Annunciata da Speranza alla Camera a nome del premier
No alla proroga dello stato di emergenza e ai decreti del dittatore antivirus Conte
Governo e Regioni impreparate ad affrontare la prevista seconda ondata

Il 6 ottobre il ministro della Salute, Roberto Speranza, si è recato alla Camera con il difficile compito di far digerire al parlamento, tramite l'approvazione di una risoluzione della maggioranza, la decisione del presidente del Consiglio, già annunciata da diversi giorni, di prorogare lo stato di emergenza fino al 31 gennaio 2021, oltre ad alcune nuove misure urgenti per far fronte al peggioramento della situazione epidemica. Quello stesso stato di emergenza decretato lo scorso 31 gennaio, scaduto a fine luglio e prorogato fino al 15 ottobre tra le forti proteste dell'opposizione, e che con questa ulteriore proroga dovrebbe quindi durare complessivamente un intero anno. Cosa che aveva sollevato forti critiche anche da parte di autorevoli giuristi e costituzionalisti, tra cui l'ex giudice della Corte costituzionale Sabino Cassese, che l'aveva definita “una proroga dell'incapacità” più che dello stato di emergenza.
Consapevole della difficoltà del suo compito, Speranza ha aperto il suo discorso cercando di ammansire l'ostilità dell'aula col definire il suo passaggio “un'occasione utile per un confronto e una condivisione di analisi”, che risponde al principio sancito dalla stessa Camera di “un confronto parlamentare preliminare ad ogni adozione di DPCM” (decreto del presidente del Consiglio dei ministri, ndr). Facendo eco con ciò alle parole dello stesso Conte che, parlando due giorni prima ad Assisi, nell'annunciare un indurimento delle regole anticovid, aveva assicurato che tutto sarebbe stato fatto “all'insegna di principi di proporzionalità”, rendendone conto ai cittadini “e aprendoci al confronto con il parlamento, spiegando pubblicamente le motivazioni”.
 

Speranza cerca di puntellare la proroga dell'emergenza
Prima di arrivare a toccare la questione incandescente dello stato di emergenza, il ministro ha fatto una lunga esposizione della situazione sanitaria, per arrivare a sostenere che, seppur migliore che in Spagna, Francia, Regno Unito e in altri paesi europei, anche in Italia la prevista seconda ondata di contagi in autunno sta crescendo, stavolta anche nelle regioni del Centro e del Sud sostanzialmente risparmiate dalla prima ondata: “È questa la ragione di fondo – ha detto Speranza a conclusione della sua esposizione - per cui il Presidente del Consiglio ha già annunciato pubblicamente che la valutazione del Governo va nella direzione di una continuità rispetto allo stato di emergenza fino al 31 di gennaio”.
“L'emergenza non è finita, questa è la semplice verità con cui dobbiamo fare i conti”, ha continuato il ministro di LeU, sottolineando la necessità di mantenere, grazie alla proroga dello stato di emergenza, “quell'impalcatura istituzionale che abbiamo costruito in questi mesi”, e che sorregge i poteri di ordinanza della Protezione civile, il commissario straordinario Arcuri e il Comitato tecnico-scientifico; impalcatura “che ha funzionato” e che “ci ha consentito evidentemente una maggiore rapidità di intervento dinanzi alle necessità che si sono presentate”. Si è ben guardato però dall'entrare in merito alle critiche piovute sul provvedimento riguardo alla mancanza assoluta di precedenti nella storia repubblicana di un così lungo periodo di stato di emergenza, con altrettanto lunga riduzione delle libertà democratico-borghesi e aumento dei poteri del presidente del Consiglio. Il quale già governa da più di otto mesi a colpi di DPCM, non soggetti ad approvazione del parlamento e sottratti anche al controllo della Corte costituzionale, e intende farlo anche per i prossimi quattro, semplicemente annunciandolo sui media e inviando il suo ministro della sanità per “informare” il parlamento della decisione già presa.
È stato facile infatti, per la destra parlamentare, rinfacciare a Speranza e al governo questa macroscopica verità, come ha fatto la capogruppo di FI Mariastella Gelmini evocando la voglia di “pieni poteri da parte di Giuseppe Conte”; e come ha fatto il leghista Guido De Martini, che ha messo l'accento sull'approccio del governo che “è sempre lo stesso” da nove mesi dalla dichiarazione dello stato di emergenza (“Venite a comunicarci il contenuto di decisioni già prese, decisioni che dovrebbero formarsi qui e invece si formano altrove”); e anche il fascista di FdI Marcello Gemmato, il quale ha chiesto che sia Conte a venire in aula a chiedere la proroga e a motivarne il perché.
 

