Governo Conte e governatori regionali chiudono le scuole per non ammettere le loro colpe
Il contagio nasce nei trasporti stipati più che nella scuola
Gli studenti denunciano e protestano: “Sui bus come sardine”
Chiudere la scuola è sopprimere il diritto all'istruzione

 
Il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri firmato da Giuseppe Conte e in vigore dal 24 ottobre fino al prossimo 24 novembre ha stabilito, al comma 9 dell'articolo 1, che sul territorio nazionale le scuole primarie e secondarie di primo grado possono rimanere aperte con la didattica in presenza, mentre nelle secondarie di secondo grado, la didattica a distanza sarà impartita almeno per una quota oraria del 75%, consentendo a queste ultime di modulare ulteriormente la gestione degli orari di ingresso e uscita degli alunni, anche con turni pomeridiani. Le università, in base alle disposizioni dello stesso testo normativo, possono organizzare le attività didattiche in presenza e a distanza, in base all’andamento epidemiologico e in funzione delle esigenze formative. Nel Dpcm successivo anche le classi si seconda e terza media saranno confinate nella Dad (Didattica a distanza).
D'altra parte le singole regioni a statuto ordinario, già in base al precedente Dpcm del 7 ottobre, possono adottare misure più restrittive per contenere gli effetti della pandemia di coronavirus, e questo, ovviamente, vale anche per scuole e università: infatti alla data del 1° novembre parecchie regioni italiane hanno adottato misure più restrittive, con alcune eccezioni legate all'autonomia.
L'Abruzzo ha deciso che dal 28 ottobre fino al 24 novembre ci sarà la sospensione totale delle attività scolastiche secondarie di secondo grado in presenza, lasciando la rimodulazione delle attività alle autorità scolastiche con esclusivo ricorso alla didattica digitale a distanza, e lo stesso ha fatto la Basilicata a partire dal 2 novembre, mentre la Calabria ha adottato le stesse misure a partire dal 26 ottobre fino al 13 novembre, riservandosi quest'ultima regione di decidere, sulla base dei dati epidemiologici, di consentire la didattica digitale integrata nella misura non inferiore al 75% delle attività per il periodo dal 14 al 24 novembre. Il 30 ottobre la Calabria, con ulteriore ordinanza, ha deciso di chiudere tutte le scuole in 9 comuni particolarmente colpiti dalla pandemia.
In Campania una serie di ordinanze regionali ha sospeso l’attività didattica in presenza nelle scuole primarie e secondarie dapprima fino al 30 ottobre e poi fino al 14 novembre, e il 30 ottobre la stessa regione ha deciso di chiudere anche le scuole d'infanzia fino al 14 novembre.
L'Emilia Romagna e la Liguria hanno deciso con rispettive ordinanze che dal 27 ottobre fino al 24 novembre la percentuale minima di didattica a distanza alle scuole secondarie di secondo grado sarà del 75%, e la stessa misura è stata presa dalla Lombardia a partire dal 26 ottobre, dal Piemonte a partire dal 2 novembre, dalla Toscana a partire dal 28 ottobre, dal Veneto a partire dal 28 ottobre e dalla Valle d'Aosta a partire dal 31 ottobre, anche se quest'ultima regione ha introdotto criteri di flessibilità dovuti ai suoi poteri di regione a statuto speciale.
Nelle Marche si è deciso per la didattica digitale integrata, a distanza, che coinvolgerà tutti gli studenti di ogni ordine e grado a partire dal 3 fino al 24 novembre, e identica decisione è stata presa dalla Puglia a partire dal 30 ottobre, mentre l'Umbria ha deciso di sospendere le attività didattiche, a partire dal 3 fino al 14 novembre solo nelle scuole secondarie di primo e secondo grado.
La Sicilia ha deciso il 26 ottobre la sospensione totale della didattica in presenza nelle scuole superiori, ma il successivo 29 ottobre stabiliva che, qualora necessario, si potesse comunque garantire il 25% della didattica in presenza
La Provincia autonoma di Trento, in controtendenza rispetto alle regioni che hanno adottato misure più restrittive, ha al contrario consentito l'integrale didattica in presenza per le superiori, una decisione presa sia perchè ci sono in questo momento soltanto 100 classi in quarantena su 4900 in tutto il territorio sia perché l'amministrazione locale ha individuato le maggiori criticità nei trasporti piuttosto che nelle attività didattiche.
La decisione del governo Conte e dei presidenti delle regioni ad adottare misure assai restrittive sull'istruzione pubblica in realtà è in realtà una scorciatoia per non ammettere le rispettive responsabilità sui trasporti pubblici, che costituiscono, per la diffusione della pandemia, un veicolo ben maggiore rispetto alle aule scolastiche.
Da quando sono state riaperte le scuole, agli inizi di settembre, in tutta l'Italia si sono viste scene di mezzi del trasporto pubblico affollatissimi, tra gli altri, da tantissimi studenti, che non hanno tardato a protestare.
