Da Trento a Catania
Studentesse e studenti in piazza per Lorenzo Parelli
Cariche della polizia a Napoli, Milano e Torino
Abolire l'alternanza scuola-lavoro

Lo studente Lorenzo Parelli è morto a 18 anni di alternanza scuola-lavoro, schiacciato da una trave d'acciaio mentre lavorava gratis in una carpenteria nei pressi di Udine. Non certo una fatalità, come hanno scritto diversi media di regime, e neppure un evento “imprevedibile” se, come affermato dal movimento studentesco che si è mobilitato in massa assieme al sindacalismo di base in tutta Italia, si mandano per legge studenti e studentesse al lavoro nello stesso contesto che produce quasi quattro morti al giorno.
E le morti – o il rischio effettivo di rimanere uccisi negli stage – non sono neppure rarissimi come si vorrebbe far intendere: per fare solo alcuni esempi, nel giugno del 2021 a Rovato (Brescia) uno studente di 16 anni è caduto da cinque metri mentre montava uno striscione; a febbraio del 2020 un 17enne è stato travolto da un cancello nel Cuneese in un’azienda di trattori; altri incidenti si sono registrati nel 2018 a Montemurlo (Prato) e ad Udine, e nel 2017 a Faenza ed a La Spezia. Ogni volta ci sono stati indignazione, promesse di indagini e di approfondimenti, poi tutto è svanito come una bolla di sapone, almeno fino alla morte di Lorenzo.
 

L'eredità della riforma del governo Renzi
All'interno di un processo già avviato dei governi precedenti, fu Renzi che impose l'obbligatorietà dei percorsi scuola-lavoro che ora il ministro Bianchi rilancia a gran voce. Un percorso di descolarizzazione voluta, che anticipa i tempi per insegnare alle giovani generazioni le basi fondamentali del lavoro all'epoca del neoliberismo imperante fatto di precarietà, lavoro dequalificato, sfruttamento e mancanza di sicurezza.
Oggi l'ASL (Alternanza Scuola Lavoro) è ridenominata in maniera più accattivante PCTO (Percorsi per le competenze trasversali e l'orientamento) e costituisce assieme agli stage gratuiti e al sottoinquadramento che è prassi nell'apprendistato, la nuova frontiera dove non si scambia più lavoro e salario, ma lavoro e “formazione” che di fatto non c'è nel suo senso più ampio, riducendosi solamente a consegnare ai giovani l'idea della schiavitù salariata senza diritti.
“L'alternanza – si legge in uno dei tanti volantini del movimento studentesco – piega l'istruzione pubblica alle esigenze aziendali che puntano ad aumentare i profitti abbassando i salari ed aumentando lo sfruttamento. A 15 anni cominciano ad insegnarci che è normale lavorare gratis senza diritti, senza sindacato. Ci abituano così al futuro di precarietà che è stato imposto alla nostra generazione (…) Anni fa il movimento studentesco ha lottato scendendo in piazza contro l'imposizione di questo modello. È necessario tornare a riempire le piazze”.
Intanto però si moltiplicano gli accordi stretti dalle scuole con le aziende, addirittura con l’esercito, con Mcdonald’s, Eni e tanti altri - come ha sostenuto un interessante articolo de Il Fatto quotidiano – in virtù dei quali alcuni studenti finiscono agli stand del Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, così come altri alla multinazionale petrolifera Saras di Sarroch. Secondo un monitoraggio del 2020 dell’unione degli Studenti ci sono poi un numero incalcolabile di casi che evidenziano senza ombra di dubbio che la formazione non esiste, bensì è presente un sistema organizzato di sfruttamento del quale sono complici primarie le istituzioni; si pensi a studenti degli agrari del Sud a raccogliere pomodori, oppure ai liceali addetti alle fotocopie nei Comuni o a catalogare libri nelle biblioteche o a svolgere lavori in servizi pubblici. In tutta questa farsa che ha del criminale c'è anche chi, oltre a non ricevere l'ombra di un euro, è stato anche costretto a pagarsi trasferte fuori regione.
 

