In difesa della scienza sovietica
Una critica alle argomentazioni liberali circa la repressione scientifica nell'URSS di Stalin

 
di Sojuz Koba 1961
 
Pubblichiamo la prima parte dell'articolo, il seguito apparirà sui prossimi numeri. Non molto tempo fa, è stata affrontata da parte di chi scrive la lettura di un articolo intitolato “Stalin, il Big Bang e la fisica quantistica”, assai critico nei confronti delle politiche scientifiche dell’Unione Sovietica d'epoca staliniana, il quale accusa Il Partito Bolscevico di aver imposto le proprie visioni agli scienziati limitando così la libertà d'indagine in ambito scientifico. Tale articolo, inoltre, si scaglia assai ferocemente contro la figura di Andrej Ždanov, accusandolo di ogni sorta di infamie. Quantunque l'articolo tratti anche dei risvolti culturali della prassi Ždanoviana, in questo scritto analizzeremo solo la veridicità delle affermazioni inerenti alle questioni scientifiche dimostrandone l'infondatezza e la superficialità alla luce delle opere degli stessi scienziati, filosofi e dirigenti di Partito sovietici, al fine di smentire una delle voci più fastidiose (almeno per lo scrivente) che circolano in tutti gli ambienti antisovietici, financo fra molti compagni, ovvero l’idea che nell'Unione Sovietica di Stalin il materialismo dialettico e la scienza fossero utilizzati a fini politici e di controllo, come un mezzo per tenere a freno il dissenso e al fine di imporre le visioni del Partito in tutti i settori, a costo di ignorare dati acquisiti. Procediamo, dunque, all'analisi dell'articolo interessato.

Il Partito Bolscevico imponeva le proprie visioni agli scienziati?

