Gli opposti imperialismi dell'Est e dell'Ovest sabotano lo schema di accordo sul futuro dell'Ucraina approvato a Istanbul
I massacri russi e il bellicismo di Usa e Gran Bretagna allontanano un'intesa per cessare la guerra in Ucraina

Il 29 marzo, con la mediazione del presidente turco Erdogan, le delegazioni di Ucraina e Russia si sono incontrate a Istanbul e hanno esaminato una bozza di accordo, presentata da entrambe le parti con cauto ottimismo, come “un primo passo” per arrivare ad un cessate il fuoco. La bozza, secondo quanto dichiarato dal capo della delegazione ucraina, David Arakhamia, prevede la rinuncia dell'Ucraina a entrare nella Nato o in altre alleanze militari, a non sviluppare armi nucleari e non ospitare basi militari straniere, pur conservando il suo esercito. In cambio chiede garanzie per la sua sicurezza da parte di una serie di paesi garanti, a cominciare da tutti i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu – Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Cina e Russia, a cui si dovrebbero aggiungere Turchia, Germania, Canada, Italia, Polonia e Israele, ed eventualmente altri Stati che lo vorranno.
Tali garanzie sono fondate su un meccanismo per cui, in caso di nuova aggressione, entro tre giorni questi paesi tengono consultazioni dopo le quali sono obbligati legalmente a fornire assistenza militare all'Ucraina, compresa la chiusura dei cieli. Una clausola simile all'articolo 5 del trattato nordatlantico ma ancora più cogente, dato che tale articolo non prevede limitazioni di tempo alle consultazioni. Inoltre i paesi garanti non devono opporsi all'ingresso dell'ucraina nell'Unione Europea, ma anzi devono assisterla in questo processo.
Secondo quanto dichiarato dal consigliere del capo dell'Ufficio di presidenza ucraino e membro della delegazione, Mykhailo Podoliyak, “molti paesi durante e dopo questa guerra si renderanno conto che i vecchi formati di sicurezza europea o addirittura globale non funzionano, e capiranno che il futuro sarà basato su accordi come quello proposto dall'Ucraina”. Podolyak ha specificato che per quanto riguarda lo status delle regioni contese di Donetsk e Luhanks, esso sarebbe discusso separatamente all'interno dei negoziati diretti tra i presidenti di Ucraina e Russia. Mentre quello della Crimea e di Sebastopoli sarebbe affidato a negoziati bilaterali separati della durata di 15 anni. Ed ha aggiunto che un eventuale accordo sarà sottoposto a referendum “dopo la ratifica del parlamento ucraino e dei parlamenti dei paesi garanti”.
 

Le “concessioni” di Mosca e il gioco di Erdogan
Da parte sua anche Mosca considerava positivi i risultati dell'incontro, rinunciava alle pretese di “smilitarizzazione” e “denazificazione” dell'ucraina e, pur avvertendo che “il cammino è ancora lungo”, annunciava che “per rafforzare la reciproca fiducia e creare le condizioni necessarie a ulteriori trattative” sarebbero stati ridotti “drasticamente” gli attacchi su Kiev e altre località. Il ministro della Difesa russo Shoigu dichiarava inoltre che la Russia “ha raggiunto nel complesso gli obiettivi della prima fase dell'operazione”, e che quindi ora può concentrarsi sull'“obiettivo primario, cioè la liberazione del Donbass”.
Anche il presidente ucraino Zelensky considerava “positivi” i segnali usciti dal negoziato di Istanbul, ribadendo che “l'Ucraina è disposta a negoziare e continuerà il processo di negoziazione”, ma “ci deve essere una vera sicurezza per noi, per il nostro stato, per la sovranità, per il nostro popolo. Le truppe russe devono lasciare i territori occupati. La sovranità e l'integrità territoriale dell'Ucraina devono essere garantite”. E in ogni caso qualsiasi decisione “deve essere presa non da una persona o da un gruppo di persone con qualsiasi visione politica, ma da tutto il nostro popolo”.
Anche Erdogan si mostrava ottimista, caldeggiando un incontro tra Putin e Zelensky “il prima possibile”, e dichiarava: “Loro due hanno fiducia nella Turchia... spero che saremo in grado di concordare una data per l'incontro”. E Zelensky, parlando con lui per ringraziarlo “della disponibilità della Turchia a farsi garante della sicurezza del nostro Stato”, lo definiva “un vero amico dell'Ucraina”. Il dittatore turco, che fornisce i suoi micidiali droni all'Ucraina e contemporaneamente, pur essendo il secondo esercito della Nato, si rifiuta di applicare le sanzioni a Putin, sfrutta abilmente l'occasione fornitagli da questa guerra per le sue ambizioni imperialiste ed espansioniste nella regione del Mar Nero e del Caucaso, il cui vecchio assetto dovrà essere completamente ridisegnato.
 

