XIX Congresso nazionale della Cgil
I limiti del documento alternativo della sinistra

La posizione del PMLI verso la dirigenza della Cgil è molto critica. Un giudizio secco e senza sconti, perché la subordinazione verso i governi Conte e Draghi è stata ed è palese, in barba ai reali interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, dei pensionati e delle masse popolari.
Quindi non potevamo che salutare positivamente la presentazione di un documento alternativo che si mettesse in contrapposizione alla linea collaborazionista della cogestione portata avanti da Landini e soci. Un documento che riunisce anime diverse, tre aree programmatiche, seppur molto piccole. Riconquistiamo Tutto (RT), che deriva da il Sindacato è un'altra cosa, Democrazia e Lavoro, le Giornate di marzo. Quest'ultima area si è staccata da RT recentemente, a marzo 2020, ma alla fine ha deciso di aderire al secondo documento.
Diversa è la storia di Democrazia e Lavoro in quanto questa area viene da più lontano, da Lavoro e società. Nella sua storia non ha mai svolto un'opposizione radicale ai gruppi dirigenti che si sono susseguiti alla guida della Cgil, ma è sempre stata con un piede in due scarpe; spesso criticando i documenti e le decisioni approvate dagli organismi confederali, ma senza negare quasi mai il proprio voto.
Detto questo, l'importante era raggruppare un'alternativa a Landini la più ampia possibile, e se ci sono forze che hanno rotto gli indugi collocandosi in maniera critica fuori dalla maggioranza, questo è un fatto positivo. Tuttavia non neghiamo che il documento ha molti limiti e non ci rappresenta totalmente ma, nell'ottica di fare fronte unito contro la segreteria, noi marxisti-leninisti, parte integrante della sinistra sindacale, vi abbiamo aderito, anche perché non avrebbe avuto senso andare al congresso in ordine sparso, senza la minima possibilità di far sentire la propria voce.
 

Critiche troppo blande a Landini e alla segreteria
Il documento riflette inevitabilmente la molteplicità dei soggetti che lo hanno elaborato, e lo si vede già nella critica alla politica della Cgil tenuta dall'ultimo congresso (gennaio 2019) ad oggi. Una denuncia blanda, che mette nel mirino la concertazione e la codeterminazione, ma non la subordinazione (che a sentire il documento appartiene solo alla Cisl) al governo del banchiere massone Draghi e alla sua gestione capitalistica dell'emergenza legata al covid.
Qui non si trattava soltanto di criticare il poco o totale disimpegno nella difesa dei salari, della salute e dell'occupazione delle lavoratrici e dei lavoratori, qui serviva una denuncia esplicita della direzione della Cgil che fin da subito ha sostenuto Draghi (e prima Conte) e assecondato le loro scelte di gestione della pandemia a livello sanitario e poi economico con il recovery fund e il PNRR, che hanno concesso le briciole alle masse lavoratrici, lasciato la sanità nelle pessime condizioni che conosciamo, e incanalato tutto nella direzione di garantire il profitto e aiutare le imprese.
Landini e il gruppo dirigente della Cgil hanno legittimato un governo espressione del grande capitale, della grande finanza e dalla UE imperialista pensando di avere in cambio la propria legittimazione a sedere a tutti i tavoli istituzionali, e in sostanza a partecipare in qualche misura alle decisioni che riguardano il governo del Paese. Si è cercato in questo modo di recuperare quell'autorità e credibilità a rappresentare milioni di lavoratori e pensionati che invece negli anni si sono sempre più allontanati dai sindacati confederali, sempre più visti, e non a torto, complici e non oppositori delle politiche dei sacrifici che si sono abbattute su di loro.
Insomma c'è una valutazione errata, di compromesso, che non troviamo adeguata se consideriamo la gravità del comportamento tenuto da Landini e dalla dirigenza. Una linea inaccettabile di sostegno a Draghi che si è evidenziata in maniera esplicita con la nota di alcuni giorni fa della segreteria Cgil sulla crisi di governo, dove testualmente si legge: ”Non è il momento di indebolire il Paese e bloccare le riforme”. Ma quali riforme? Fino a ieri si minacciava di fare fuoco e fiamme se non si prendevano misure concrete per combattere il carovita, adesso sembra che il governo stesse procedendo a chissà quali misure in favore dei lavoratori. Se c'è una cosa che procede speditamente è l'impoverimento e l'inflazione che stanno producendo milioni di poveri.
 

