue andrebbero ad aggiungersi ai 130 miliardi già stanziati per il piano di grandi opere pubbliche “Italia veloce” predisposto dalla ministra De Micheli, che include il faraonico progetto del completamento della Tav in tutta l'Italia, con la liberalizzazione degli appalti, delle autorizzazioni e dei controlli prevista dal “Decreto semplificazioni”. A cui si aggiungerà il piano nazionale per la fibra e il 5G, per altre decine di miliardi, con il divieto di opposizione per i Comuni, anche per incrementare il telelavoro, la teledidattica e la telemedicina, che costituirà un'altra ghiotta torta per le imprese.
Tutti investimenti già teorizzati nel piano liberista di Colao e negli “Stati generali” di Conte e recepiti nel Piano nazionale riforme del governo, che andranno comunque ad aumentare il consumo di territorio, le devastazioni ambientali e l'inquinamento e che ai lavoratori porteranno solo più sfruttamento e diminuzione dei diritti. Non a caso la Confindustria, con un comunicato, non ha lesinato le lodi a Conte per il “buon risultato” incassato a Bruxelles, ed ha insistito soprattutto su due punti: il taglio delle tasse, in particolare la cancellazione definitiva dell'Irap (richieste appoggiate a spada tratta da M5S e IV, oltre naturalmente a tutto il “centro-destra”) e la destinazione dei fondi “innanzitutto alla crescita degli investimenti, ed evitando, al tempo stesso, un aumento della spesa corrente”. Tradotto: tutte le risorse alle imprese, niente sussidi “a pioggia” alle masse popolari in difficoltà.
 

Le nostre priorità ai lavoratori e alle masse popolari
Per il PMLI i fondi europei vanno destinati invece innanzi tutto ai lavoratori disoccupati e licenziati, che vanno sostenuti con un reddito dignitoso di almeno 1.200 euro mensili, con corsi di formazione e assistenza adeguata per rientrare al lavoro. Contemporaneamente occorre riformare, semplificare e potenziare gli ammortizzatori sociali in modo che nessun lavoratore sospeso debba restare senza senza stipendio, che deve continuare ad essere pieno fino alla fine della Cig o all'ottenimento di un nuovo lavoro. Quanto agli investimenti, vanno concentrati prioritariamente in tre settori: sanità, scuola e Mezzogiorno. Quest'ultimo in particolare deve essere considerato la priorità tra le priorità nella destinazione dei fondi, perché l'Italia non si risolleverà mai se non verrà colmato il cronico divario economico tra il Sud e il Nord del Paese.
Il che non passa certo per opere gigantesche quanto divoratrici di soldi e di territorio, buone solo ad ingrassare la speculazione e le mafie, come l'alta velocità ferroviaria e il ponte di Messina, ma creando occupazione e sviluppo con la cura e la messa in sicurezza del territorio e delle infrastrutture già esistenti, ammodernando ed estendo la rete ferroviaria a lunga distanza e locale, aumentando gli investimenti pubblici per sviluppare scuola, agricoltura, industria, artigianato, commercio e turismo, e combattendo inflessibilmente la corruzione e le mafie.
Su questi obiettivi il PMLI invita tutte le forze anticapitaliste ad unirsi in un fronte di lotta, chiamando i “sindacati di base” e sfidando anche CGIL, CISL e UIL a indire lo sciopero generale, per costringere il governo a rovesciare indirizzo sull'impiego del Recove ry fund e destinare tutte le risorse per le necessità immediate e a lungo termine dei lavoratori e delle masse popolari. È chiaro tuttavia che solo inquadrando questo fronte e questa battaglia nella lotta più generale per l'abbattimento del capitalismo e la conquista del socialismo e del potere politico per il proletariato, sarà possibile eliminare alla radice l'ingiustizia della produzione sociale della ricchezza e della sua appropriazione privata; e far sì che il frutto del lavoro vada alla stragrande maggioranza della società, e non ad arricchire una minoranza di capitalisti, sfruttatori, corrotti e mafiosi.
Solo il socialismo darà tutto alle masse lavoratrici e popolari: quello che loro spetta di diritto perché sono loro a produrlo.
 
 

29 luglio 2020