Basta con la dittatura dei Dpcm
No all'apertura totale delle fabbriche, alla Dad e al coprifuoco
Nessuna concessione al governo Conte al servizio del regime capitalista neofascista

Col Decreto del presidente del Consiglio dei ministri (DPCM) del 3 novembre è entrato in funzione il meccanismo “automatico”, collegato ai dati sulla progressione dell'epidemia e sulla situazione ospedaliera forniti settimanalmente dalle Regioni, che divide l'Italia in tre aree caratterizzate da rischio sanitario crescente e misure restrittive parimenti crescenti: una zona gialla, con misure comuni per tutto il territorio nazionale, che comprendono il coprifuoco dalle 22 alle 5 del mattino, la chiusura di cinema, teatri, musei, mostre e fiere, la chiusura dei centri commerciali nei week end, la didattica a distanza per tutte le scuole superiori, il trasporto pubblico al 50% della capienza. Restano invece aperte tutte le attività lavorative (fabbriche, uffici, studi professionali, ditte artigianali ecc.) e tutti i negozi, salvo la chiusura di bar e ristoranti alle 18. Una zona arancione, dove a queste misure comuni a tutte le regioni si aggiungono la chiusura di bar e ristoranti per tutta la giornata e il divieto di spostamento al di fuori del comune di residenza, salvo giustificati motivi di lavoro, salute o studio e relativo modulo di autocertificazione. E una zona rossa, dove valgono misure simili al lockdown di marzo e aprile, con la chiusura di tutti i negozi escluso generi alimentari, di prima necessità e farmacie, il divieto di spostamento anche all'interno del comune salvo autocertificazione e la didattica a distanza a partire dalla seconda media.
Con una prima ordinanza del ministro della Salute Speranza, entrata in vigore il 6 novembre, sono state dichiarate quattro zone rosse, Lombardia, Piemonte, Valle D'Aosta e Calabria, e due zone arancione, Puglia e Sicilia. Tutte le altre regioni in zona gialla. Con una seconda ordinanza, annunciata mentre scriviamo e che entra in vigore l'11 novembre, le regioni in zona arancione diventano sette, con l'aggiunta di Liguria, Toscana, Umbria, Abruzzo e Basilicata. L'Alto Adige, che si era già autonomamente proclamato zona rossa, lo diventa ora anche ufficialmente, mentre la Campania, oggetto di una valutazione supplementare da parte degli ispettori del ministero della Salute per i suoi dati contrastanti, è probabile che passi direttamente da zona gialla a rossa.
 

La “ribellione” strumentale delle Regioni di “centro-destra”
Si tratta dell'ultimo tentativo di Conte di rallentare la curva dei contagi, che nella prima settimana di novembre avevano toccato il picco di 34 mila giornalieri, e di evitare il collasso delle strutture sanitarie, con i ricoveri e le terapie intensive che hanno già superato il livello di guardia in molte regioni e i decessi che si contano a centinaia ogni giorno. L'ultimo tentativo cioè per evitare di dichiarare il lockdown su tutto il territorio nazionale, che è sempre più invocato con urgenza da molti esperti e operatori sanitari, compreso recentemente lo stesso presidente dell'Ordine dei medici, che paventa il rischio di 10 mila morti in un mese se si continua con la media attuale.
Una prospettiva, quella del lockdown generale, che il presidente del Consiglio vede come un incubo, pressato dalla Confindustria e dalle altre organizzazioni padronali che vorrebbero tenere tutto aperto, impaurito dalle proteste e dalle manifestazioni di piazza degli esercenti esasperati perché costretti nuovamente a chiudere, e attaccato dalla destra di Salvini e Meloni, che tenta la spallata al governo e a Conte cavalcando la rabbia sociale, sfruttando le sue debolezze e indecisioni e aizzandogli contro le Regioni da essa governate.
Il risultato di tutto ciò è il vergognoso scaricabarile a cui stiamo assistendo tra il governo e i presidenti delle Regioni nell'assumersi la responsabilità delle restrizioni e dei conseguenti danni per l'economia. Ad aprire il fuoco è stato il presidente della Lombardia Fontana, definendo l'inserimento della sua regione in zona rossa “uno schiaffo in faccia alla Lombardia e a tutti i lombardi. Un modo di comportarsi che la mia gente non merita”. Seguìto a ruota dal presidente del Piemonte Cirio, dal presidente facente funzioni della Calabria, il leghista Nino Spirlì e dal presidente della Sicilia, Musumeci. Imbeccati e spalleggiati da Salvini, costoro accusavano il governo di aver voluto punire le Regioni di “centro-destra” inserendole in zona rossa e salvare invece quelle governate dalla maggioranza, sulla base di dati vecchi risalenti a due settimane prima, e puntavano in particolare il dito sulla Campania, tenuta in zona gialla nonostante la sua disastrosa situazione sanitaria fosse sotto gli occhi di tutti.
Il governo ribatteva che i dati erano quelli forniti dalle stesse Regioni, spesso anche in ritardo e incompleti, che tre rappresentanti delle Regioni, tra cui la stessa Lombardia, partecipano alla cabina di monitoraggio dei dati insieme ai rappresentanti del ministero e dell'Istituto superiore di sanità, e che semmai i dati più freschi non farebbero che confermare un peggioramento e non un miglioramento della situazione. Il caos era ulteriormente aumentato da dichiarazioni e iniziative di altri attori coinvolti, tra cui il governatore campano De Luca, che continuava a invocare il lockdown nazionale, quello della Puglia Emiliano, che chiudeva di propria iniziativa tutte le scuole e poi era costretto a riaprirle su sentenza del Tar, quello della provincia autonoma di Bolzano, che si autoproclamava zona rossa, i sindaci Orlando e De Magistris, che invocavano la zona rossa per Palermo e Napoli, e così via. Una dimostrazione plastica che l'Italia è stata ormai trasformata in uno Stato federale di fatto.
 