Da Nord a Sud studenti e studentesse in piazza assieme agli operai. Sindacati di base in sciopero
La rabbia per la morte di Lorenzo ha risvegliato le coscienze di decine di migliaia di studentesse e di studenti che sono scesi in manifestazioni e cortei in tantissime piazze d'Italia il 28 di gennaio per dire No alla scuola-lavoro e per denunciare ancora una volta le condizioni catastrofiche della scuola pubblica italiana stritolata dalle “riforme” dei governi borghesi e dalla sua scarsa risposta alla pandemia. Al centro della contestazione, anche la didattica a distanza, considerata alienante e poco inclusiva, le strutture scolastiche fatiscenti e pericolose, il sovraffollamento nelle classi-pollaio e l'assenza dei presidi sanitari con tutte le loro specifiche conseguenze.
Le piazze di Roma, Torino, Milano, Catania, Venezia, Udine, Bologna, Parma, Firenze, Napoli, Cagliari, Cosenza, Bari, Taranto, solo per citare le più partecipate, hanno unito gli studenti da nord a sud in un grande movimento d'opposizione alla scuola borghese ed al governo Draghi, che attualmente ne determina le sorti con le sue politiche antipopolari e filopadronali. In quasi tutte le piazze, solidali con il movimento studentesco, si sono presentate delegazioni operaie delle varie fabbriche anch'esse in lotta in difesa del posto di lavoro ed i movimenti organizzati dei disoccupati; un binomio quello fra studenti e operai fondamentale per la ripresa di una lotta di classe che sappia essere incisiva e di prospettiva.
I Cobas e altri sindacati di base hanno dato un contributo molto importante a questa lotta che riguarda tutti, proclamando proprio per il 28 gennaio lo sciopero generale per l'intera giornata affluendo anch'essi nelle piazze presidiate dagli studenti e dalle studentesse.
 

La polizia carica gli studenti in lotta
Le mobilitazioni, oltre a essere partecipate, colorate e inclusive, sono state anche molto combattive e hanno mostrato la tempra che contraddistingue un movimento studentesco in piena ascesa dopo il momento delle occupazioni che nel mese di novembre ha coinvolto una larga fetta degli istituti italiani.
L'unica risposta che ha saputo dare agli studenti e al Paese intero il governo del banchiere massone Draghi è stata quella della repressione, una repressione ingiustificata, con cariche poliziesche fatte di lacrimogeni e manganellate sulle braccia, sulla testa e sulle facce, che hanno aggiunto sangue a sangue. Il sangue dei giovani studenti a quello di Lorenzo Parelli, il sangue dei manifestanti aggrediti a Torino dagli agenti per il solo “crimine” di aver l'intenzione di passare in corteo per le vie del centro, mentre il corteo cercava di muoversi da una piazza Arbarello bloccata in tutte le direzioni dalle “forze dell'ordine” per l'inaccettabile restrizione del diritto di manifestare nelle cosiddette “zone arancioni”. Giustificata e legittima la risposta dei giovani che tentavano con coraggio di forzare i blocchi per riaffermare il loro sacrosanto diritto di manifestare.
Non si è trattato di semplici cariche di alleggerimento ma di una risposta studiata a tavolino al Viminale tanto è stata feroce, sistematica e identica nelle varie città la repressione poliziesca. Decine e decine di ragazzi feriti finiti all'ospedale, una ragazza con l'anca rotta e un ragazzo ricoverato per un'emorragia cerebrale a Torino; una sedicenne manganellata ripetutamente alle gambe, costretta a iniezioni di anti-dolorifici per via degli ematomi, a Roma: sono solo alcuni esempi del bollettino della guerra scatenata dalla polizia contro gli studenti.
A Milano le cariche sono scattate quando i giovani hanno tentato di raggiungere l’ingresso di Assolombarda, presidiata da poliziotti anti-sommossa, per depositare una trave d’acciaio di cartapesta “insanguinata”. Durante gli scontri un ragazzo è rimasto ferito alla testa, mentre due agenti hanno riportato escoriazioni.
A Napoli la protesta degli studenti partenopei è partita intorno alle ore 16 da piazza Vittoria dove ragazze e ragazzi provenienti da vari collettivi studenteschi e centri sociali cittadini si sono radunati con striscioni e bandiere, per poi raggiungere la vicina piazza dei Martiri ed inscenare un presidio all’esterno della blindatissima sede di Confindustria. Al coro di “Lorenzo vive e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai”, gli studenti hanno trovato in piazza a sostenerli un folto gruppo di manifestanti provenienti dal mondo del lavoro, tra i quali i disoccupati del Movimento 7 novembre e rappresentanze del Si Cobas; insieme hanno srotolato uno striscione sul quale si leggeva: “Di scuola e di lavoro non si può morire. Sangue del nostro sangue”.
“Non saranno di certo la repressione, fatta con le manganellate in piazza e con le sospensioni nelle scuole, che sono le uniche risposte che abbiamo dalle istituzioni, a fermare la nostra lotta contro l’Alternanza e contro questa scuola che uccide”, hanno avvertito gli studenti romani della “Lupa in lotta”, un movimento nato nel corso dell’autunno dalla convergenza degli oltre cinquanta istituti occupati nella capitale, che denunciano: “L’Alternanza buona non esiste, la vostra scuola non va migliorata, va rivoluzionata, e la morte di Lorenzo qualche giorno fa lo ha mostrato chiaramente a tutti. Le scuole non sono aziende, i presidi non sono manager, il sapere non è profitto”.
 

