Nell'intervista esclusiva a Rete4, la prima concessa a una rete europea
Il neonazista Lavrov, braccio destro di Putin, accusa Zelensky di essere un nazista
Il ministro degli Esteri della Russia per supportare la sua calunnia ricorre al falso delle origini ebraiche di Hitler

La sera del 1° maggio nel programma Zona bianca di Rete4, è andata in onda un'intervista esclusiva al ministro degli Esteri russo Serghey Lavrov. L'intervista ha avuto una grossa risonanza perché è stata la prima che il ministro e braccio destro di Putin ha rilasciato a un media europeo dall'inizio della guerra russa all'Ucraina, e ha destato grande scandalo in Italia e nel mondo perché egli ha potuto usare a suo piacimento la rete berlusconiana come megafono della propaganda di Mosca, producendosi in lunghi monologhi senza contraddittorio sulla base di domande palesemente concordate e compiacenti da parte del giornalista Giuseppe Brindisi, che alla fine gli ha pure augurato “buon lavoro” (nello sterminio dell'Ucraina, sic). E soprattutto per il paradossale accostamento del presidente ucraino Zelensky a Hitler, che ha provocato forti reazioni dappertutto e le proteste ufficiali del governo israeliano. E anche da destare le attenzioni del Comitato parlamentare sui servizi segreti, che ha aperto un'istruttoria sull'influenza della propaganda Russa nei media italiani.
In realtà, anche se la quasi totalità dei media si sono soffermati soprattutto su questo clamoroso passo falso del diplomatico russo, di affermazioni altrettanto gravi e rozze la sua intervista è piena, pur se da quel navigato volpone della politica internazionale che è ha cercato abilmente di contrabbandarle rivestendole di argomentazioni e ragionamenti non privi di una certa logica. Ma i media occidentali non si sono dati la pena di smascherarli, bastandogli e avanzandogli per metterlo alla berlina la frase incriminata sul binomio Zelensky-Hitler. Invece è necessario e utile smascherare il suo gioco entrando in merito a tutti gli aspetti salienti della sua intervista.
 

Perché è stata scelta l'Italia
Innanzi tutto occorre chiedersi perché il Cremlino abbia scelto l'Italia per questa operazione di recupero di immagine dopo due mesi di disastri di comunicazione. Il motivo è che evidentemente, a torto o a ragione, ha individuato nel nostro Paese il “ventre molle” dello schieramento occidentale. Putin e i suoi accoliti sanno benissimo che in Italia, anche se nel frattempo sono cambiati due governi, i partiti cosiddetti “sovranisti” come Lega, FdI e M5S, che nel recente passato lavoravano apertamente contro l'Unione europea o prendevano addirittura soldi da Mosca come il partito di Salvini, sono ancora forti e non del tutto allineati con la linea ferreamente atlantista di Draghi. Salvini cerca di nascondere le sue mai sopite simpatie putiniane costruendosi un'improbabile facciata “pacifista”, mentre era un alto esponente del M5S quel Vito Petrocelli che è tuttora inchiodato alla poltrona di presidente della commissione Esteri del Senato. Per non parlare dei mal di pancia di Conte e di una grossa parte dei suoi parlamentari sull'invio delle armi all'Ucraina.
Il Cremlino sa anche che la maggioranza degli italiani è contraria all'invio di armi all'Ucraina per non esporre il nostro Paese a ritorsioni e ad un coinvolgimento nella guerra, pur essendo contro l'aggressione russa, cosa che Mosca interpreta comunque come un segnale a suo favore. C'è poi una larga parte dell'imprenditoria che vede con timore il prolungarsi della guerra e delle sanzioni, che penalizzano in particolare le economie di Italia e Germania sia per le esportazioni che per i rincari dell'energia, e per lo spettro dell'embargo sul petrolio e sul gas. Inoltre c'è una non trascurabile quota di italiani che addirittura giustificano la guerra di Putin, sia nell'elettorato della destra “sovranista” ma anche tra i militanti della sinistra antagonista, imbrogliati dalla propaganda putiniana sulla “denazificazione” dell'Ucraina.
Infine, con le tv di Berlusconi, il nuovo Zar sapeva di giocare in casa. Il vecchio amicone e compare di affari e di bagordi, infatti, ci aveva messo più di un mese a condannare, peraltro blandamente, la sua brutale aggressione all'Ucraina, e anche se ha giurato che non ne sapeva nulla dell'intervista a Lavrov, chi potrebbe credere che la cosa sia avvenuta senza la sua autorizzazione? Lo stesso Brindisi, che dice di non avere nulla da rimproverarsi e che rifarebbe l'intervista, ha ammesso che c'era stata una trattativa preliminare e che Lavrov aveva posto come condizione di conoscere gli argomenti dell'intervista e che le sue risposte fossero riportate in modo integrale: un compiacente palcoscenico a disposizione della propaganda del Cremlino, insomma.
 