Come abbiamo già detto all’inizio, l’articolo interessato accusa il Partito Bolscevico di aver imposto aprioristicamente le proprie visioni agli scienziati e di aver piegato la scienza ai capricci dei dirigenti sovietici, in nome di una presunta superiorità del materialismo dialettico rispetto alle altre scienze e in nome di un presunto dottrinarismo dogmatico. Questa, invero, è un’accusa assai ricorrente, ripresa molto spesso non solo negli ambienti dichiaratamente anticomunisti, ma anche in quelli della cosiddetta Sinistra Comunista (i bordighisti) al fine di screditare l’Unione Sovietica di Stalin e far passare i dirigenti del Partito come portatori di chissà quale deformazione del marxismo. La verità è ben altra. L'affermazione secondo cui il materialismo dialettico fosse considerato al di sopra di tutte le altre scienze e che tutte le altre discipline scientifiche dovessero piegarsi ad esso è completamente fuorviante e priva di qualsivoglia riscontro oggettivo, nonché basata su una cattiva, cattivissima interpretazione delle posizioni sovietiche circa il rapporto fra il materialismo dialettico e le scienze naturali. Lo stesso Andrej Ždanov, a cui viene attribuita una simile concezione, in realtà sosteneva esattamente le posizioni opposte di quelle che gli vengono falsamente attribuite: «La filosofia marxista, a differenza dei precedenti sistemi filosofici, non è una scienza sopra le altre scienze, ma costituisce uno strumento d’indagine scientifica, un metodo che penetra tutte le scienze della natura e della società e si arricchisce dei risultati di queste scienze nel corso del loro sviluppo» [1]. Peraltro, lo stesso Ždanov ammonì in numerose occasioni i filosofi sovietici, invitandoli a non commettere l'errore di coloro che cercano di piegare la realtà oggettiva alla propria visione del mondo: «I creatori dei sistemi filosofici del passato, i quali pretendevano che si potesse conoscere la verità assoluta in una istanza definitiva, non potevano tuttavia favorire lo sviluppo delle scienze naturali, poiché le imprigionavano nei loro schemi, tentavano di mettersi al di sopra della scienza, imponevano alla viva conoscenza umana conclusioni dettate non dalla vita reale ma dalle esigenze di un sistema» [2]. Appare dunque evidente che, ben lungi da quanto affermato nell’articolo, i dirigenti sovietici (in particolare proprio lo stesso Ždanov) consideravano il materialismo dialettico non come una dottrina nei confronti della quale le altre scienze avrebbero dovuto piegarsi, ma viceversa come un metodo d’indagine che, arricchendosi grazie alle continue scoperte delle scienze naturali, di fatto si piega alle realtà oggettive. Ci appare evidente come lo scrittore dell’articolo non abbia affatto compreso le posizioni sovietiche (e comuniste in generale) circa il rapporto fra il materialismo dialettico e le scienze naturali. Se lo avesse fatto, di certo si sarebbe risparmiato la castroneria sul PCUS che cercava di piegare le Scienze naturali alle proprie interpretazioni del mondo, perché chiunque dotato di un minimo di conoscenza sull'argomento è perfettamente in grado di smentire questa falsità. Dal materialismo dialettico non si deducono una fisica, una biologia, una chimica ecc. Al contrario, compito della filosofia marxista è generalizzare i dati delle scienze positive, trarne le deduzioni gnoseologiche necessarie e su questa base perfezionare se stessa fino a raggiungere il rigore delle scienze positive stesse, e non imporre a queste ultime determinate conclusioni a priori. Chi accusa il PCUS di aver voluto piegare la scienza a conclusioni prestabilite, evidentemente, non conosce l’ideologia propugnata da quel partito. Dal momento che l’articolo cita non solo Ždanov, ma anche Stalin come uno degli artefici della repressione scientifica, ci sembra doveroso soffermarci brevemente anche su di lui, sottolineando come lo stesso Stalin riconobbe a più riprese la necessità della libertà di critica e di discussione negli ambienti scientifici, criticando risolutamente coloro che applicavano metodi simili a quelli che vengono a lui attribuiti dallo scrittore dell’articolo: «In quale senso verranno risolti i problemi della linguistica, sarà chiaro alla fine della discussione. Ma si può dire fin d'ora che la discussione è stata molto proficua. La discussione ha rivelato, in primo luogo, che negli organismi linguistici, sia al centro che nelle repubbliche, dominava un regime non adatto alla scienza e agli uomini di scienza. La minima critica alla situazione esistente nella linguistica sovietica, finanche i più timidi tentativi di criticare la cosiddetta "nuova dottrina" della lingua erano perseguitati e stroncati dai circoli linguistici dirigenti. Per aver avuto un atteggiamento critico verso l'eredità di N. Marr o per la più piccola disapprovazione della dottrina di N. Marr, valenti studiosi e ricercatori nel campo della linguistica sono stati allontanati dal loro posto o retrocessi. Gli studiosi di linguistica sono stati chiamati a posti di responsabilità non per riconoscimento del loro lavoro, ma per la incondizionata accettazione della dottrina di N. Marr. Si riconosce generalmente che nessuna scienza può svilupparsi e fiorire senza lotta delle opinioni, senza libertà di critica. Ma questa norma riconosciuta da tutti è stata ignorata e calpestata nel modo più sfacciato. Si è costituito un ristretto gruppo di dirigenti infallibili, che, essendosi assicurato contro ogni possibile critica, si è messo ad agire arbitrariamente e scandalosamente» [3]. Citazione, questa, che espone limpidamente e chiaramente quali fossero le posizioni di Stalin e del Partito circa la scienza e la libertà di discussione in ambito scientifico. Una citazione, insomma, che non lascia adito a congetture o interpretazioni. La verità è che coloro che hanno agito in modo arbitrario, burocratico e repressivo non sono certo stati Stalin e Ždanov, bensì altri dirigenti minori, che lo stesso Stalin ha prontamente