Lo conferma il rapporto Oxfam “The Carbon inequality era”
I ricchi stanno distruggendo la Terra
L'1% inquina il doppio dei poveri

In 25 anni, tra il 1990 e il 2015, le emissioni annuali di anidride carbonica (CO2) sono cresciute del 60%, raddoppiando il quantitativo globale accumulato nell'atmosfera. Cosa che ha già portato il mondo sul punto di superare la soglia di 1,5 gradi centigradi di innalzamento della temperatura globale, oltre la quale secondo gli scienziati si avrebbero catastrofi climatiche su scala planetaria. E pericolosamente vicino a quella di 2°C, che minaccerebbe la stessa sopravvivenza della biosfera.
La responsabilità di questa situazione ricade principalmente sui consumi senza limiti della minoranza più ricca della popolazione mondiale, tanto che l'1% più ricco del pianeta, circa 63 milioni di persone, ha immesso nell'atmosfera il doppio di CO2 di quanta ne ha immessa la metà più povera, pari a circa 3,1 miliardi di persone. Mentre il 10% più ricco è responsabile di oltre la metà di CO2 scaricata nell'atmosfera in 25 anni, ed ha già consumato oltre un terzo del quantitativo di carbonio a disposizione prima del superamento della fatidica soglia di 1,5°C, previsto entro il prossimo decennio: i ricchi stanno insomma letteralmente soffocando il pianeta.
È questo l'allarme lanciato dal rapporto “The carbon inequality era” (L'era della disuguaglianza da carbonio) presentato il 21 settembre alle Nazioni Unite dall'organizzazione ambientalista Oxfam in collaborazione con lo Stockholm Environment Institute, l'istituto svedese per lo studio dell'ambiente. Il rapporto, basato su un insieme di dati molto attendibili, perché riguardano ben 117 paesi e coprono circa il 90% della popolazione mondiale, si basa sul presupposto, solidamente confermato da tutta una serie di studi e pubblicazioni, che un reddito più alto conduce a maggiori consumi, che a loro volta portano a maggiori emissioni. Inoltre non si limita ad analizzare l'ineguaglianza carbonica solo in relazione al reddito della popolazione ma anche delle varie nazioni tra loro.
 

Una distribuzione carbonica fortemente disuguale
Volendo dare una rappresentazione grafica immediata alla diseguaglianza carbonica, il rapporto Oxfam la paragona ad una coppa di champagne, dove l'inquinamento del 10% più ricco del pianeta riempie tutta la parte superiore e più larga del bicchiere, quello del 40% con reddito medio occupa la parte inferiore e più stretta, e quello del restante 50% più povero è contenuto nel gambo del calice. In un'altra immagine il rapporto la rappresenta come un dinosauro, dove il lungo collo e la testa rappresentano il 5% più ricco del pianeta che è responsabile di ben il 37% dell'aumento di inquinamento registrato nel venticinquennio in esame, e che insieme all'altro 5% immediatamente sotto arriva a sfiorare, col 46%, praticamente la metà dell'intero incremento. Mentre il resto del corpo del dinosauro (il 40% con reddito medio) rimane distribuito molto più in basso, sotto il livello del 10% di contributo all'aumento di emissioni; e la coda (il 50% più povero) ancora più in basso, a strisciare in terra sotto il livello del 5%.
Questa macroscopica disuguaglianza emerge in maniera analitica da una serie di tabelle e di grafici, come la tabella 1 che compendia i dati delle emissioni di CO2 nei tre anni presi in esame (1990, 2010, 2015), in valore assoluto (in miliardi di tonnellate) e in percentuale sul totale, in rapporto alle diverse fasce di reddito in cui è suddivisa la popolazione mondiale: la fascia del 50% più povero (reddito minimo pro capite irrilevante), la fascia del 40% con reddito “medio”, inteso come reddito minimo di 6 mila dollari nel 2015, e la fascia del 10% più ricco, con un reddito minimo di 38 mila dollari/2015. Sono poi riportate all'estremo superiore le fasce ancor più ricche dell'1% (reddito 109 mila dollari/2015) e dello 0,1% con reddito di almeno 402 mila dollari/2015.
 