Sui rischi della guerra nucleare e le “armi mai viste”
E così è stato, infatti, fin dalle prime battute, quando il giornalista ha chiesto a Lavrov delle sue affermazioni sulla possibilità di una guerra nucleare e del rischio di una terza guerra mondiale. Il ministro è stato molto abile a sfoggiare il suo volto più “ragionevole” e rassicurante, prendendosela con l'Occidente che “distorce ciò che dicono i rappresentanti russi”, e sostenendo che “la Russia non ha mai cessato i suoi sforzi per raggiungere accordi che garantissero la prevenzione di una guerra nucleare”, citando in proposito una serie di passi diplomatici che essa aveva fatto negli ultimi anni per arrivare ad una dichiarazione congiunta di inammissibilità di una guerra nucleare, che in Consiglio di sicurezza era stata accettata in linea di principio da Cina e Francia ma non da Stati Uniti e Gran Bretagna.
Sarebbe stato da chiedergli allora perché a dispetto di tanta “ragionevolezza” adesso Mosca non fa che lanciare sinistre minacce di impiego dell'arma nucleare, arrivando perfino a discettare in televisione sulla distruzione “nel giro di minuti” delle principali capitali europee. Gli è stato chiesto invece della minaccia di Putin di sfoderare “armi mai viste”, e anche qui il ministro è stato molto abile nel ributtare la palla nel campo avversario. Queste armi, che poi sono soprattutto i missili ipersonici, ha detto Lavrov, “la Russia ha iniziato a svilupparle dopo che gli Stati Uniti si sono ritirati dal Trattato sui missili anti-balistici”; ritiro che George W. Bush aveva motivato con la decisione di creare un sistema antimissilistico rivolto a suo dire non contro Mosca ma contro le minacce provenienti dalla Corea del Nord e dall'Iran, e più di recente dalla Cina.
“Avevamo bisogno di armi che fossero garantite per sopraffare le difese missilistiche. Altrimenti, un paese che ha sistemi di difesa missilistica e armi offensive potrebbe essere tentato di lanciare il primo attacco pensando che una risposta sarà soppressa dai suoi sistemi di difesa missilistica. Ecco come abbiamo sviluppato queste armi”, ha spiegato il ministro. Forse le cose saranno anche andate così, è possibile cioè che a suo tempo queste armi fossero state sviluppate a scopo difensivo e di deterrenza di fronte all'aggressività e all'espansionismo Usa. Ma ciò non giustifica il fatto che oggi Putin le ha usate sul teatro di una guerra di aggressione di stampo neonazista, contro un Paese molto più debole e privo di armi nucleari, e per di più minacciando di usarle contro chiunque “si intrometta” nella guerra da lui scatenata.
 