stigmatizzato per il loro comportamento. Se si vuole accusare qualcuno, dunque, non sono certo Stalin e Ždanov a dover ricoprire il ruolo degli imputati! In base alle citazioni riportate in precedenza, dovrebbe essere chiaro ad ogni persona di buon senso come l'idea secondo cui il PCUS imponesse le proprie visioni agli scienziati sia basata sul nulla. Ma nel caso in cui qualcuno dovesse ancora avere dei dubbi, si porterà come dimostrazione un caso emblematico, un caso citato da molti come esempio lampante di repressione scientifica e di piegamento della scienza alle visioni del PCUS, ma che in realtà dimostra esattamente il contrario: il caso Lysenko. Difatti la ricostruzione occidentale del caso Lysenko è estremamente forzosa e viziata da un'interpretazione distorta dei fatti realmente accaduti. Nella propaganda occidentale Lysenko viene dipinto come uno dei protetti di Stalin, contro i cui oppositori il Partito ha scagliato la sua repressione, in quanto presumibilmente le teorie biologiche avverse a quelle lysenkoiste sarebbero state ritenute eretiche e non in linea con i dettami del materialismo dialettico. La verità è assai diversa: molti dirigenti di Partito, tra cui lo stesso Stalin, vedevano di buon occhio le teorie biologiche di Lysenko e aderivano alla visione neolamarckiana della biologia evoluzionista, tuttavia non sono mai stati presi provvedimenti amministrativi contro coloro che sostenevano teorie biologiche differenti, tant'è vero che lo stesso Ždanov (e questa è una cosa che curiosamente lo scrittore dell'articolo si è "dimenticato" di citare) sosteneva le visioni dei fautori della genetica mendeliana. Inoltre, pur condividendo le idee biologiche neolamarckiane di Lysenko, lo stesso Stalin non risparmiò a quest'ultimo le proprie critiche, dirette contro l'erronea concezione di Lysenko secondo cui le scienze avessero un carattere di classe e che quindi il Partito avrebbe dovuto adoperarsi affinché la scienza fosse purificata dalle visioni "eretiche" (proprio la concezione che viene attribuita a Stalin ed il PCUS!). A tal proposito citeremo ciò che scrisse Roj Medvedev (non certo accusabile di simpatie staliniste) nel suo libro Stalin sconosciuto : «Per anni Lysenko tenne nel suo ufficio il rapporto con le correzioni manoscritte di Stalin, a volte mostrandolo ai visitatori. Dopo la morte di Stalin, Lysenko mandò il testo originale agli archivi del partito, conservando per sé solo una copia. Nel 1991-93 due ricercatori dell'Istituto di storia e dell'Istituto di storia delle scienze naturali e della tecnologia, V. Esakov e K.O. Rossijanov, hanno trovato il documento originale negli archivi e hanno pubblicato un'analisi di quello che aveva scritto Stalin. Va detto che Stalin aveva fatto un ottimo lavoro di editing, migliorando il testo di Lysenko, eliminandone le contraddizioni e ammorbidendone il tono antioccidentale, e aveva anche espunto dal testo la falsa dicotomia tra scienza sovietica e occidentale. Al tempo stesso, però, approvava pienamente l'adesione di Lysenko alla teoria lamarckiana. Stalin eliminò la parola “sovietica” dal titolo del rapporto; a suo parere “Sulla situazione delle scienze biologiche” era una formulazione più corretta del tema in discussione. Tutte le quarantanove pagine erano state esaminate meticolosamente. Tagliò la seconda sezione del rapporto, “La falsa base della biologia borghese”, e dove Lysenko aveva affermato che “ogni scienza ha una base di classe”, aveva scritto: “Ah, ah, ah [...] e la matematica? E Darwin?” [...] In tutto il testo Stalin espunse il termine “borghese”, per esempio la “visione del mondo borghese” divenne “visione del mondo idealista”; “genetica borghese” diventò “genetica reazionaria”. In un'altra sezione, Stalin aggiunse un intero capoverso da cui risulta chiaro che aveva conservato le convinzioni lamarckiane della sua giovinezza, esemplificate nel suo saggio del 1906, Anarchismo o socialismo. Nella parte dove Lysenko insisteva sulla base assolutamente scientifica della teoria di Lamarck sull’ereditarietà dei caratteri acquisiti, Stalin aggiunse una frase: “Non si può negare che nel dibattito sempre piu acceso nel primo venticinquennio del Ventesimo secolo tra weissmaniani e lamarckiani, questi ultimi erano più vicini alla verità in quanto sostenevano gli interessi della scienza, mentre i weissmaniani abbandonarono la scienza per abbracciare il misticismo”. Le modifiche e le aggiunte di Stalin al testo segnalavano un decisivo allontanamento dalla dottrina che aveva dominato tutti i dibattiti degli anni venti e trenta: che la scienza avesse una base di classe.» [4] Oltre a quanto già esposto, inoltre, occorre sottolineare anche il fatto che, come ricordò Jurij Ždanov (figlio di Andrej) nelle sue memorie, nel 1951 Stalin ruppe il monopolio delle istituzioni scientifiche da parte dei seguaci di Lysenko (che lo detenevano dal 1948), perché costoro, a differenza dei fautori della genetica mendeliana, non si erano mai occupati degli effetti delle radiazioni sugli esseri viventi [5]. È perciò oltre modo ironico il fatto che molti di coloro che esprimono idee simili a quelle espresse nell'articolo citino proprio il caso Lysenko, dal momento che questo caso dimostra l’esatto contrario di quello che essi pretendono che dimostri. Il caso Lysenko infatti dimostra che le critiche che vengono mosse al Partito, a Stalin e a Ždanov sono del tutto infondate, e che i motivi per i quali lo scrittore dell’articolo critica Stalin e Ždanov sono proprio gli stessi motivi per i quali gli stessi Stalin e Ždanov criticarono altre persone, che commisero per davvero gli errori in questione e agirono per davvero in modo arbitrario, coprendosi dietro lo scudo del “carattere di classe della scienza”, teoria che come abbiamo visto è addebitata a Stalin e al PCUS dallo scrittore dell'articolo ma che, curiosamente, risulta essere proprio una delle teorie che Stalin e il PCUS criticarono con maggior fermezza e risolutezza.