Sporchi giochi imperialisti dietro le trattative
Ma subito dopo l'annuncio delle caute aperture di Istanbul, il clima ha cominciato a raffreddarsi. Hanno iniziato subito gli Usa e la Gran Bretagna, col segretario di Stato Blinken che ha affermato di non vedere “segnali di reale serietà” da parte di Mosca e con dichiarazioni simili da parte di Londra. Intanto l'Olanda espelleva 17 cittadini russi con l'accusa di spionaggio, e la Nato annunciava la convocazione del Consiglio atlantico per il 6-7 aprile, a livello di ministri degli Esteri, per discutere gli sviluppi della guerra. E invitava a partecipare anche Svezia, Finlandia e Ucraina. Contemporaneamente si teneva un vertice in videoconferenza tra Biden, Johnson, Macron Sholz e Draghi, dominato da un diffuso scetticismo sulle trattative di Istanbul, tanto che il comunicato finale sottolineava che i cinque “hanno ribadito la loro determinazione ad aumentare i costi contro la Russia” e a “continuare a fornire all'Ucraina assistenza umanitaria e militare”.
Il giorno successivo il ministero della Difesa ucraino affermava che non c'era nessun ritiro dei russi ma solo delle unità che avevano subito le perdite maggiori. E il negoziato, che doveva durare due giorni, si è invece interrotto, ufficialmente per consultarsi con i rispettivi governi. Anche il portavoce del Cremlino, Peskov, esprimeva pessimismo dichiarando che “per ora non possiamo dire che ci sia qualcosa di molto promettente o che ci sia stata una qualche svolta... c'è ancora molto lavoro da fare”.
Evidentemente da parte di entrambi gli schieramenti imperialisti – quello zarista di Putin e quello Usa spalleggiato dal fedele alleato inglese - dietro le quinte del negoziato si stava e si sta giocando una sporca partita al rialzo della tensione e alla scalata bellica sulla pelle del popolo ucraino. Non va dimenticato che il 17 marzo, quando Zelensky annunciò un piano in 15 punti propedeutico ai negoziati di Istanbul, Biden se ne uscì subito dopo con dichiarazioni di fuoco su Putin, definite “inaccetabili” da Mosca, chiamandolo non impropriamente un “criminale”, un “dittatore omicida” e un “delinquente puro”, alzando il clima bellicista e facendo subito sparire dall'agenda ogni ipotesi di negoziato. E intanto una delegazione Usa si recava in Kosovo per discutere l'adesione di Pristina alla Nato, mentre la Polonia insisteva per l'invio in Ucraina di una forza di “peacekeeping” della Nato.
 