Gioco delle parti sulla pelle del Paese
Alla vigilia dell'entrata in vigore del Dpcm questo gioco delle parti sulla pelle del Paese si è trasferito in parlamento, dove Speranza si è recato per un'informativa sui criteri seguiti per la collocazione delle regioni nelle aree rossa, arancione e gialla. Inutilmente il ministro, in linea con le recenti raccomandazioni di Mattarella ai rappresentanti delle Regioni e ai presidenti di Camera e Senato, e dopo aver ribadito che i criteri di monitoraggio sono condivisi dalle Regioni fin dallo scorso aprile e che anche i loro rappresentanti fanno parte della cabina di monitoraggio che decide l'assegnazione delle zone di rischio, ha rivolto un accorato appello alla destra parlamentare a stoppare le polemiche e all'unità del Paese in nome della lotta “al nostro comune nemico, il virus”: “In un grande Paese come l'Italia – ha detto Speranza - non può essere questo il terreno di una battaglia politica. Lo dico con tutta la forza che ho dentro, in modo accorato. Basta, non alimentiamo polemiche: non sono utili ma terribilmente dannose. Lasciamo fuori dalla battaglia politica le questioni scientifiche e la battaglia che il nostro Paese deve combattere insieme sulla vicenda sanitaria”.
Inutilmente, perché da quell'orecchio i destinatari del suo accorato appello non ci hanno voluto sentire, continuando ad attaccare a testa bassa il governo per aver fatto un “uso politico” dei dati per punire le Regioni amministrate dal “centro-destra”.
In particolare la deputata della Lega Alessandra Locatelli, ex ministra per le Disabilità e la Famiglia nel Conte 1, ha sparato a zero accusando il governo di voler rinchiudere in casa milioni di italiani e di attaccare le regioni “che stanno invece lavorando per il bene dei cittadini” e che stanno dimostrando “grande competenza regionale nella gestione sanitaria sui propri territori” (sic).
Nella sua informativa Speranza ha fatto una meticolosa esposizione del complesso meccanismo di monitoraggio, basato su tre indici di rischio (basso, medio, alto), legati a 21 parametri che tengono conto dei tracciamenti, ospedalizzazioni, occupazioni di terapie intensive ecc., e su quattro scenari definiti dall'indice di velocità di propagazione del contagio Rt, arrivato attualmente ad una media dell'1,7 in Italia. Sta di fatto però che più passa il tempo e più questo sistema si sta rivelando farraginoso e inaffidabile, soprattutto perché i dati non arrivano, o arrivano in ritardo, o sono incompleti, e talvolta affetti addirittura dal sospetto di essere taroccati, tanto che c'è un'inchiesta avviata dalla procura di Genova sui dati della Liguria, per non parlare dei dati della Campania che paiono inverosimili rispetto alle immagini delle lunghe attese in auto davanti ai pronto soccorso per farsi ricoverare.
In teoria quest'ultimo Dpcm con la ripartizione delle regioni in tre zone dovrebbe scadere il 3 dicembre, ma se nei prossimi giorni la curva dei contagi non comincerà a rallentare dando respiro alle strutture sanitarie c'è da aspettarsene un altro a breve per decretare la chiusura di tutto il Paese come a marzo, quantunque Conte continui a ripetere di volerlo evitare e cerchi di tranquillizzare il Paese che la situazione è sotto controllo, come ha fatto nella lettera a La Repubblica del 9 novembre in cui con grande faccia tosta ha rivendicato di aver fatto tutto quanto in suo potere durante l'estate per prevenire e affrontare la seconda ondata della pandemia.
 