Abolire la scuola-lavoro. Viva le mobilitazioni degli studenti!
Così, mentre nelle stanze del potere si assisteva alle elezioni del presidente della Repubblica, “squallido spettacolo, punto più basso della degenerazione della democrazia e dell'elettoralismo borghesi” come ha tempestivamente affermato l'imp comunicato dell'ufficio stampa del PMLI il 30 gennaio, le piazze italiane evidenziavano un movimento di opposizione alle politiche neoliberiste ed antipopolari dei governi borghesi, giovane e forte.
I palazzi del potere borghese contrapposti diametralmente alle piazze attraversate dai cortei studenteschi: i primi, regno degli intrighi e della squallida guerra per bande tra le diverse cosche che si contendevano il controllo della massima carica istituzionale della Repubblica; e le seconde, attraversate dalle nuove generazioni studentesche che trasformavano il loro dolore in forza contro la barbarie dello sfruttamento capitalistico e per un mondo nuovo da conquistare.
Il primo passo per raggiungerlo è certamente quello del lottare contro le politiche liberiste del governo Draghi che conferma il proprio disinteresse per la scuola pubblica destinando percentuali minime e assolutamente insufficienti del tanto osannato PNRR al sistema educativo pubblico, individuando peraltro nella digitalizzazione o nella costruzione di nuovi istituti le priorità, senza prendere in considerazione i problemi primari che gli studenti anche in questa occasione denunciano.
La soluzione non risiede in un imbellettamento solo esteriore dell'alternanza scuola-lavoro, magari ispirandosi al cosiddetto “modello tedesco”, l'Ausbildung che rimane pur sempre un metodo di sfruttamento della forza-lavoro giovanile; basti pensare che esso dura mediamente tra i 2 e i 3 anni e mezzo e viene retribuito tra i 400 e i 600 euro circa al mese in modo progressivo, in base al settore di lavoro. E ciò mentre lo stipendio medio di un operaio tedesco risulta essere di oltre duemilacinquecento euro netti, pari a sette volte tanto.
A nostro avviso il PCTO e tutte le forme di alternanza scuola-lavoro devono essere abolite; alle studentesse ed agli studenti va garantito innanzitutto il diritto di studio gratuito nella scuola pubblica e, una volta usciti da essa o dalle università per chi vorrà continuare gli studi, va garantito un posto di lavoro stabile, a salario pieno e sindacalmente tutelato. A questo punto i giovani impareranno a lavorare quotidianamente in fabbrica, in ufficio, negli studi professionali, negli ospedali e in tutti gli altri luoghi di lavoro o di assistenza esistenti. Un diritto al lavoro che garantisce solo a parole ma non certo nei fatti l'art.4 della Costituzione borghese italiana del '48: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.” Nella realtà per i giovani il capitalismo riserva disoccupazione, precariato e lavoro nero, se non addirittura la morte com'è accaduto allo studente Lorenzo Parelli e come si ripete tragicamente con lo stillicidio delle 1221 morti sul lavoro in Italia avvenute nel 2021.
Ecco perché gli studenti oltre a mobilitarsi per l'abolizione dell'alternanza scuola-lavoro devono unirsi alla classe operaia contro il capitalismo e per una nuova società senza più schiavitù salariata. Per noi questa società è il socialismo, e ci auguriamo che la parte più avanzata delle studentesse e degli studenti non tardi a comprenderlo.

2 febbraio 2022