La Teoria della Relatività in Unione Sovietica

L’articolo che stiamo trattando riprende un’idea molto diffusa negli ambienti scientifici occidentali, cioè l’idea che la Teoria della Relatività di Einstein fosse stata soggetta a proscrizioni di ogni tipo negli ambienti accademici sovietici, i quali erano spinti dalle pressioni del Partito Bolscevico a ripudiarla, in quanto “incompatibile col materialismo dialettico”. Si tratta di un’idea, come dicevamo, molto diffusa, ma che non trova assolutamente riscontri nei documenti disponibili. Già negli anni Trenta (ben prima degli anni di cui l’articolo tratta), il filosofo Grigorij A. Gurev, nella sua opera Lo spazio dell’Universo è infinito? (1932), sottolineava come la Teoria della Relatività di Einstein avesse avuto il merito storico imperituro di aver mostrato il rapporto di dipendenza dello spazio dalla materia, dimostrando così la veridicità dei postulati del materialismo dialettico. Tuttavia, in quell’opera il filosofo sovietico criticava Einstein per esser giunto alla conclusione che l’Universo fosse finito, poiché «il riconoscimento della finitezza ha sempre un carattere metafisico, antidialettico: non conduce mai a una conoscenza scientifica, ma alle fantasticherie dei clericali. Non sorprende perciò che i teisti e i loro ausiliari secolari siano incantati dalle idee di Einstein e dalla sua cosmogonia rielaborata secondo il gusto creazionista.» Non vi fu dunque una condanna della Teoria della Relatività in quanto tale, piuttosto una critica alle conclusioni filosofiche cui lo stesso Einstein era giunto, interpretazioni filosofiche ritenute idealiste ed errate, le quali sostenevano la finitezza dell’Universo nel tempo e nello spazio. Non si trattò quindi di una critica alla giustezza dei dati ricavati da Einstein (quali per esempio l’eclissi del 1916), quanto piuttosto di una critica dell’interpretazione filosofica di questi dati fatta dallo stesso Einstein. A rafforzare ulteriormente questa interpretazione è il Dizionario Sovietico di Filosofia del 1946, il quale afferma esplicitamente che: «Quella della Relatività è una teoria fisica contemporanea, i cui caratteri più importanti offrono la moderna teoria dello spazio e del tempo. La teoria della Relatività emise tutta una serie di nuove idee che costituiscono una conquista indiscutibile del pensiero avanzato dell'umanità. Questa teoria nacque all'inizio del XX secolo, nel periodo di rottura dei vecchi concetti e rappresentazioni della meccanica classica che ha origine in Newton. Verso la fine del XIX secolo, la fisica classica incontrò una serie di fenomeni in natura, in particolare i problemi dell'elettrodinamica dei corpi in movimento dei quali non era in grado di dare una spiegazione soddisfacente. La fisica classica richiedeva la presenza obbligatoria di un mondo materiale speciale, l'etere, in relazione al quale doveva essere effettuato il movimento dei corpi. Ma gli esperimenti intrapresi per determinare il movimento della terra rispetto a tale etere, non hanno prodotto alcun risultato: non si è riusciti a rivelare alcun etere. Sorse allora la teoria della Relatività (1905), creata fondamentalmente da Einstein. Per spiegare le difficoltà legate alla negazione dell'etere, la teoria della Relatività modificò radicalmente le antiche rappresentazioni della fisica classica sullo spazio e sul tempo. Nel creatore della meccanica classica, Newton, il tempo e lo spazio appaiono come entità autonome, separate dalla materia e separate tra loro. La teoria della Relatività stabilisce la stretta connessione reciproca dello spazio e del tempo e quella di entrambi con il movimento della materia. Nel movimento si rivela il carattere relativo dello spazio e del tempo. La Relatività dello spazio e del tempo non nega il loro carattere oggettivo ed assoluto nel senso filosofico, come forme oggettive di esistenza della materia che non dipendono da nessuna misura, che indicano , come lo stesso Einstein sottolineò, ciò che realmente avviene in natura. Ciò è già stabilito nella cosiddetta teoria della Relatività Ristretta che esamina il movimento relativo uniforme e rettilineo dei corpi. La teoria della Relatività Generale, formulata da Einstein nel 1916, esamina ogni movimento dei corpi materiali, ampliando così le conclusioni della teoria della Relatività Ristretta. La teoria della Relatività Generale offre una nuova tesi sulla gravitazione, diversa da quella di Newton. La nuova teoria nega l'azione a distanza attraverso lo spazio "vuoto"; al contrario in base ad essa tutto lo spazio universale appare pieno di campi gravitazionali materiali. La nuova teoria gravitazionale formulata da Einstein riesce a dare una convincente spiegazione di molti fenomeniche la fisica classica non riusciva a spiegare. Le osservazioni, fondamentalmente ma non sempre in modo sufficientemente esatto, confermano la correttezza dei calcoli della Relatività Generale circa lo spostamento delle orbite dei pianeti (precisamente lo spostamento costante del perielio del pianeta Mercurio). In generale, la teoria della Relatività rappresenta l'ultimo passo importante verso lo sviluppo delle conoscenze umane. Ma, come ogni teoria, anche questa non è un sistema assoluto di conoscenza e ancora non può spiegare tutta una serie di fenomeni. Le idee fondamentali, essenziali, della teoria della Relatività sono profondamente scientifiche. Ma i filosofi borghesi, tra cui lo stesso Einstein, traggono da questa teoria deduzioni errate, cioè deduzioni che da essa non derivano necessariamente, deduzioni idealiste e pseudoscientifiche. Già nel 1922 Lenin scriveva che "alla teoria di Einstein [...] si aggrappa già un'enorme massa di rappresentanti degli intellettuali borghesi" che si sono preoccupati molto di travisarla, in particolare per quanto riguarda i problemi cosmologici. Si fanno deduzioni reazionarie, infondate, sulla finitezza del mondo nello spazio e nel tempo, il che porta a riconoscere un mondo spazialmente e temporalmente finito e, per logica conseguenza, l’esistenza di un creatore. D'altra parte, la filosofia borghese travisa la teoria della Relatività, sostituendo la relatività dei fenomeni