Maggioranza in affanno e sotto scacco
Naturalmente la loro è solo una cinica tattica demagogica e strumentale, visto che non battevano ciglio ma anzi si spellavano in delirio le mani quando a chiedere i “pieni poteri” era il leader riconosciuto e conclamato del “centro-destra” nonché duce dei fascisti del XXI secolo, Matteo Salvini. E del resto si sono smascherati quando hanno contrapposto alla - secondo loro - finta emergenza covid la “vera” emergenza, quella “dell'abrogazione dei decreti-legge 'Sicurezza'” (De Martini), che “spalanca le porte all'immigrazione clandestina” (Donzelli, FdI). Che fra parentesi non è certo un'”abrogazione” ma al massimo un addolcimento dei decreti fascisti e razzisti di Salvini. Ciò non toglie però che fascisti e razzisti abbiano potuto recitare impunemente la parte dei difensori delle libertà democratico-borghesi e della Costituzione cogliendo in fallo il governo e la maggioranza M5S-PD-LeU.
Lo si è visto ancor più clamorosamente al momento della votazione della risoluzione della maggioranza che impegnava il governo a prorogare lo stato di emergenza. Accortisi delle numerose assenze nei banchi della maggioranza (circa una novantina di deputati, di cui solo la metà assenti giustificati perché in quarantena da covid), i capigruppo del “centro-destra” hanno fatto scattare la trappola non partecipando al voto e facendo così mancare il numero legale. Lo stesso è successo alla seconda votazione, nonostante fossero stati richiamati per votare anche diversi ministri ed esponenti di governo.
Il PD accusava la destra di essersi approfittata dei 45 deputati assenti per covid e chiedeva di equipararle ad assenze per missioni, così da non essere conteggiate per il numero legale. Il PD Fiano ammetteva però che quello che era successo costituiva un “problema politico” per la maggioranza di governo. Nelle file della destra esultante si ironizzava infatti su un “pizzino di Di Battista” inviato a Conte.
Il bruciante smacco ha costretto Conte a rinviare di un giorno, a dopo la ripresentazione e stavolta il passaggio della risoluzione della maggioranza, l'approvazione del decreto legge contenente la proroga dello stato di emergenza al 31 gennaio. E a inserirvi anche i nuovi provvedimenti urgenti, che nelle sue intenzioni avrebbero invece dovuto far parte di un DPCM per non essere sottoposti al vaglio parlamentare. Si tratta dell'obbligo di portare la mascherina anche all'aperto, quando non è assicurato il distanziamento tra persone che non siano conviventi, e l'abolizione della facoltà per le Regioni di emettere ordinanze ampliative (oltre a quelle restrittive che invece restano), rispetto ai provvedimenti del governo. Tale facoltà ampliativa potrà essere reclamata d'ora in poi dalle Regioni solo d'intesa col ministro della Salute.
 

Il disastro annunciato della seconda ondata
Le nuove misure restrittive anticovid sono state invece inserite nel DPCM del 13 ottobre, il primo dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale del DL di proroga dello stato di emergenza. Tra queste il divieto di feste all'aperto e sconsigliate al chiuso, il tetto massimo di 30 persone per i ricevimenti di nozze e battesimi e del 15 per cento della capienza per gli spettatori degli eventi sportivi, la chiusura di bar e locali alle 24 con divieto di consumazione all’aperto dalle 21, il divieto di giochi amatoriali di contatto come calcetto, basket ecc. Raccomandate le mascherine anche in casa tra non conviventi e non più di sei ospiti nelle case. Stop anche alle gite scolastiche e incentivi per aumentare il telelavoro nei servizi pubblici.
Non c'è dubbio che nelle ultime settimane la situazione epidemica sia molto peggiorata e stia viaggiando verso livelli allarmanti. Dopo la relativa tregua estiva i contagi hanno ricominciato a crescere in tutto il Paese, raggiungendo livelli allarmanti soprattutto in Campania e Lombardia ma anche in altre regioni. Attualmente siamo intorno ai 5-6 mila nuovi contagi al giorno, ma l'indice di contagio è ormai stabilmente sopra 1 dappertutto, e soprattutto il periodo di raddoppio è sceso nelle ultime due settimane da 20 a 7 giorni. E aumenta di conseguenza anche la pressione sugli ospedali e sulle terapie intensive e il numero dei decessi, anche se per adesso siamo lontani dai numeri di marzo-aprile.
Ma tutto questo può giustificare la proroga dello stato di emergenza per altri quattro mesi, i poteri straordinari al premier e la conseguente esautorazione del parlamento, i poteri discrezionali in deroga alle leggi ordinarie del commissario straordinario Arcuri, il ricorso ai DPCM per governare il Paese in continua violazione della Costituzione? Se c'è stato bisogno di prorogare lo stato di emergenza, ciò equivale ad ammettere che nei mesi scorsi, quando l'epidemia era sotto controllo e c'era tutto il tempo per organizzarsi, non è stato fatto sostanzialmente nulla per predisporre le misure e gli strumenti necessari a prevenire la seconda ondata che tutti sapevano sarebbe puntualmente arrivata in autunno. Un disastro annunciato la cui responsabilità è da attribuire in egual misura al governo centrale e ai vari governi regionali.
 