Dpcm, diritti costituzionali e lotta di classe
In ogni caso noi siamo fermamente contrari a questo modo di governare attraverso i Dpcm del dittatore antivirus Conte, provvedimenti che sfuggono ad ogni controllo parlamentare e di conformità costituzionale e che restringono la democrazia borghese e limitano i diritti e le libertà sanciti dalla Costituzione. È il caso per esempio del coprifuoco, esteso a tutto il Paese dalle 22 alle 5, di cui oltretutto non si capisce la necessità e l'utilità, visto che bar e ristoranti devono chiudere alle 18 e cinema e teatri sono sempre chiusi: a meno che non lo si voglia tenere per intimidire la popolazione ed abituarla ad un regime di restrizione della libertà di circolazione.
In questo quadro siamo contrari anche alla circolare applicativa del ministero dell'Interno alle prefetture che specifica la possibilità di chiudere strade e piazze anche prima delle 21 come precedentemente previsto, estendendo la possibilità a tutto l'arco della giornata “o comunque a specifiche fasce orarie non prederminate”, nei centri urbani “dove si possono creare situazioni di assembramento”: se ci sono problemi di assembramento si deve far rispettare l'obbligo di indossare la mascherina e tenere il distanziamento fisico, non vietare la libera circolazione e confinare le persone in casa. È chiaro invece che queste restrizioni – coprifuoco e chiusura preventiva di strade e piazze – si prestano facilmente ad essere usate anche per conculcare i diritti costituzionali di riunione e manifestazione, che invece vanno sempre difesi in ogni circostanza e che sono insopprimibili quanto il diritto alla vita, come ha dichiarato l'economista Brancaccio. Anche perché altrimenti il rischio è quello di lasciare le piazze ai fascisti e al loro duce Salvini, per strumentalizzare con la loro sporca demagogia la disperazione e la protesta delle masse impoverite dalle chiusure.
Siamo contrari anche all'apertura totale, sempre e comunque, delle fabbriche. Gli operai non sono carne da macello, mentre il Dpcm sembra non prenderlo neanche in considerazione obbligandoli ad andare a lavorare in qualsiasi situazione e condizione: nelle zone gialle e arancione come in quelle rosse ad alto pericolo di contagio; nelle attività considerate essenziali per assicurare il funzionamento del Paese e la lotta alla pandemia come in tutte le altre non strettamente essenziali, che sono la stragrande maggioranza.
Ci opponiamo inoltre alla didattica a distanza nella scuola, la famigerata Dad (ora chiamata Didattica Integrata) che giustamente è stata denunciata dagli studenti come “didattica ad alta discriminazione”, perché le famiglie non sono tutte uguali, molte non hanno gli spazi, la connessione e gli strumenti informatici per poterla svolgere adeguatamente, e in generale rappresenta una grave menomazione del diritto allo studio, ai rapporti sociali e allo sviluppo formativo dei giovani. Poiché è assodato che il contagio non avviene a scuola, ma principalmente sui mezzi di trasporto insufficienti e troppo affollati, le istituzioni, governo, regioni e comuni, devono risolvere al più presto questo problema che non hanno voluto risolvere pur avendo alcuni mesi a disposizione, e non confinare gli studenti in casa.
Invitiamo pertanto gli operai e tutte le masse lavoratrici e popolari a respingere i Dpcm anticostituzionali e liberticidi e a difendere ed esercitare i diritti di riunione, manifestazione e sciopero in tutte le occasioni e le circostanze che lo richiedano, anche in periodo di pandemia nel rispetto delle regole di precauzione e di tutela della salute collettiva. La lotta di classe non può e non deve essere revocata per decreto. Nessuna concessione deve essere fatta al governo trasformista liberale Conte al servizio del regime capitalista neofascista.
Questo governo e i governi regionali della destra e della “sinistra” borghese vanno spazzati via. Vanno sostituiti dal potere politico del proletariato e dal socialismo, quando le masse sfruttate e oppresse e le nuove generazioni prenderanno coscienza che questa è l’unica alternativa al capitalismo e al potere della borghesia, che sono la causa di tutti i mali di cui soffrono il popolo, la natura, l’ambiente e il clima.
 

11 novembre 2020