L'accusa a Zelensky di essere nazista
Ma su questa palese contraddizione Lavrov sorvola, né del resto l'intervistatore gliel'ha fatta notare. Come ha sorvolato sul minaccioso e intimidatorio bombardamento di Kiev proprio durante la visita di Gutierres, liquidato burocraticamente come un “normale” attacco a obiettivi militari, mentre era palesemente mirato a una sprezzante delegittimazione del tentativo diplomatico del segretario dell'ONU. Il ministro ha anzi rigirato la frittata attribuendo a Zelensky la volontà di bombardare obiettivi non militari, rievocando a tal fine gli unici due casi controversi tra le migliaia attribuibili incontestabilmente alla furia distruttrice delle armate di Putin: il missile sparato sul centro di Donetsk e il Tochka-U caduto alla stazione di Kramatorsk, con le stragi di civili che hanno provocato.
Dopodiché Lavrov ha fornito una sua ricostruzione delle ragioni che hanno portato all'invasione dell'Ucraina, adducendo le solite accuse sulla “nazificazione” di quel Paese, le persecuzioni delle popolazioni di lingua russa, gli avvertimenti della Russia alla NATO accolti da sprezzanti rifiuti, le minacce militari di Kiev nel Donbass e la sua violazione degli accordi di Minsk, fino alla scelta “obbligata” della Russia di intervenire a difesa delle repubbliche “su loro richiesta, per difenderle dai militaristi e dai nazisti che prosperano nell'odierna Ucraina”.
All'obiezione del giornalista su come si può parlare di nazismo in Ucraina, dal momento che i nazisti del battaglione Azov sono in definitiva pochi e che il suo presidente è ebreo, Lavrov ribatte testualmente: “La sua argomentazione è: come può esserci il nazismo in Ucraina se (Zelensky, ndr) è ebreo? Posso sbagliarmi, ma anche Adolf Hitler aveva sangue ebreo. Questo non significa assolutamente nulla. Il saggio popolo ebraico dice che gli antisemiti più ardenti sono di solito ebrei”. Una tesi incauta e gravissima, la sua, perché basata su un inconsistente falso storico atto a sostenere la tesi che Zelensky è un nazista, mentre tutto il mondo sta assistendo con raccapriccio ai metodi hitleriani con cui l'esercito neozarista di Putin sta devastando l'Ucraina. E anche perché equivale di fatto ad assolvere i nazisti e a dire che gli ebrei si sono sterminati tra di loro. Così infatti l'ha interpretata e bollata il governo israeliano, convocando l'ambasciatore russo per “chiarimenti” e pretendendo le scuse da Mosca, cosa che Putin ha dovuto fare per non rompere i rapporti di collaborazione con i sionisti di Tel Aviv.
 

Il gruppo Wagner e le minacce all'Italia
Alla domanda se la presenza di migliaia o anche decine di migliaia di militanti neonazisti può giustificare la denazificazione di un Paese di 40 milioni di abitanti, e come giustifica la presenza tra le truppe russe del gruppo Wagner che si ispira anch'esso a idee neonaziste, Lavrov risponde ancora una volta con la menzogna e il rovesciamento della frittata: il gruppo Wagner, a suo dire, “è una compagnia militare privata che non ha nulla a che fare con lo Stato russo”; ammette la sua presenza in Mali e in Libia perché chiamato dai suoi governanti, ma “non c'è niente del genere in Ucraina, che ha un numero enorme di mercenari provenienti dai paesi occidentali”. Naturalmente il braccio destro di Putin si guarda bene, né anche stavolta Brindisi lo incalza su questo, dall'ammettere lo sporco ruolo svolto dalla Wagner in Siria, e in particolare ad Aleppo, con le distruzioni e le atrocità commesse al seguito delle truppe del macellaio Assad.
Lavrov ha parlato anche dell'Italia, fingendo stupore e rincrescimento perché essa “è in prima linea tra coloro che non solo adottano sanzioni anti-russe, ma propongono iniziative di ogni genere. Per me è stato davvero strano vederlo, ma ora ci siamo abituati al fatto che l'Italia può essere così. Pensavo che l'Italia e il popolo italiano avessero una visione leggermente diversa della loro storia e giustizia nel mondo, che potessero distinguere tra bianco e nero”. Anche se poi se la prende con “alcune affermazioni dei politici, per non parlare degli articoli sui media”, mentre assolve il popolo italiano “per il quale provo i sentimenti più affettuosi”: dichiarazione oltremodo grottesca che alterna minacce e blandizie, a dimostrazione di come, nonostante la collocazione dell'Italia nello schieramento occidentale, il Cremlino non rinunci a parlare a quelle forze politiche, imprenditoriali e sociali più sensibili ai suoi interessi e alla sua propaganda.
 