nel senso fisico con la loro relatività nel senso filosofico, cioè predica il relativismo filosofico che nega il carattere oggettivo ed assoluto del movimento, dello spazio, del tempo; il valore oggettivo delle nostre conoscenze.» [6] D’altronde lo stesso Lenin, nella sua opera Materialismo ed empiriocriticismo affermò le stesse identiche cose, esprimendo le stesse posizioni esposte nel Dizionario Sovietico di Filosofia e nell’opera di G. A. Gurev, criticando Einstein non tanto per le sue teorie, ma per l’interpretazione filosofica che egli ed altri davano di queste stesse teorie. Curiosamente, anni dopo lo stesso Einstein abbandonò le proprie posizioni filosoficamente idealiste e si avvicinò al materialismo (nonché al Socialismo stesso). E si potrebbe andare avanti all’infinito, citando per esempio anche il caso del matematico Alexander Davidovič Alexandrov, il quale nelle sue opere si occupò proprio di dimostrare l’assoluta compatibilità fra la Teoria della Relatività ed il materialismo dialettico, senza per questo esser mai stato fatto oggetto di repressioni e vessazioni da parte del Partito e dello Stato: «Secondo la teoria della relatività un corpo in moto dalla velocità vicina a quella della luce ha una determinata lunghezza dal punto di vista di un osservatore che si muove insieme ad esso, e ne ha un’altra rispetto a un osservatore in quiete. Dunque, la lunghezza viene percepita in modo diverso da osservatori diversi; e ciò vale non soltanto per la lunghezza del corpo in movimento, ma anche per la traiettoria, la massa, la durata, ecc. Gli esponenti dell’idealismo soggettivo interpretarono tutto ciò come una conferma della loro tesi, secondo cui il soggetto (l’osservatore umano) modifica in qualche modo l’oggetto osservato o almeno ne ha un’immagine distorta dalla propria attività. [...] In realtà, questa interpretazione è viziata da una confusione di fondo tra i concetti di «relativo» e di «soggettivo» e tra quelli, ad essi complementari, di «assoluto» e di «oggettivo». La soggettività attiene alla coscienza umana. Ora, nell'esempio sopracitato, l’intervento della coscienza non è affatto necessario, poiché la relatività delle determinazioni (massa, lunghezza, traiettoria, durata, ecc.) non è legata alla presenza di diversi osservatori umani, ma di diversi sistemi di riferimento; le determinazioni risulterebbero diverse in rapporto a diversi sistemi di riferimento, indipendentemente dalla presenza di soggetti umani che «si trovino presso di questi». Questa considerazione, la cui paternità appartiene al matematico sovietico A. D. Aleksandrov (Matematico sovietico che contribuì a confutare le obiezioni dei filosofi Maksimov e Kuznetsov alla teoria della relatività, mostrando la compatibilità di quest'ultima col materialismo dialettico), ci consente di confutare la tesi degli idealisti soggettivi e di difendere il materialismo dialettico, ammettendo ad un tempo la relatività degli enti materiali e la loro oggettività» [7]. Da questo importante caso si evince in maniera eloquente come non solo la Teoria della Relatività non fosse soggetta ad alcuna proscrizione, ma che al contrario essa fosse sostenuta da molti scienziati e matematici. Questo caso inoltre dimostra come nel mondo accademico sovietico fosse in corso un ampio e costante dibattito fra i sostenitori della Relatività e i suoi detrattori (esattamente come in Occidente), scenario ben lontano dal grigiore e dall'omologazione forzata descritti dalla propaganda capitalista occidentale. Andrej Ždanov, nel corso di questo dibattito a cui accennavamo poc’anzi, si schierò sulle stesse identiche posizioni di G. A. Gurev e del Dizionario Sovietico di Filosofia del 1946, difendendo quindi i postulati fondamentali della Teoria della Relatività, ma criticando al contempo Einstein dal punto di vista filosofico. Possiamo rintracciare chiaramente questa sua posizione nel suo discorso agli scienziati sovietici del 24 giugno del 1947: «Senza capire il corso dialettico della conoscenza, il reciproco rapporto tra verità assoluta e verità relativa, molti seguaci di Einstein, trasferendo i risultati dell’indagine delle leggi del movimento dal campo finito, limitato dell’universo a tutto l’universo infinito, discutono della finitezza del mondo, della sua limitatezza nel tempo e nello spazio. L’astronomo Milne ha perfino “calcolato” che il mondo è stato creato due miliardi di anni fa. A questo scienziato inglese si possono forse applicare le parole del suo grande conterraneo, il filosofo Bacone, il quale diceva che gli scienziati trasformano l’impotenza della loro scienza in una calunnia contro la natura.» Come possiamo qui osservare chiaramente, Ždanov, esattamente come la maggioranza degli scienziati sovietici d’epoca staliniana, non mette in discussione la teoria di Einstein nel suo complesso (non nega cioè l'equivalenza massa-energia, la costanza della velocità della luce, l'esistenza dello spazio-tempo ecc.), bensì solo l’idea einsteiniana di un Universo inteso come spazialmente finito e con un’età ben determinata, criticando quindi le visioni filosofiche di Einstein, considerate errate ed ostili al materialismo. Da tutto ciò emerge quindi come il quadro dipinto dallo scrittore dell’articolo di una Relatività “bandita” entro le frontiere sovietiche sia totalmente fuorviante, privo di qualsiasi fondamento e basato sul nulla più assoluto. Non riteniamo che sia più necessario continuare su questo punto, poiché le fonti sin qui riportate ci sembrano sufficenti, essendo una di esse, fra l’altro, un dizionario ufficiale commissionato proprio dal Partito. Come ultimo appunto, è bene sottolineare anche che nell’articolo viene citata un’opera intitolata “Contro l’idealismo nella fisica moderna”. Ebbene, sarebbe d'uopo che lo scrittore dell’articolo ci ragguagliasse con maggiori informazioni circa quest’opera, poiché pur avendo provato a cercarla (anche in russo) non siamo riusciti a risalire a nulla con quel titolo. Ci interesserebbe perciò sapere quali siano le fonti specifiche a cui lo scrittore fa riferimento, poiché, e lo diciamo con spirito costruttivo e sincero, non siamo riusciti a rintracciarle.