Gli scorsi 25 e 26 settembre, infatti, si sono svolti in tutta l'Italia cortei di studenti, culminati nella manifestazione di Piazza del Popolo a Roma, dove i giovani, compresi gli universitari, hanno chiaramente rivendicato il diritto allo studio, espresso già allora i timori per l'interruzione della didattica per una nuova ondata di pandemia denunciando ripetutamente di dover viaggiare “sui bus come sardine“: le tante criticità e inefficienze dei servizi pubblici, soprattutto di quelli rivolti all'infanzia e ai giovani, unite alle croniche inefficienze del mondo della scuola (mancanza di nuove assunzioni, strutture non potenziate e adeguate, aule sovraffollate), hanno determinato a distanza di poco tempo da quelle manifestazioni la paralisi del sistema scolastico, facendo pagare agli studenti colpe non loro, bensì del governo centrale e di quelli regionali che non hanno approfittato di occasioni importanti per potenziare il trasporto pubblico.
La crisi del turismo dovuta alla diffusione della pandemia di coronavirus ha costretto molte imprese di trasporto in tutta l'italia, soprattutto in grandi città, a restare ferme con migliaia di mezzi fermi, e già agli inizi di aprile si formava il Comitato bus turistici presieduto da Riccardo Verona, che, comprendendo oltre 220 operatori con decine di migliaia di pullman, lanciava un grido di allarme per la crisi che si ripercuoteva sul settore.
A questo stato di cose il comitato, per bocca di Verona, si attivava tempestivamente con tutti gli enti pubblici territoriali, compreso il governo centrale, per mettere a disposizione almeno parte di tali mezzi inutilizzati per potenziare il servizio di trasporto pubblico urbano ed extraurbano, considerando che quasi sempre le ditte che noleggiano pullman alle agenzie di viaggio adibiscono parte del loro parco a servizi pubblici di linea.
Il governo Conte stanziava nel decreto legge del 14 agosto appena 300 milioni di euro per implementare i servizi aggiuntivi in vista di settembre, ma di tale importo, destinato ad alleviare la pressione sugli autobus nelle ore di punta, a metà di ottobre - quando la pandemia ha avuto un notevole incremento in tutta l'Italia – ne erano stati spesi soltanto 120, con la conseguenza che migliaia di pullman privati disponibili sono rimasti nelle garage, con con i conducenti in cassa integrazione, le aziende a perdere fatturato e il virus a diffondersi sempre di più.
Eppure già in aprile un rapporto del Comitato tecnico scientifico del governo riteneva con lungimiranza che “emerge una criticità soprattutto per le grandi aree metropolitane relativa alla mobilità nelle ore di punta“ e che occorresse un forte potenziamento di mezzi pubblici . Lo stesso Comitato già a partire dall'estate chiedeva che il riempimento dei mezzi non superasse il 50% della capienza, ma alla fine di agosto il governo Conte ha deciso di indicare un livello massimo di affollamento dell’80%, al termine di un estenuante negoziato con le regioni, che hanno poteri diretti sul trasporto pubblico locale.
Così il governo Conte e quelli regionali si sono messi d'accordo per una soluzione fortemente distante rispetto alle raccomandazioni degli scienziati, e il mancato utilizzo di 180 sui 300 milioni stanziati per integrare il trasporto pubblico con i pullman privati ha fatto il resto.
Eppure sia il governo Conte che quelli regionali hanno scaricato sulle scuole, chiudendole, le loro responsabilità piuttosto che ammettere di avere compiuto gravissimi errori di irresponsabilità e impreparazione che hanno favorito il diffondersi della pandemia: anzitutto fallendo nel tracciamento dei contagi, poi rinunciando, attraverso specifici gruppi di ricerca, alla mappatura e allo studio sistematico delle origini dei contagi, evitando di intervenire adeguatamente nel nevralgico settore dei trasporti pubblici e privati attraverso l'acquisto di nuovi mezzi e l'ottimizzazione delle risorse disponibili, l'assunzione di nuovo personale e la moltiplicazione delle corse e, infine, non intervenendo adeguatamente sulle scuole per dotarle di personale, strutture e strumentazioni che le mettessero in grado di sfalsare gli orari di entrata e di uscita.
Chiudere le scuole equivale a negare il diritto fondamentale all'istruzione, perché la didattica a distanza è un surrogato di scuola, se non la sua stessa negazione, e ha già ampiamente dimostrato i suoi limiti. Tra i cartelli che giovani e giovanissimi hanno innalzato in corteo a Firenze si leggeva: “DaD, Didattica ad Altissima Discriminazione”, ed è questo a cui il governo Conte e i governatori regionali stanno condannando gli studenti, senza peraltro frenare significativamente la diffusione del virus.

4 novembre 2020