L'Ue condanna l'Italia per l'inquinamento dell'aria
“Per dieci anni superati i valori limite di concentrazione di particelle PM10”

 
La Corte di giustizia dell'Unione europea riunita in Grande sezione, al termine del procedimento C-644/18 che per due anni ha visto contrapposte la Commissione europea e il governo italiano, ha condannato lo scorso 10 novembre l'Italia riconoscendola responsabile della continuata e sistematica violazione, per gli anni dal 2008 al 2017, della normativa europea in tema di inquinamento dell'aria, e specificamente riguardo al superamento dei valori massimi applicabili alle concentrazioni di particelle PM10.
Nella dettagliata sentenza di 34 pagine la Corte non ha previsto sanzioni a carico dell'Italia, condannata soltanto al pagamento delle spese processuali, poiché la procedura instaurata dalla Commissione era per inadempimento sulla base dell'articolo 258 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) e si è limitata alla constatazione giuridica dell'avvenuta infrazione, ma le conseguenze per il futuro possono essere molto pesanti per l'Italia se quest'ultima non prenderà rapidamente le misure necessarie per il rispetto della normativa europea: infatti la Commissione europea, qualora non ritenga che il governo italiano abbia preso le misure adeguate per contrastare l'inquinamento dell'aria nel senso indicato dall'organo giurisdizionale comunitario, potrà iniziare dinanzi alla Corte un nuovo procedimento fondato stavolta sull'articolo 260 del TFUE, e a questo punto la Corte di giustizia potrà infliggere all'Italia sanzioni finanziarie, anche giornaliere, che saranno di rilevante impatto economico e che dureranno, con i dovuti controlli, fino al termine dell'infrazione.
La vicenda che ha portato alla condanna dell'Italia è iniziata nel 2014, quando la Commissione europea ha avviato un procedimento per inadempimento nei confronti dell'Italia sia per il superamento, in numerose aree del Paese, dei valori limite fissati per le particelle PM10 dalla direttiva 2008/50/CE emanata per la tutela della qualità dell'aria sia perché il governo italiano non aveva adottato misure adeguate per invertire la tendenza. Ritenendo insufficienti e incompleti i chiarimenti forniti dall'Italia, la Commissione proponeva ricorso nei confronti del nostro Paese, il 13 ottobre 2018, dinanzi alla Corte di giustizia, accusando l'Italia di avere violato la menzionata direttiva europea “in maniera sistematica e continuata” e di non avere adottato “misure appropriate per garantire il rispetto dei valori limite fissati per il PM10 in tutte tali zone” come si legge nel punto n. 1 della sentenza, instaurando così il procedimento giudiziario che ha portato alla recente condanna.
Le aree del territorio italiano che la Commissione, nel suo ricorso, ha considerato interessate al superamento dei limiti imposti dalla direttiva, come ricordato nel punto n. 1 della sentenza, sono Molteplici.
Dal 2008 fino a tutto il 2017 la contestazione di superamento della soglia giornaliera di concentrazione di particelle PM10 riguarda la valle del Sacco in provincia di Frosinone, le province di Napoli e Caserta, la pianura occidentale e orientale dell'Emilia Romagna, gli agglomerati urbani di Milano, Bergamo e Brescia, la pianura e il fondovalle della Lombardia, ed infine la pianura e la collina del Piemonte. Dal 2008 fino a tutto il 2016 il superamento riguarda l'agglomerato urbano di Roma, dal 2009 fino a tutto il 2017 gli agglomerati urbani di Venezia, Treviso, Padova, Vicenza, Verona e vari territori extraurbani del Veneto, dal 2008 al 2013 e poi nuovamente dal 2015 al 2017 le zone di Prato e di Pistoia, e dal 2008 al 2012 e poi nuovamente dal 2014 al 2017 le zone del Valdarno di Pisa e della Piana di Lucca oltre all'agglomerato urbano di Torino. Infine, dal 2008 al 2009 e poi ancora dal 2011 al 2017 il superamento riguarda la Conca di Terni e la zona costiera collinare di Benevento, nel 2008 e poi dal 2011 al 2017 la zona dell'area industriale della Puglia, e dal 2008 al 2012 e poi negli anni 2014 e 2016 l'agglomerato urbano di Palermo.
