I giovani tunisini si ribellano e sfidano il coprifuoco
Scontri notturni con la polizia. Oltre 600 arresti, molti i minorenni

 
Oltre 600 arresti, molti minorenni, giovani tra i 15 e i 25 anni, è il bilancio ufficiale registrato dal ministero dell’Interno tunisino dei pesanti scontri dei manifestanti con la polizia che tra il 17 e il 20 gennaio hanno segnato la nuova fiammata di protesta nelle strade di tante città del paese. Una protesta che vede protagonisti soprattutto i giovani tunisini che si ribellano, manifestano di giorno e di notte sfidando il coprifuoco e le misure di sicurezza imposte dal governo di Hichem Mechichi, un esecutivo composto interamente da indipendenti e insediatosi il 2 settembre 2020.
Dopo una serie di proteste minori in varie parti del paese, l’ampia mobilitazione popolare è ripartita il 15 gennaio a Siliana, a 130 chilometri da Tunisi quando un gruppo di ragazzi violava il coprifuoco e scendeva in strada contro le brutalità della polizia, denunciate da video diffusi sui social come quello che mostrava un poliziotto malmenare un pastore.
Il governo ha inviato la polizia a presidiare soprattutto i quartieri popolari delle città costiere e alcune zone dell'interno e a tentare di impedire le proteste dei giovani che con le pietre rispondevano alle cariche, a gas lacrimogeni e idranti. Dal 17 gennaio il governo schierava nelle strade anche reparti dell'esercito per presidiare le sedi istituzionali.
Lavoro, dignità e libertà erano le richieste rilanciate nelle manifestazioni nei sobborghi più poveri della capitale Tunisi, come delle altre città del paese, le stesse che erano gridate giusto dieci anni fa nelle rivolte della cosiddetta Primavera Araba iniziata proprio in Tunisia. Il 17 dicembre 2010 un venditore ambulante della cittadina di Sidi Bouzid, Mohammed Bouazizi, si dava fuoco per protesta contro le angherie subite della polizia che bloccavano la sua attività. Quell'atto era la scintilla che in una situazione di povertà delle masse popolari dava il via a una sollevazione popolare che nel giro di qualche settimana abbatteva la dittatura del presidente Zine El Abidine Ben Ali e con un effetto domino si estendeva a molti paesi del Nord Africa e del Medio Oriente.
I governi che si sono succeduti a Tunisi, compreso l'ultimo composto da indipendenti sono accusati di non aver migliorato per niente le condizioni di vita delle masse popolari, di non aver risposto alle necessità per garantire il diritto alla salute, all'educazione, al lavoro. In un paese dove, secondo le stesse stime ufficiali del governo, un terzo dei giovani è senza lavoro e un quinto della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. E l'esplosione della pandemia da coronavirus ha colpito direttamente la salute della popolazione e ha fatto crollare il reddito dei tanti lavoratori di un settore importante come quello turistico.
La protesta si è diretta contro il capo di Stato, Kais Saied, e il primo ministro Mechichi che non hanno mantenuto le promesse di rispondere alle esigenze della popolazione: i manifestanti chiedevano anche le loro dimissioni e il rilascio degli arrestati. E non si accontentavano della risposta del premier Mechichi che si limitava a un rimpasto seppur consistente del suo governo.

27 gennaio 2021