La distribuzione delle emissioni dal 1990 al 2015
Nel 1990 il 10% più ricco risultava responsabile del 50% del totale delle emissioni ammontanti a 22,2 miliardi di tonnellate di CO2. Mentre l'1% più ricco, col 13% delle emissioni, inquinava un po' meno del doppio del 50% più povero, che contribuiva appena per l'8% alle emissioni totali. Nel 2015 questa enorme disuguaglianza è ulteriormente aumentata, e per di più in un quadro complessivo molto peggiorato a causa dell'aumento delle emissioni globali, cresciute di 13,3 miliardi di tonnellate rispetto al 1990, pari ad un +60%. Confrontando infatti le percentuali delle emissioni del 1990 rispetto a quelle del 2015 per le varie fasce di reddito (sempre tabella 1), si vede che quelle delle fasce estreme, cioè del 50% più povero e del 10% più ricco, non sono sostanzialmente cambiate, passando le prime dall'8% al 7%, e le seconde dal 50% al 49% delle emissioni globali, mentre è salita solo la quota della fascia media, dal 41% al 44%: una conseguenza dello spostamento dei consumi verso paesi di più recente industrializzazione e arricchimento come Cina, India, Brasile, monarchie del Golfo, ecc.
Dove invece la forbice della disuguaglianza carbonica si è allargata sensibilmente è tra l'1% più ricco del pianeta e il 50% più povero, salita ad oltre il doppio nel 2010 e confermata nel 2015 (5,4 miliardi di t. contro 2,5 miliardi di t., ovvero il 15% contro il 7% del totale delle emissioni 2015). Un divario ancor più impressionante se si confrontano le tonnellate di CO2 prodotte mediamente da ogni individuo appartenente alle due fasce estreme di reddito: le 74 t. pro capite dell'1% più ricco e le 0,69 t. pro capite del 50% più povero. Ne risulta che un individuo medio tra i 63 milioni appartenenti all'1% più ricco inquina oltre 100 volte di più di un individuo medio tra i 3,1 miliardi appartenenti alla metà più povera del pianeta. Inoltre, come risulta dall'ultima colonna a destra della tabella 1, l'1% più ricco è responsabile anche del 19% dell'aumento complessivo delle emissioni registrate nel venticinquennio, tre volte tanto il 6% determinato dalla metà più povera della popolazione.
 

La distribuzione cumulativa e le previsioni a breve
La tabella 2 mostra invece il totale di CO2 che si è accumulato globalmente anno dopo anno nell'atmosfera a partire dal 1990 fino al 2015. Si tratta di un dato impressionante, ben 722 miliardi di t., più della metà dell'intero ammontare spendibile (budget) per non oltrepassare la soglia di 1,5°C di riscaldamento globale, stimato in 1.205 miliardi di t. al 1990. Ebbene, anche in questo caso i ricchi fanno allegramente la parte del leone, con l'1% più ricco che ha scaricato nell'atmosfera il doppio di CO2 della metà più povera del mondo (il 15% contro il 7%), e la decima parte più ricca della popolazione che ha prodotto più della metà (52%) dell'intera quantità di CO2 del venticinquennio. E, quel che è peggio, ha consumato da sola quasi un terzo (ben 372 dei 1.205 miliardi di t.) del budget ancora rimasto all'intera umanità. Le figure 1,2 e 3, assegnando un colore ad ogni fascia di reddito, traducono in forma grafica i risultati delle tabelle 1 e 2, descrivendo rispettivamente per ogni fascia di reddito: la ripartizione percentuale delle emissioni annuali globali 1990-2015; la ripartizione delle medesime ma in valore assoluto (in miliardi di t. di CO2); il totale delle emissioni (in miliardi di t. di CO2) accumulate nel periodo suddetto.
Tutto quanto detto ci conduce direttamente alla tabella 3, che fissa il budget di CO2 rimanente al raggiungimento delle soglie di 1,5 e 2 gradi centigradi di riscaldamento globale, in relazione alla probabilità di superarle (33% e 50%) e agli anni previsti all'esaurimento del budget stesso. Abbiamo ancora a disposizione solo 340 miliardi di tonnellate di CO2 e 9 anni di tempo (al tasso di emissione attuale) prima di superare con una probabilità su tre la fatidica soglia di 1,5°C; e solo 500 miliardi di tonnellate e 14 anni davanti prima di superarla con una probabilità su due. Ciò equivale a dire che, con la stessa probabilità del 50%, il 10% più ricco della Terra arriverebbe da solo a distruggerla entro il 2034 anche se il restante 90% cessasse fin da oggi ogni emissione. E, sottolinea il rapporto, queste previsioni sono perfino ottimistiche, dato che esse presuppongono di considerare “accettabile un livello di riscaldamento che pure è significativamente più alto dell'attuale riscaldamento, che ha già provocato devastazione in molte comunità, dall'Artico all'Amazzonia, fino all'Australia”.
 