Quanto al superamento annuale di concentrazione di particelle PM10 nell'aria, sono stati considerati fuori norma dalla Commissione la Valle del Sacco dal 2008 fino a tutto il 2016, l'agglomerato di Venezia e Treviso nel 2009, nel 2011 e nel 2015, l'agglomerato di Vicenza nel biennio 2011-2012 e nel 2015, l'agglomerato di Milano dal 2008 al 2013 e nel 2015, l'agglomerato di Brescia e di settori della pianura lombarda dal 2008 al 2013 e poi nel 2015 e nel 2017, infine l'agglomerato di Torino dal 2008 al 2012 e poi nel 2015 e nel 2017.
Dopo avere svolto un'ampia disamina sia del contesto normativo comunitario in tema di qualità dell'aria sia delle censure mosse all'Italia dalla Commissione sia nella fase precedente al giudizio sia nel contesto di esso, la Corte ha concluso 2014, la Corte ha stabilito nel punto n. 72 che “nel caso di specie, i dati risultanti dalle relazioni annuali riguardanti la qualità dell’aria, presentati dalla Repubblica italiana in forza dell’articolo 27 della direttiva 2008/50, mostrano che, dal 2008 al 2017 incluso, i valori limite giornalieri e annuali fissati per il PM10 sono stati superati molto regolarmente nelle zone citate al punto 1 della presente sentenza” : la difesa del governo italiano nel giudizio, del resto, si è impegnata, inutilmente, a tentare di dimostrare di avere fatto tutto ciò che era nelle sue possibilità per evitare che i livelli di PM10 salissero troppo, ma non ha certo contestato i dati che sono stati forniti direttamente dalle autorità italiane. Peraltro la Commissione ha ritenuto del tutto insufficienti le misure prese dal governo italiano per contrastare l'inquinamento.
Ne consegue - continua la Corte nel punto n. 76 della sentenza - che i superamenti così accertati devono essere considerati continuati e sistematici, senza che la Commissione sia tenuta a fornire prove supplementari al riguardo” , e successivamente viene respinta l'argomentazione della difesa dell'Italia, secondo la quale la direttiva 2008/50/CE prevedrebbe solo un obbligo di riduzione progressiva dei livelli di concentrazione di PM10, per cui gli Stati membri sarebbero unicamente obbligati ad adottare un piano per la qualità dell’aria e non a tenere il livello di agente inquinante sotto la soglia stabilita: se tale interpretazione fosse corretta - continua la corte nel punto n. 80 della sentenza - essa “lascerebbe peraltro la realizzazione dell’obiettivo di tutela della salute umana” , continua la Corte nel punto n. 80 della sentenza, “alla sola discrezionalità degli Stati membri, il che è contrario alle intenzioni del legislatore dell’Unione” .
Soprattutto due sono i fatti che hanno pesato sulla condanna: il prolungamento dei valori anomali di inquinamento in un lungo e continuato arco di tempo e il fatto che tali valori siano distribuiti in amplissime porzioni del territorio del Paese, interessando nove regioni su venti.
Quello dell'inquinamento da PM10, ha sottolineato Legambiente nella sua ultima relazione annuale intitolata 'Mal'Aria di Città 2020' è un problema gravissimo, che provoca almeno 60mila morti l'anno: l'associazione ambientalista, che da anni tiene sotto costante controllo i livelli di inquinamento con la campagna 'PM10 ti tengo d'occhio', ha potuto accertare che il 28% delle città italiane prese in esame nell’ultimo decennio ha superato i limiti giornalieri di PM10 tutti gli anni, il 9% lo ha fatto 9 volte, mentre il 12% è andato oltre 8 volte su 10.
Ora il governo italiano dovrà prendere le opportune misure, anche drastiche, per portare a norma il livello di inquinamento a da PM10 in tempi brevi.

7 aprile 2021