Il socialdemocratico Boric eletto nuovo presidente del Cile
“Il Manifesto” trotzkista considera il caso come un modello da esportare
Astensionismo al 44%

 
Nel ballottaggio delle elezioni presidenziali del 19 dicembre in Cile la vittoria è andata al candidato della "sinistra" borghese, il 35enne socialdemocratico Gabriel Boric deputato ed ex leader studentesco, a capo della coalizione Apruebe Dignidad (approvare la dignità) col 56% dei voti validi contro il 44% ottenuto dal candidato della destra Josè Antonio Kast. Nel primo turno elettorale del 21 novembre aveva prevalso Kast con quasi 2 milioni di preferenze, pari al 28%, contro i poco più di 1,8 milioni di preferenze, pari al 25,8%, di Boric e con i due schieramenti della destra e della "sinistra" borghesi che si dividevano voti validi e seggi in parlamento dove il nuovo presidente dovrà quindi costruire una maggioranza che gli permetta di governare; al ballottaggio il candidato della destra raccoglieva 3,6 milioni di voti, poco meno dei 3,8 milioni che nel 2017 avevano assegnato la vittoria all'attuale presidente Sebastian Pineira, Boric rastrellava i consensi di democristiani, socialisti e liberali, drenava parte dell'astensionismo e volava a 4,6 milioni di voti.
Dal voto del 21 novembre è risultata una Camera composta da 155 membri, 53 deputati della destra, 40 del “centro-sinistra”, 37 della coalizione di Boric, 15 dell’alleanza di Kast, 6 del Partito della Gente del candidato arrivato terzo Parisi, 2 verdi e due indipendenti; il Senato è composto da 27 membri, 12 senatori della destra, 8 del “centro-sinistra”, 4 della coalizione di Boric, due indipendenti e uno dell’alleanza di Kast.
Il nuovo presidente si insedierà formalmente al palazzo della Moneda il prossimo 11 marzo e nel frattempo lavorerà alla composizione del nuovo governo a partire dai candidati della vittoriosa coalizione Apruebo Dignidad, il cartello elettorale che ha unito il Frente Amplio, il Partito Comunista del Cile e una serie di formazioni minori (Convergencia Social, Revolucion Democratica, Comunes, Federacion Regionalista Verde Social, Fuerza Comun, Movimiento Unir, Accion Humanista, sinistra cristiana, Izquierda Libertaria). Boric è tra i fondatori di Revolucion Democratica nata nel corso delle proteste del 2016 e cresciuta dopo quelle del 2019 e si è guadagnato il ruolo di sfidante nella corsa presidenziale superando al ballottagio dell'agosto scorso il candidato del Partito comunista.
Gabriel Boric ex leader studentesco e già deputato a 20 anni si è presentato come rappresentante di quelle proteste sociali che dal 2019 hanno contestato il modello economico liberista costruito fin da sotto la dittatura e hanno dato una potente scossa al regime del destro Pineira, contrapposto al continuatore di quella politica e ammiratore dichiarato di Pinochet, Bolsonaro e Trump, l'avvocato Kast alfiere del liberismo e della guerra contro i "pericoli del comunismo".
Boric si è richiamato all'ex presidente Salvador Allende e alla sua vittoria presidenziale del novembre 1970, Kast al suo assassino, il generale Pinochet capo dei militari del golpe dell'11 settembre 1973 e della sucessiva dittatura che ha costruito quelle condizioni istituzionali e economiche durate fino a oggi a vantaggio di un pugno di capitalisti, con una forbice sempre più ampia a favore dell'1% dei ricchi, neanche scalfite dai governi della "sinistra" borghese e rafforzate da quelli di destra.