La disuguaglianza carbonica tra le nazioni
Il rapporto chiarisce inoltre la composizione geografica delle emissioni associate ai consumi individuali in ogni fascia di reddito tra il 1990 e il 2015, sfatando tra l'altro la credenza che oggi siano le nazioni di recente e rapido sviluppo, come Cina e India, i maggiori produttori di CO2. Mentre è vero che il loro peso va crescendo dentro le fasce alte del 10% e dell'1% più ricco, è altrettanto vero, sottolinea il rapporto, “che nel 2015 una chiara maggioranza delle emissioni di queste fasce alte di reddito globale erano ancora provenienti dalle popolazioni che vivono in Nord America e in Europa”. E, d'altra parte, nella fascia bassa del 50% più povero, “le popolazioni di Cina e India rimanevano, nel 2015, i contributori più significativi ai livelli più bassi delle emissioni”.
Per fare qualche esempio: nel 1990 Nord America ed Europa erano saldamente e rispettivamente al primo e secondo posto per livello di emissioni nelle fasce dell'1% e del 10% più ricco. L'Europa era in testa nella fascia media del 40%, con il Nord America al terzo posto dopo la Russia. E Cina ed India, assenti dalle due fasce alte, e appena entrate nella zona bassa della fascia media, che capeggiavano invece la fascia bassa del 50% più povero, nella quale Europa e Nord America comparivano solo in fondo alla colonna.
Nel 2015 il Nord America è sempre di gran lunga in testa, per emissioni, alla fascia alta dell'1% più ricco, però l'Europa è stata scavalcata dal Medio Oriente+Nord Africa e dalla Cina, e retrocede al quarto posto a poca distanza da Russia e India. Nord America ed Europa sono invece ancora entrambe saldamente in testa alla fascia del 10%, anche se stavolta l'Europa è tallonata da vicino dalla Cina. Nella fascia del 40%, quella degli inquinatori a medio reddito, invece è la Cina a dominare nettamente, seguita comunque da Europa e Nord America. Nella fascia del 50% più povero troviamo ancora in testa Cina e India, anche se la Cina vi ha ormai un peso nettamente minore che nel 1990.
In conclusione, per quanto notevolmente cambiata dall'ascesa di nuove potenze industriali come Cina e India, la geografia dei maggiori contributori al riscaldamento globale vede sempre saldamente in testa Nord America ed Europa, che col 24,5%, seguiti dalla Cina staccata al 7,3%, dominano ancora stabilmente la fascia del 10% più ricco della popolazione mondiale responsabile del 49% delle emissioni globali.
 

Lotte ambientaliste e lotta per il socialismo
“Lo stile di vita, di produzione e di consumo di una piccola e privilegiata fascia di abitanti del pianeta sta alimentando la crisi climatica e a pagarne il prezzo sono i più poveri del mondo e saranno, oggi e in futuro, le giovani generazioni”, ha dichiarato Elisa Bacciotti, responsabile campagne di Oxfam Italia nel presentare il rapporto. “I dati raccolti dal 1990 alla metà degli anni Dieci – ha aggiunto - ci raccontano di un modello economico non sostenibile, né dal punto di vista ambientale, né dal punto di vista economico e sociale, che alimenta la disuguaglianza soffocando il pianeta da tutti i punti di vista”.
È sulla base di questa consapevolezza che è nato il movimento globale dei giovani di Fridays for future, che sta tornando nelle piazze, anche nel nostro Paese, nonostante la pandemia, per chiedere un radicale cambiamento dell'economia globale prima che sia superato il punto di non ritorno per la sopravvivenza stessa del pianeta. Siamo ancora in tempo per invertire la rotta, e la forza di massa c'è per strappare ai governi misure che contrastino efficacemente il riscaldamento globale. Quello che manca a questa lotta è comprendere che la battaglia per l'ambiente non può prescindere dalla lotta contro il capitalismo, che con la sua insaziabile sete di profitto che non conosce limiti né ostacoli, è la causa prima dell'inquinamento e dell'attuale disastro ambientale.
Le forze ambientaliste devono dunque fare un salto di qualità, legandosi alla lotta più generale per abbattere il capitalismo e realizzare quella società veramente democratica nella quale siano le lavoratrici e i lavoratori, le masse pensionate, femminili e giovanili, a decidere tutto, incluso il modo di gestire le risorse naturali che abbiamo a disposizione, ovverosia il socialismo, il proletariato al potere. L'unica società che può garantire veramente un controllo popolare sulle risorse naturali, salvandole dalle grinfie delle multinazionali e dell'appropriazione privata, e garantire la loro conservazione per le generazioni future.

21 ottobre 2020