La Teoria del Big Bang in Unione Sovietica

Su di una cosa l’articolo ha ragione: la Teoria del Big Bang nell’URSS di Stalin ricevette aspre critiche da parte degli scienziati, dei dirigenti di Partito e dei filosofi. Prima di chiarire quali furono i motivi di una simile condanna però, è necessario fare una premessa fondamentale: è doveroso cioè ricordare che, secondo la concezione materialistico-dialettica, “materia” è tutto ciò che esiste indipendentemente dalla nostra coscienza e che, esistendo indipendentemente dalla nostra coscienza, esercita su di essa un qualsiasi tipo di influenza. Ne risulta pertanto che tutto ciò che rientra in questi specifici parametri per il materialismo dialettico rientra nella categoria di “materia, indipendentemente da ciò di cui si sta parlando. Il marxismo-leninismo quindi opera una netta distinzione fra la definizione fisica di materia e quella filosofica: laddove la definizione fisica è quella che tutti conosciamo, la definizione filosofica è quella che abbiamo poc’anzi accennato. Dunque, nonostante nella definizione fisica un fascio di luce rientra nella categoria di energia (e non di materia),nella definizione materialistico-dialettica anch’esso rientra nella categoria di materia, poiché è un qualcosa che esiste indipendentemente dalla nostra coscienza, e che può esercitare su di essa un’influenza specifica a seconda del rapporto che abbiamo con esso. Dopo questa doverosa premessa, possiamo ora occuparci delle motivazioni che spinsero i sovietici a ripudiare la Teoria del Big Bang. Le motivazioni sono molto semplici, ed è lo stesso Ždanov a fornirle nello stenogramma del suo discorso agli scienziati del 1947:«Gli scienziati reazionari Lemaître, Milne e altri utilizzano il “redshift” per rafforzare le concezioni religiose sulla struttura dell'Universo. I falsificatori della scienza vogliono far rivivere la favoletta dell’origine del mondo dal nulla.» Ed è qui che risiede il problema: il problema non è tanto la Teoria del Big Bang in quanto tale, bensì il fatto che gli scienziati occidentali, riconoscendo solo la definizione fisica di materia e disconoscendo quella filosofica, attraverso la Teoria del Big Bang giunsero a concezioni idealistiche, metafisiche e religiose circa il mondo e le sue origini. Se gli scienziati occidentali avessero analizzato la Teoria del Big Bang secondo i parametri del materialismo dialettico, sarebbero giunti alla conclusione che l’Universo non è nato dal nulla, bensì è semplicemente passato da uno stato di materia all’altro, restando nella sua interezza infinito nel tempo e nello spazio, poiché anche laddove non esiste la materia fisicamente intesa continua ad esistere materia filosoficamente intesa. Ed è anche questa la ragione della critica Ždanoviana alle concezioni di Einstein: egli, utilizzando solo la definizione fisica di materia, iniziò a sostenere che l’Universo fosse finito nel tempo e nello spazio, laddove se avesse utilizzato la definizione materialistico-dialettica sarebbe giunto alla conclusione che l’Universo, indipendentemente dalla teoria cosmologica presa in esame, continua ad essere infinito nel tempo e nello spazio. E se l’Universo è in espansione, significa che deve aver avuto un inizio. E che cosa c’era prima di questo inizio? Il nulla. E che cosa succede se l’Universo è nato dal nulla? Ma è chiaro, deve per forza esser stato creato da un essere trascendente, supremo e onnipotente, dicevano (e dicono) i religiosi. Ed ecco, per sommi capi, le ragioni ultime della critica sovietica all’impostazione occidentale del problema, che utilizzando i dati sul redshift (e quindi sull’espansione dell’Universo) è giunta a conclusioni filosoficamente del tutto errate, antimaterialiste e idealistiche. Prova di quanto sin qui affermato è il fatto che la Chiesa approfittò sin da subito dell'occasione che le si era presentata, utilizzando il modello cosmologico del Big Bang per sostenere che la scienza avesse provato l'esistenza di Dio. Eloquenti sono a tal proposito le parole pronunziate da Papa Pio XI il 22 novembre del 1951: «È innegabile che una mente illuminata ed arricchita dalle moderne conoscenze scientifiche, la quale valuti serenamente questo