Il fallimento della prevenzione anticovid
È sotto gli occhi di tutti il fallimento di quello che avrebbe dovuto essere il principale strumento di prevenzione della seconda ondata della pandemia, cioè il sistema di tracciamento dei contagi attraverso un'estesa e capillare rete di stazioni di prelievo dei tamponi e di laboratori di analisi, con le code estenuanti ai drive-in a cui stiamo invece assistendo e i soggetti in quarantena abbandonati a sé stessi dalle Asl che non riescono a gestirli, come accadeva la scorsa primavera. È inutile che il ministro Speranza venga a dire in aula che “stiamo rafforzando la nostra capacità di testing ”, e che “abbiamo superato nei giorni scorsi la soglia dei 120 mila test al giorno”, quando sappiamo che da mesi i virologi e gli epidemiologi mettevano in guardia sul vistoso ritardo dell'Italia, in cui si fanno ancora metà tamponi che in Francia, Germania e Spagna, e un terzo di quelli del Regno Unito: “Abbiamo speso miliardi per il bonus bici e i banchi, invece di investirli per creare un sistema sanitario di sorveglianza che ci avrebbe messo in sicurezza”, ha dichiarato Andrea Crisanti, il direttore del dipartimento di Medicina Molecolare dell'Università di Padova, colui che per primo ha applicato con successo il metodo di tracciamento capillare a Vò Euganeo e in Veneto, e che da da mesi sostiene la necessità di arrivare almeno a 400 mila tra tamponi e test rapidi per tenere sotto controllo il coronavirus.
Anche per questo governo e regioni non hanno spinto più di tanto sulla promozione dell'applicazione Immuni, ben sapendo di non essere pronti a gestire un aumento del flusso di sospetti positivi da testare con un sistema già adesso al collasso. E giustamente la gente non la scarica per le ben note riserve sul controllo esercitato sugli utenti ma anche non avendo la certezza di essere presa in carico dal sistema sanitario in caso di segnalato contatto con soggetti positivi. Non è solo il sistema di tracciamento che è rimasto al palo: è in ritardo anche il piano di aumento delle terapie intensive, specialmente al Sud dove la situazione è sostanzialmente ancora ai livelli pre-pandemia. Non sono state fatte le assunzioni promesse delle migliaia di medici e infermieri mancanti, e mancano perfino i vaccini antinfluenzali, nonostante ci sia stato ampiamente il tempo di procurarseli in quantità sufficiente. Per non parlare del promesso piano di potenziamento della rete dei presidi territoriali, dei medici di base e dell'assistenza domiciliare, di cui si sono perse le tracce.
Stando così le cose, invocare lo stato di emergenza, come se ci si trovasse di fronte a una situazione del tutto nuova e imprevista, come nei primi mesi della pandemia, è troppo comodo e non può essere tollerato. Può essere infatti spiegato solo come pretesto per blindare al potere questo governo sostenuto da una coalizione sempre più caotica, con il suo principale partito in preda alla guerra per bande e a rischio scissione. Un pretesto per rafforzare anche la dittatura personale antivirus di Conte, il quale vuol restare a tutti i costi in sella per gestire la cruciale partita dei fondi europei e del rilancio dell'economia capitalista, partita che è strettamente legata di fatto alla sopravvivenza di questo governo e sua personale.
 

14 ottobre 2020