Si acuisce lo scontro interimperialista nel cuore dell'Europa: gli Usa inviano 3 mila paracadutisti in Polonia; la Russia ammassa truppe ai confini e compie esercitazioni navali nel Mediterraneo
Biden e Putin non mollano sull'Ucraina
Macron per conto della Ue tenta una mediazione. Draghi si ritaglia uno spazio.

 
Non ci sono sostanziali novità nello scontro interimperialista per il controllo dell'Ucraina tra il fronte occidentale a guida Usa e Nato e la Russia: nella prima settimana di febbraio il presidente americano Joe Biden dalla Casa Bianca continuava a suonare i tamburi di guerra, dal Cremlino il compare imperialista Vladimir Pution non mollava sul braccio di ferro e in visita a Pechino rinsaldava l'alleanza strategica con la Cina di Xi; la Ue cercava una via di uscita con il presidente francese Emmanuel Macron che volava a Mosca e il canceliere tedesco Olaf Scholtz a Washington. Il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi ha espresso fedeltà a Biden ma intanto si è garantito dalla Russia la continuità nelle forniture di gas.
All'inizio di febbraio è sbarcato all'aeroporto polacco di Rzeszow, non molto distante dal confine con l'Ucraina, il primo gruppo dei 3 mila paracadutisti americani promessi come rinforzo da Biden. Il reparto è sceso da un quadrimotore Hercules dipinto con vistose strisce bianche e nere come quelle dei velivoli dello sbarco in Normandia del 1944 a sottolineare che i marines americani sono tornati a difendere la libertà in Europa. Un messaggio diretto ai non tutti entusiasti alleati europei e ai "nemici" russi, una sceneggiata che alimenta i già non pochi pericoli di guerra nel cuore dell'Europa.
Quella guerra messa nel conto come se niente fosse dai servizi americani che indicavano diverse possibili ipotesi sugli sviluppi della crisi, dal colpo di stato per deporre il presidente Zelensky all'invasione russa che sarebbe l'operazione militare di terra più vasta sul continente dalla fine della Seconda guerra mondiale e della quale già contabilizzavano fino a 50.000 civili e 35.000 soldati morti, oltre a 5 milioni di profughi in fuga nei paesi dell'Unione europea. Il momento migliore per l'invasione sarebbe tra la metà del mese di febbraio, una volta finite le olimpiadi invernali di Pechino per non disturbare l'alleato cinese, e la fine di marzo, il periodo nel quale il Cremlino ha anticipato le autunnali esercitazioni con armi nucleari. Insomma, avvisava il consigliere per la sicurezza nazionale Jack Sullivan, tutto è quasi pronto per l'invasione che "può avvenire ormai ogni giorno", come ripetono da quasi due mesi dalla Casa Bianca e i filoimperialisti americani de La Repubblica che ne sanno sempre una più del Pentagono e della stessa Casa Bianca. Anzi no, non è imminente sostenevano New York Times e Washington Post in base alle riunioni informative del 3 febbraio al Congresso del mini gabinetto di guerra composto dal segretario alla Difesa Lloyd Austin, da quello di Stato, Antony Blinken, dal capo degli Stati maggiori riuniti Mark Milley e dalla direttrice nazionale dell'intelligence Avril Haines che giudicavano la mobilitazione delle truppe terrestri russe e delle due flotte inviate nel Mediterraneo e nel Mar Nero non ancora sufficienti, solo il 70% di quelle necessarie all'invasione.
Le esercitazioni di guerra in Europa delle forze dell'imperialismo americano erano comunque completate il 5 febbraio da una coppia di caccia F-18 Hornet che decollata dalla portaerei Truman in navigazione davanti alle coste pugliesi e rifornita in volo da aerocisterne italiane e francesi, arrivava fino ai paesi baltici e partecipava alla simulazione di attacchi a terra in Lettonia. Una dimostrazione che la flotta radunata nel Mediterraneo è in grado di tenere gli occhi su quella russa ma anche di poter colpire su tutto il possibile fronte di guerra.
Altrettanto grave il fatto che alla portaerei Usa che muterà le insegne in quelle della Nato, si affiancheranno la portaerei Cavour e due unità della Marina italiana coinvolta in pieno nei piani di guerra della Nato. L'imperialismo italiano gioca su più fronti e cerca di barcamenarsi tra gli affari e le indispensabili forniture di gas dalla Russia e la fedeltà all'alleato d'oltre oceano il cui appoggio è tanto più importante alla vigilia della nomina del nuovo segretario generale della Nato: il norvegese Jens Stoltenberg è giunto a fine mandato e la carica dovrebbe toccare a un esponente dei paesi del Mediterraneo fra i quali l'imperialismo italiano sembra avere la priorità nell'indicare il nome che sarà votato, guerra permettendo, nel vertice di fine giugno a Madrid.
L'imperialismo russo tiene il punto e non molla sul braccio di ferro con quello americano, non cede sul ritiro delle proprie truppe dai confini con l'Ucraina e sul controllo indiretto delle regioni separatiste del Donbass almeno finché non avrà avuto assicurazioni che la Nato non arrivi fino ai suoi confini meridionali in Europa e Putin mostrava di non essere isolato nel mondo andando a stringere la mano al presidente cinese Xi Jinping, il suo principale alleato e altrettanto principale nemico dell'imperialismo americano. Il 3 febbaio a Pechino Xi e Putin firmavano una dichiarazione congiunta e 15 accordi economici per sigillare la loro cooperazione strategica. E insieme attaccavano la Nato, opponendosi ad un ulteriore allargamento dell’Alleanza atlantica invitata a "abbandonare i propri atteggiamenti ideologici da Guerra Fredda" e a rispettare "la sovranità, la sicurezza e gli interessi degli altri Paesi e la diversità delle loro culture e tradizioni"; non siamo noi, sostenevano i due "innocenti" compari imperialisti, a voler destabilizzare gli equilibri ma anzitutto gli Usa in Europa come in Asia attraverso l'Aukus, l’alleanza militare di Washington con Australia e Regno Unito riattivata in funzione anti-cinese.
L'Unione europea, sulla base dei precedenti impegni presi con gli Usa, continuava a preparare le nuove sanzioni in caso di aggressione all'Ucraina, fra le quali, indicava la presidente della Commissione Ursula von der Leyen quelle dirette "alle persone più vicine a Putin e agli oligarchi" ma intanto la presidenza di turno francese lavorava per trovare una soluzione, per raffreddare anzitutto i bollori della crisi. Il 7 febbraio Macron incontrava Putin a Mosca e gli proponeva di avviare seriamente i negoziati nel formato diplomatico Normandia dove non sono presenti gli Usa, ossia il quartetto composto da Francia, Germania, Russia e Ucraina che ha già prodotto gli accordi di cessate il fuoco di Minsk, e di far rientrare una parte di soldati e mezzi impegnati in esercitazioni in Russia e a giro per l'Europa; in secondo luogo di negoziare un "nuovo ordine di sicurezza europeo" comprendente regole per l'uso di armi convenzionali e non e la questione dell'eventuale allargamento a est della Nato. "Alcune delle proposte sono fattibili e ne possiamo parlare", era la risposta interlocutoria di Putin che salutava Macron diretto a Kiev per l'incontro col presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
E intanto i venti di guerra imperialista rischiano di diventare un ciclone devastante per l'Ucraina e il mondo intero.

9 febbraio 2022