problema, è portata a rompere il cerchio di una materia del tutto indipendente e autoctona, o perché increata, o perché creatasi da sé, e a risalire ad uno Spirito creatore. […] Pare davvero che la scienza odierna, risalendo d’un tratto milioni di secoli, sia riuscita a farsi testimone di quel primordiale “Fiat lux”, allorché dal nulla proruppe con la materia un mare di luce e di radiazioni, mentre le particelle degli elementi chimici si scissero e si riunirono in milioni di galassie. [...] La moderna teoria fisica ha allargato e approfondito considerevolmente il fondamento empirico su cui quell’argomento si basa, e dal quale si conclude alla esistenza di un Ens a se, per sua natura immutabile. Inoltre essa ha […] additato il loro inizio in un tempo di circa 5 miliardi di anni fa, confermando con la concretezza propria delle prove fisiche la contingenza dell’universo e la fondata deduzione che verso quell’epoca il cosmo sia uscito dalla mano del Creatore.» [8]. Dunque non si trattava affatto di una fissa dei sovietici come vorrebbe farci pensare lo scrittore dell’articolo, ma di una vera e propria mossa da parte degli esponenti dell’idealismo metafisico (prescindendo da quale fosse la loro opinione specifica sulla religione cristiana) per cercare di dimostrare, tramite le teorie cosmologiche, l’esistenza di Dio. Ed il fatto che il Papa non pronunciò mai più frasi del genere dopo il 1951 (come sottolinea l’articolo) non dimostra assolutamente nulla, giacché ancora oggi, ai giorni nostri e ben dopo la morte di Papa Pio XII, esistono persone che continuano a farsi scudo delle teorie cosmologiche per sostenere che la scienza abbia provato l’esistenza di Dio e smentito il materialismo. L’articolo poi fa un gran parlare degli astronomi sovietici, che presumibilmente sarebbero stati costretti a trovare spiegazioni alternative per il redshift delle galassie, scoperto da Hubble nel 1929 e attribuito all’espansione dell’Universo. Ebbene, nonostante sia vero che all'interno della comunità scientifica sovietica d'epoca staliniana andassero per la maggiore teorie alternative al Big Bang e che spiegavano il redshift delle galassie tramite spiegazioni diverse da quella cinematica, non esiste nessuna prova del fatto che il Partito abbia imposto alcunché a nessuno. Difatti occorre sottolineare che simili spiegazioni alternative all’epoca circolavano anche in Occidente, ebbero moltissimo seguito e continuarono a farlo per molti anni (ancora oggi c’è chi - tra cui il sottoscritto - sostiene che il redshift possa essere spiegato con l'ausilio di teorie differenti rispetto a quelle convenzionali). Non capiamo dunque quale sia il problema, e soprattutto non vediamo nessuna dimostrazione del fatto che gli astronomi fossero stati costretti a trovare spiegazioni alternative al fenomeno del redshift che escludessero l’espansione effettiva dell’Universo, a parte ovviamente casi isolati, presi fuori contesto e comunque non riconducibili ad imposizioni da parte del Partito e dello Stato, quali quelli citati nell’articolo. In nessun caso critiche fatte da scienziati ad altri scienziati possono essere prese per critiche o imposizioni fatte dal Partito o dallo Stato verso chicchessìa, a prescindere da quale sia la natura di queste critiche. Il sottoscritto, comunque, ammette di aver molta simpatia per gli astronomi Boris Vorontzov-Velyaminov, Victor Ambartsumian e per tutti gli altri scienziati dell’epoca che, oltre ad opporsi all’interpretazione occidentale della Teoria del Big Bang si opponevano anche alla teoria in sé, ritenendola non scientifica. Ma questa è un’opinione del tutto personale (legata all’ostilità dello scrivente nei confronti della Cosmologia Standard) e perciò non collegata a fatti oggettivi avvenuti nell’URSS dell’epoca. Qual è dunque la conclusione che possiamo trarre? Semplicemente che, anche in questo caso, lo scrittore dell’articolo è stato assai superficiale nelle proprie ricerche, non approfondendo a sufficienza i motivi della critica sovietica nei confronti della Teoria del Big Bang, e non riportando fonti e dati oggettivi che dimostrino l’imposizione agli astronomi della ricerca di spiegazioni alternative al fenomeno del redshift.