Le pressioni belliciste di Usa e Gran Bretagna
Il fatto è che l'imperialismo americano non ha nessun interesse a far finire presto questa guerra, che vede anzi come un'occasione a basso costo, facendola fare agli ucraini e ben lontano dal territorio Usa, per dissanguare e mettere in ginocchio l'orso russo che vede in difficoltà, scoprire i suoi punti di forza e di debolezza, testare sul campo le tecnologie militari dei suoi sistemi d'arma inviati agli ucraini. E, non ultimo, per ricompattare sotto il suo indiscusso comando gli alleati europei della Nato anche in vista del ben più importante confronto con il socialimperialismo cinese. Non a caso nei giorni successivi, prima e dopo il negoziato di Istanbul, Biden non ha fatto altro che lanciare segnali per alzare la tensione bellicista con la Russia e far capire di scommettere sulla sua sconfitta sul campo, spingendo il governo ucraino a lasciar perdere i negoziati e puntare solo sulla vittoria militare.
Tra questi segnali rientrano le pressioni sui paesi europei affinché la smettano di acquistare il petrolio e il gas russi, promettendo loro di aumentare le forniture di gas liquefatto americano; l'annuncio al vertice Nato del 24 marzo dell'invio all'Ucraina di altri aiuti militari, tra cui sistemi di difesa aerea e antinave; le dichiarazioni in Polonia su “Putin macellaio” che “non può rimanere al potere”; l'incontro a Varsavia con i ministri ucraini degli Esteri Kuleba e della Difesa Reznikov, assicurando loro che gli Usa “saranno con l'Ucraina sempre, fino alla vittoria”; la richiesta del 28 marzo al Congresso Usa di un bilancio per la difesa 2023 da 813, 3 miliardi di dollari, “uno dei maggiori investimenti nella storia della sicurezza nazionale”; l'annuncio del Pentagono, il 2 aprile, dell'invio al governo ucraino di altri 300 milioni di dollari di aiuti militari, stavolta comprensivi di armi “offensive” in grado di colpire anche il territorio russo, come missili a guida laser, droni “kamikaze” con testate esplosive e droni da ricognizione. Inoltre fonti dell'amministrazione Biden hanno fatto sapere di lavorare con gli alleati per trasferire in Ucraina tank e cacciabombardieri di fabbricazione russa.
I risultati di queste pressioni belliciste occidentali si sono fatti sentire anche su Zelensky, per tramite delle componenti più oltranziste del governo ucraino, come si intuisce dall'intervista che il presidente ucraino ha rilasciato il 2 aprile alla rete di destra americana Fox News , in cui è sembrato svoltare verso una soluzione militare piuttosto che negoziale, dichiarando che “il popolo ucraino non accetterà nessun risultato se non la vittoria”, e che “non commerciamo il nostro territorio. La questione dell'integrità territoriale e della sovranità sono fuori discussione”.
 

Gli eccidi russi e i negoziati sospesi
Da parte sua l'imperialismo zarista russo non è stato da meno nell'affossare le tenui aperture di Istanbul. Già il 30 marzo il suo ministro degli Esteri Lavrov, durante l'incontro a Pechino col suo omologo cinese Wang Yi (che pur auspicando una tregua “il prima possibile” gli ribadiva l'intesa “senza limiti” col Cremlino), metteva una pesante ipoteca sul prosieguo dei negoziati dichiarando che “l'Ucraina sta capendo che le questioni della Crimea e del Donbass sono chiuse”. Una posizione arrogante che provocava un'analoga chiusura da parte di Kiev, che per bocca di Podolyak gli rispondeva per le rime: “Saranno chiuse una volta ripristinata la sovranità ucraina su quei territori”. Anzi, il negoziatore ucraino rincarava aggiungendo che il referendum sull'intesa ci sarà “solo dopo che le truppe russe saranno tornate sulle posizioni antecedenti il 23 febbraio”.
Ma il macigno più grosso sul cammino della trattativa lo ha messo Putin, continuando ad alzare la posta con le minacce e i ricatti all'Europa sul pagamento del gas in rubli, e con le sue truppe di invasione che non soltanto non hanno ridotto le ostilità come falsamente annunciato, ma hanno intensificato i bombardamenti e gli attacchi nei territori del Sud-Est dell'Ucraina, stringendo ulteriormente l'assedio su Odessa e sulla martoriata Mariupol. Il nuovo Zar pensa ancora di poter portare a casa almeno una grossa fetta di quei territori prima di rassegnarsi a trattare un cessate il fuoco. Quanto al ritiro delle truppe russe dall'assedio di Kiev, la scia di sangue che si sono lasciate dietro, con gli orrendi massacri di civili emersi a Bucha e in altri villaggi occupati in marzo, nonostante che Zelensky pur denunciandoli come un genocidio abbia confermato di voler continuare i negoziati sospesi, allontana ulteriormente la prospettiva di un'intesa per il cessate il fuoco.
Sull'onda dell'indignazione mondiale per questi efferati eccidi e sotto l'incalzare delle pressioni americane e britanniche, in sede europea comincia a farsi strada infatti, vincendo le resistenze soprattutto della Germania, la decisione di un embargo alle forniture di gas, petrolio e carbone dalla Russia, mentre intanto aumenta l'invio di armi. Almeno per il momento, perciò, nonostante il passo avanti di Istanbul, i fattori che spingono verso l'intensificazione della guerra, su cui continuano a soffiare entrambi i campi imperialisti a spese del martoriato popolo ucraino, prevalgono tristemente sui fattori che possono portare ad un accordo per fermarla.

6 aprile 2022