Grazie a questa contrapposizione Boric ha intanto potuto rastrellare al ballottaggio, rispetto al primo turno, un buon numero di diserzioni dalle urne scese dal 52,6% al 44% del corpo elettorale. Il 21 novembre il tasso di partecipazione è stato del 47,4%, con 7.115.590 voti espressi, saliti a oltre 8,2 milioni di elettori e al 56%, l’affluenza più alta da quando nel 2012 il voto è stato reso volontario, superiore di 12 punti anche delle elezioni per la Convenzione costituzionale del maggio scorso. L'Assemblea costituente, che ha eletto alla presidenza l'indigena Mapuche Elisa Loncon, ha il compito di scrivere la nuova Costituzione per seppellire quella della dittatura ancora vigente e che concluderà i suoi lavori il prossimo luglio.
La crescente disuguaglianza sociale ha alimentato le proteste delle masse popolari, dalla lotta dei liceali nel 2006 e degli universitari del 2011 alle mobilitazioni dei popoli nativi Rapa Nui, Aymara e Mapuche, alla difesa dell'ambiente e fino alla rivolta del 2019, nata contro l'aumento del prezzo del biglietto dei mezzi pubblici e cresciuta fino a scuotere il regime di Pineira pur a prezzo di una pesante repressione poliziesca con morti, feriti, arrestati e desaparecidos come sotto Pinochet. Questa potente lotta sociale è stata cavalcata dalla socialdemocrazia e dirottata sui canali istituzionali per farla tornare a guidare il Cile con la promessa di una ennesima svolta a favore del popolo. Come se l'esperienza di Allende, a cui Boric si richiama, non avesse nulla da insegnare, a partire dall'aver mostrato che la presa del potere per via parlamentare del fronte guidato dalla "sinistra" della borghesia non può reggere lo scontro coi carri armati della destra.
In seguito all'accordo di pacificazione del novembre 2019, l'“Accordo per la pace sociale e la nuova Costituzione”, è partita la riscrittura della Costituzione e Pinera ha potuto concludere il suo mandato mentre tanti giovani e oppositori protagonisti della rivolta sono ancora in galera. E il nuovo presidente si è preoccupato anzitutto di dichiarare che “sarò il presidente di tutti, sapremo costruire ponti, il progresso richiederà ampi accordi”. Si è preoccupato di rassicurare le Borse che curerà la crescita economica e i suoi elettori "dobbiamo muoverci in modo responsabile attraverso cambiamenti strutturali senza lasciare indietro nessuno" e "garantire a tutti una vita tranquilla e sicura" ora che "con noi, a La Moneda entra la gente". Il programma elettorale è pieno di promesse contro il regime neoliberista, dal ripristino dei sistemi sanitari e previdenziali pubblici alla definizione del limite massimo di 40 ore settimanali di lavoro, a una modifica degli scaglioni di tassazione che aumenti quelle dei redditi più alti; dalla estensione dei diritti delle donne alla difesa di quelli delle minoranze, alla difesa dell'ambiente. Promesse da tradurre in un programma di governo tutt'altro che definito e radicale, un programma da realizzare senza fretta però, avvisava Boric, "dovremo muoverci a piccoli passi". E da tradurre con una composizione di governo in cui parteciperanno democristiani e liberali, che hanno contribuito alla sua elezione.
Chi ha invece fretta di incoronare la vittoria elettorale di Gabriel Boric come un modello da esportare sono gli orfani del troppo presto caduto nella polvere socialismo del XXI secolo della "sinistra" borghese italiana, compresi i trotzkisti de Il Manifesto che ha dipinto il nuovo presidente cileno come rappresentante di "una nuova sinistra meticcia nei riferimenti culturali e ideali", "libero dagli ancoraggi con la sinistra che si è riconosciuta in passato nelle esperienza di Cuba, Venezuela, Nicaragua", esperienze antimperialiste importanti ma palesemente fallite o in via di fallimento politico e economico della socialdemocrazia. Che cerca un nuovo alfiere in Boric e come al solito conterà la prova dei fatti.
 

12 gennaio 2022