La meccanica quantistica e il programma atomico sovietico

Alla meccanica quantistica nel corso dell'articolo si fa solo un piccolo accenno, e qui come nel resto della speculazione pseudo-storica a cui siamo davanti si comprende la disonesta ignoranza dello scrittore dell'articolo sul piano filosofico e scientifico. Difatti in nessuno scritto sovietico si è mai parlato di un ripudio della teoria dei quanti (di cui vennero, come nel caso della Relatività e del Big Bang, rifiutate solo ed esclusivamente le interpretazioni filosofiche idealistiche degli scienziati occidentali, cioè della scuola di Copenhagen) né tantomeno di un rifiuto del dualismo-onda particella. Il fisico e filosofo Mikhail Omel'anovskij spiega eloquentemente che «Come è noto, la meccanica quantistica si basa sulle scoperte della discontinuità della radiazione e sulle proprietà ondulatorie della materia. Queste scoperte portarono a una scomposizione dei corrispondenti concetti di base e delle disposizioni della fisica classica, procedendo dal riconoscimento della sola continuità dei fenomeni di radiazione e alla discrezionalità della materia. Questa ripartizione implicava la necessità di applicare la dialettica materialistica alla fisica, perché allo stesso tempo le proprietà corpuscolari e ondulatorie della radiazione o degli elettroni indicano che le radiazioni e gli elettroni non sono particelle, non onde, ma una formazione dialettica di entrambi gli "opposti".» [9]. Anche Sergej Ivanovič Vavilov espone con immensa chiarezza questo concetto, scrivendo che «La natura di certe unità dialettiche scoperta nella nuova fisica è estremamente peculiare: le nature reciprocamente esclusive degli opposti sembrano all'osservazione celare la loro unità. Così, malgrado siano passati vent'anni dalla scoperta dell'unità tra particelle e onde, il fisico e specialmente il neo-fisico, è incapace di individuare entrambe le proprietà nell'unica immagine di una corrente di elettroni o di un fascio di luce. Eppure i due sono indubbiamente uno, come dimostrano gli esperimenti sulla diffrazione degli elettroni o sulla sensazione visiva della luce a bassa intensità.» [10]. Ricapitolando, non si evince la benché minima traccia di quanto spacciato per le "tesi ufficiali" del PCUS e del mondo accademico sovietico negli scritti stessi degli scienziati sovietici, ed anzi andando ad analizzarli vi troviamo tesi diametralmente opposte! A questo punto si arriva al programma atomico sovietico, dicendo che secondo la presunta ortodossia dogmatica sovietica vigente allora sarebbe stato impossibile sviluppare una visione materialistica della fisica quantistica. Peccato che, come abbiamo appena visto, gli scienziati e i filosofi sovietici riuscirono perfettamente a farlo e ciò non inficiò minimamente lo sviluppo delle armi atomiche sovietiche, difatti il primo test del 29 Agosto 1949, conosciuto anche col nome di bomba nucleare RDS-1, ebbe una potenza esplosiva pari a 22 chilotoni di TNT, e tramite il successo del primo lancio poi si ebbero altri tentativi, come il 18 ottobre 1950 quando gli scienziati sovietici sperimentarono il lancio di una atomica a 380 km d'altezza, al punto che 15 anni più tardi tutte le categorie delle forze armate sovietiche erano munite di armi nucleari [11]. Dopodiché l'articolo cita una presunta conferenza dei fisici sovietici che stava per essere organizzata nel 1949, ma che successivamente ai presunti rapporti di Berija sull'"inaffidabilità ideologica dei fisici" sarebbe stata annullata, in quanto in questa presunta conferenza i fisici avrebbero parlato della meccanica quantistica e della Teoria della Relatività. Come nel caso dell'opera "Contro l'idealismo nella fisica moderna ", anche in questo caso non siamo riusciti a trovare assolutamente nessuna Fonte che corrobori simili speculazioni, pur avendole cercate non solo in italiano ma anche in russo. Sarebbe d'uopo quindi che l'autore, esattamente come nel caso dell'opera sopracitata, ci ragguagliasse sulle fonti da lui utilizzate. Inoltre, non si capisce come Kurchatov abbia potuto riferire a Berija che se la Relatività fosse stata respinta allora anche la costruzione della bomba atomica avrebbe dovuto essere abbandonata, dal momento che, come abbiamo visto, la Relatività non fu affatto respinta in nessuno scritto sovietico, al massimo v'erano singoli scienziati che vi si opponevano (come in Occidente), ma non vi fu mai nessun rifiuto generalizzato (anzi, dal momento che la Teoria della Relatività è citata positivamente In un dizionario filosofico ufficiale commissionato dal Partito, è assolutamente logico supporre che gli anti-relativisti nell'URSS di Stalin fossero addirittura una minoranza!). Dunque, anche in questo caso siamo costretti a rilevare come lo scrittore dell'articolo non abbia compiuto delle ricerche sufficientemente approfondite, poiché consultando gli scritti dei fisici e dei filosofi sovietici di allora nonché ragionando con la propria testa, si arriva ad uno scenario esattamente opposto a quello da lui descritto: la teoria dei quanti non fu soggetta ad alcun "bando" ed il programma atomico sovietico non risentì affatto dell'ideologia propugnata dal PCUS. Conclusioni Riteniamo di esser riusciti a smentire le parti più importanti dell’articolo da noi analizzato e le dicerie occidentali da esso propagandate come fatti acquisiti e verità assolute, con l’ausilio di fonti di prima mano. L'Unione Sovietica è stato il Paese che, più di tutti, si è dedicato allo studio delle scienze ed ha ottenuto grandi progressi, che verranno sempre ricordati da tutta l’umanità, essa è stata il primo Paese che ha cercato di diffondere una cultura realmente e organicamente scientifica nel mondo, e tutti gli scienziati seri ed amici del progresso non potranno far altro che riconoscerlo. A nessuno deve essere permesso di strumentalizzare indebitamente l'esperienza sovietica e i traguardi scientifici da essa raggiunti per i propri fini propagandistici, né di mentire spudoratamente su fatti e personaggi, distorcendo la realtà delle cose. L’analisi di questo articolo si è rivelata però oltremodo utile, poiché ha fornito la dimostrazione pratica del fatto che la propaganda capitalista non si ferma solo all’economia e alla politica dei Paesi socialisti. Essa, al contrario, si addentra anche in settori “di second’ordine” come la scienza, cercando di minare in tutti gli aspetti possibili l’immagine del Socialismo realizzato agli occhi del proletariato dei Paesi imperialisti.


Fonti

[1] A. Ždanov, "Intervento nella discussione sulla storia della filosofia dell’Europa occidentale di G. F. Alexandrov", "Politica e ideologia", Edizioni Rinascita, Roma 1949

[2] Ibidem

[3] J. V. Stalin, “Il marxismo e la linguistica”, traduzione di Palmiro Togliatti, Edizioni Rinascita, Roma 1952

[4]. R. Medvedev, “Stalin sconosciuto”, Feltrinelli, Milano 2006, pp. 216-217

[5] Le memorie di Jurij Ždanov, disponibili qui: http://webcache.googleusercontent.com/sear...t&client=ubuntu

[6] M. M. Rosental e P. F. Iudin, Dizionario Sovietico di Filosofia, 1946, pp. 297-298

[7] F. A. della Scala, introduzione all'opera di Jurij Ždanov "Contro il soggettivismo nelle scienze naturali" scritta per il sito di Noicomunisti è disponibile qui: http://noicomunisti.blogspot.com/2013/11/a...unisti.html?m=1

[8] Papa Pio XII, Discorso pronunciato alla Pontificia Accademia delle Scienze il 22 novembre 1951

[9] Mikhail Erazmovič Omel'anovskij, "La lotta del materialismo contro l'idealismo nella fisica moderna", in AA.VV., "Questioni del materialismo dialettico", Edizione Accademia delle Scienze dell'URSS, Mosca 1951, pp. 143-147, traduzione mia

[10] Sergej Ivanovič Vavilov, "Lenin e la fisica moderna", "Rinascita" n° 3, 1949, p. 118

[11] Pagine di storia: 29 agosto 1949. Test della prima bomba atomica sovietica

Si rivolge un ringraziamento speciale al compagno Pier Giorgio Corriero per l'aiuto offerto nella stesura del paragrafo dedicato alla meccanica quantistica e allo sviluppo del programma atomico sovietico .


16 febbraio 2022