Indetto da Cgil-Cisl-Uil il 5 novembre
Successo dello sciopero dei metalmeccanici
Centinaia di iniziative in tutta Italia. Chiesto un aumento di 140 euro, Federmeccanica vuole firmare a costo zero

 
A quasi un anno dalla scadenza del contratto dei metalmeccanici la vertenza per il suo rinnovo si è arenata a causa dell'intransigenza padronale che non vuole concedere nulla. A distanza di un mese dalla rottura del tavolo delle trattative tra Cgi-Cisl-Uil e Federmeccanica/Assistal i sindacati confederali si sono decisi a proclamare uno sciopero nazionale della categoria svoltosi il 5 novembre. Iniziativa anche troppo tardiva considerando come le intenzioni della controparte erano chiare da tempo: elargire poco più di un'elemosina, per poi rimandare il resto ad eventuali trattative aziendali, il cosiddetto secondo livello.
Questo atteggiamento è il riflesso della linea intransigente perseguita dalla Confindustria che intende serrare le file, specialmente dopo che importanti industrie del settore alimentare hanno firmato con i sindacati l'accordo di categoria che in parte contraddice le sue direttive. Il suo neo presidente, il falco Carlo Bonomi, è stato esplicito: tutto agli industriali, niente ai lavoratori. Fin dal suo insediamento, coincidente con lo sviluppo e la diffusione del Covid-19, ha dimostrato come per difendere gli interessi padronali non si faccia nessun scrupolo, nemmeno formale, di mettere sotto i piedi la salute, i diritti e i salari dei lavoratori.
In un primo momento ha spinto forsennatamente per mantenere aperte tutte le fabbriche per non fermare la produzione e i profitti, fino a quando di fronte al dilagare della pandemia, agli scioperi e alle lotte dei lavoratori per difendere la propria salute è stato indotto a più miti consigli. Per poi tornare subito all'attacco e utilizzare il pretesto del Coronavirus per chiedere che tutte le risorse provenienti dal governo e dall'Unione Europea siano a completa disposizione dei capitalisti e pretendere che i lavoratori non rivendicassero neppure un euro.
Mentre chiede per i padroni un ingente intervento pubblico ai precari e ai disoccupati non vorrebbe concedere alcun sostegno economico, invoca la piena libertà di licenziamento, salari e diritti completamente bloccati o ridimensionati, contratti che riconoscano aumenti solo nelle aziende che accrescono il loro profitto. Insomma quei “Contratti Rivoluzionari’ annunciati da Bonomi, come quello siglato dall’UGL con le piattaforme dei rider : cottimo legalizzato ossia salario esclusivamente legato alla produttività, nessuna rappresentanza ne potere decisionale per i lavoratori.
Rimane comunque centrale la questione salariale perché com'è ben noto a tutti, i salari italiani sono i più bassi tra tutti i maggiori Paesi europei, perciò la richiesta sindacale di un aumento mensile di 140 euro medio non solo è giustificata, ma appare insufficiente, mentre i 40 euro proposti da Federmeccanica sono ridicoli e offensivi. Se in Francia e in Germania negli ultimi vent’anni i salari lordi medi sono cresciuti a ritmi consistenti, rispettivamente del 21,4% e del 18,4%, da noi si sono fermati al 3,1%.
Nonostante queste cifre in Italia i padroni vogliono firmare i rinnovi a costo zero “o al massimo solo aumenti per via indiretta (welfare) o attraverso la contrattazione aziendale”, rispondono i sindacati confederali, cioè non per tutti, visto che gli “integrativi” di secondo livello interessano mediamente tra il 20 e il 25% del milione e mezzo di metalmeccanici italiani.
Su questo ci sarebbe da obiettare che tutto ciò è stato favorito dalla linea collaborazionista tenuta da Cgil, Cisl e Uil che da anni stanno firmando contratti che prevedono incrementi quasi nulli sulla paga base ma quasi esclusivamente sulla previdenza e la sanità aziendale, il welfare appunto che adesso, specie la Fiom, almeno a parole sembra criticare. A questo punto la rabbia tra i lavoratori è tanta, e nonostante la paura per gli effetti della crisi economica, la pazienza è finita.
Sicuramente questa rabbia ha inciso sull'alta partecipazione allo sciopero di 4 ore di giovedì 5 novembre che in molte fabbriche del nord sono diventate otto per volere degli stessi operai, specie a Bergamo, in Emilia e in Piemonte con adesione media del 70% con punte del 95% in Electrolux, Leonardo, Arvedi, Abb Dalmine, Sogefi e Kone, 8 ore anche nel polo industriale di Genova. Venti presidi davanti alle più importanti fabbriche dell'Emilia Romagna, centinaia di assemblee e sit-in in tutta la Lombardia, vere è proprie manifestazioni in 5 capoluoghi del Veneto davanti alle associazioni industriali. Altissime adesioni e decine di iniziative in tutto il Piemonte.
Grande partecipazione a Napoli dove la solidarietà ai lavoratori della Whirlpool di via Argine ha portato a decidere lo sciopero dell’intero settore industriale allargato al terziario. “Napoli non molla” è stato lo slogan più gridato in piazza. I metalmeccanici della Campania hanno aderito in massa allo sciopero generale. Ampia partecipazione in tutte la province: “Avellino, Benevento, Caserta, Napoli e Salerno con una media del 70% e punte del 100% in molte aziende metalmeccaniche dell’intera regione”, hanno comunicato Cgil, Cisl e Uil.
Flash mob, presidi e manifestazioni a Firenze, Livorno, Valdarno e in tutta la Toscana con alte adesioni, così come in Umbria e in Abruzzo, dove ci sono diverse vertenze aperte con centinaia di posti di lavoro a rischio. Presidi a Taranto, Bari, Lecce e in altri centri pugliesi. In Sicilia manifestazioni a Palermo, al polo petrolchimico di Priolo, nelle zone industriali di Messina e Catania dove lo sciopero è diventato di 8 ore.
In Piazza Esquilino a Roma si è tenuto il presidio nazionale dove erano presenti i segretari della Fiom Francesca Re David, Palombella della Uilm e Benaglia della Fim-Cisl che hanno chiuso la manifestazione. Al di là delle dichiarazioni di circostanza e dei proclami, i lavoratori si aspettano che i sindacati non facciano presto marcia indietro e si calino le braghe davanti ai padroni, allineandosi agli insistenti richiami di Conte e Mattarella all'unità nazionale che ci vorrebbero tutti sulla stessa barca, quando invece gli interessi del proletariato e quelli dei capitalisti sono diametralmente opposti e inconciliabili.

11 novembre 2020