Le falsità sul fallimento dei negoziati
Infine, per svelare fino in fondo la falsità e la doppiezza dei neonazisti putiniani, simili ad un branco di lupi che cercano di travestirsi goffamente da agnelli, tra le diverse altre false “spiegazioni” di Lavrov sulle cause della guerra e il suo prolungarsi, vale la pena di citare quella sul fallimento del negoziato di Istanbul della fine di marzo, perché è emblematica della tattica russa di rovesciare sugli aggrediti le responsabilità degli aggressori, in questo caso di sabotare le trattative di pace per voler continuare la guerra.
“Abbiamo accettato i colloqui su richiesta di Volodymyr Zelensky e hanno iniziato a prendere slancio”, ha detto infatti Lavrov. “A marzo, in una riunione dei negoziatori a Istanbul, sono stati delineati accordi sulla base di quanto affermato pubblicamente da Volodymyr Zelensky. Ha detto che l'Ucraina è pronta a diventare un paese neutrale, non in un blocco e non nucleare se gli verranno fornite garanzie di sicurezza. Eravamo pronti a lavorare su questa base, fermo restando che l'accordo avrebbe previsto che le garanzie di sicurezza non si applicassero alla Crimea e al Donbass, come avevano suggerito gli stessi ucraini. Subito dopo questa loro proposta, che hanno firmato e consegnato a noi, hanno cambiato posizione. Ora stanno cercando di tenere i colloqui in un modo diverso. In particolare, vogliono ricevere garanzie di sicurezza prima dall'Occidente”.
Ma alla timida osservazione dell'intervistatore, che forse tale cambiamento era influenzato anche da quanto accaduto a Mariupol e Bucha, e che nel suo servilismo si spinge fino a domandargli “dov'è la verità su questi crimini di guerra”, Lavrov taglia corto sentenziando con supponenza: “C'è solo una verità qui. Il 30 marzo, le truppe russe hanno lasciato Bucha. Il giorno successivo, il 31 marzo, il sindaco di Bucha Anatoly Fedoruk ha proclamato la vittoria davanti alle telecamere dicendo che la città era tornata alla vita normale. Solo tre giorni dopo iniziarono a mostrare le fotografie di questi corpi. Non voglio nemmeno entrare nei dettagli, perché è così palesemente falso che qualsiasi osservatore serio può vederlo a colpo d'occhio”.
Col che il braccio destro di Putin ha gettato la maschera “conciliante” e “trattativista” indossata per l'occasione e svelato la vera faccia feroce e arrogante comune a tutti gli imperialisti: negando la realtà delle stragi a Bucha e in altri villaggi occupati dall'esercito neonazista di Putin, Lavrov nega al tempo stesso ogni responsabilità russa nel fallimento della trattativa scaricandola sul governo ucraino. Mentre è evidente che la trattativa si è interrotta proprio perché, mentre era in corso e nei giorni a seguire, Putin intensificava l'offensiva e i bombardamenti nel Donbass e a Mariupol ed emergevano le atrocità commesse deliberatamente dalle truppe ai suoi ordini, dimostrando di essere proprio lui a non volere una soluzione diplomatica ma di inseguire fino in fondo il suo criminale sogno imperialista neozarista.

11 maggio 2022