Ambiguità sulla guerra in Ucraina
Anche l'analisi del quadro internazionale non ci convince. Sulla guerra in Ucraina la condanna dell'invasione russa è molto tiepida, sembra quasi uscire a denti stretti. L'attenzione è tutta spostata sulla Nato e gli Usa, che indubbiamente sono tra i protagonisti dell'escalation della tensione internazionale. Ma non siamo d'accordo nel sottovalutare l'imperialismo neozarista russo né tanto meno il socialimperialismo cinese, descritti come potenze che subiscono l'aggressività della Nato per essere poi trascinate quasi a forza nella competizione tra imperialismi. La conseguenza è che alla fine manca il sostegno al popolo ucraino che in ogni caso è stato aggredito dall'esercito di Putin.
“Gli obiettivi di potenza” sono perseguiti anche dall'imperialismo dell'Est, non solo dagli Usa, e anche dalla Ue che invece viene descritta sempre in crisi e succube degli Stati Uniti. Invece ci troviamo su posizioni condivise quando si tratta di combattere contro l'imperialismo di casa propria, contro il riarmo e la politica bellicista del governo Draghi.
Un governo Draghi che viene nominato poche volte e che invece, in un bilancio degli anni tra l'ultimo congresso e il prossimo, doveva essere nel mirino del documento. Per il PMLI non è un governo borghese come un altro, ma un governo direttamente nelle mani del grande capitale e della grande finanza, senza nemmeno la mediazione del parlamento, che di fatto ha segnato il passaggio concreto dal parlamentarismo al presidenzialismo, anche se Draghi non è stato eletto direttamente “dal popolo” (al punto che una metà non si reca più alle urne) ma dal presidente della repubblica Mattarella e dai poteri economici e finanziari, italiani ed europei.
 

Qual è il “nuovo modello di sviluppo”?
Sorvoliamo la parte rivendicativa, su cui siamo in larga parte d'accordo, non perché non sia importante, ma perché è dalle analisi generali che si capiscono maggiormente le idee di fondo che stanno alla base del documento. Nel capitolo “Costruire la pace, difendere il pianeta, rivendicare un nuovo modello di sviluppo” sembra di leggere il documento di Landini che riporta lo stesso, vago e indefinito richiamo a “un mondo migliore” . Si dice che “La pace, la qualità della vita e dell’aria che respiriamo, la salute, la sicurezza e la dignità di chi lavora e di chi abita un territorio, così come la bellezza e il patrimonio artistico del paese non si conciliano con profitto, privatizzazione, guerra e sfruttamento capitalista delle risorse del pianeta”.
Ma noi aggiungiamo che l'unica alternativa al capitalismo è il socialismo, e non un capitalismo meno aggressivo, più “inclusivo”, più attento all'ambiente, riformato o quant'altro. Non si può pensare che le varianti del neoliberismo, le forme spinte di privatizzazione e sfruttamento selvaggio, possano essere rigettate senza mettere in discussione radicalmente il capitalismo, in tutte le sue forme. Come ci dimostra la storia le ricette riformiste della sinistra borghese non portano da nessuna parte ed anzi rafforzano il populismo e la destra.
Il sindacato ha come compito principale quello di difendere gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori e le loro condizioni di vita e di lavoro, per quanto sia possibile nel capitalismo. Per cui deve combattere concretamente per i salari, le pensioni, i diritti, la sicurezza, contro il precariato ma, specie la sua componente che si dichiara di sinistra o addirittura rivoluzionaria, non può illudere che, senza passaggio al socialismo, si possa cambiare radicalmente le cose. Su questo ci si gira introrno ma il nodo non vien sciolto.
 

Serve un nuovo modello sindacale
Infine, ma non per importanza, diremo qualcosa sul modello sindacale, che è il punto su cui, secondo noi, ci sono i maggiori limiti del documento alternativo. Rispetto alla rappresentanza, ci si ferma a chiedere non la cancellazione, ma la “radicale revisione” del Testo Unico del 10 gennaio 2014. Non a caso, perché secondo noi non si riesce a proporre un modello sindacale che superi l'attuale, diviso tra un grande sindacato confederale composto da Cgil-Cisl-Uil che gestisce la contrattazione, e una miriade di sigle sindacali di base combattive, ma frammentate e in alcuni casi proiezione diretta di piccoli partiti di “sinistra” o “comunisti”, o più propriamente trotzkisti.
Il PMLI, anche se per il momento continua ad avere come principale sindacato di riferimento la Cgil, ha in mente un altro modello sindacale, perché è consapevole che la Cgil ha oramai concluso la sua parabola diventando un sindacato borghese e collaborazionista a tutti gli effetti come Cisl e Uil, irrimediabilmente integrato e compromesso con le istituzioni borghesi. La dinamica sindacale che si è sviluppata in Italia non riesce in alcun modo a rappresentare gli interessi delle masse lavoratrici, e perciò serve un nuovo modello sindacale.
La nostra proposta strategica va nella direzione di un sindacato unico di tutte le lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati, fondato sulla democrazia diretta, senza liste precostituite e dove tutti possono essere eletti ed essere rimossi in qualsiasi momento quando non rispettano il mandato dei lavoratori. Un sindacato libero dalle compatibilità padronali e governative, incardinato sulla difesa degli interessi dei lavoratori occupati, dei precari, disoccupati e dei pensionati, che passa irrimediabilmente dallo scioglimento di tutte le attuali sigle sindacali, confederali e di base.
Un modello sindacale che in buona misura ha trovato, seppur inconsapevolmente, la sua rappresentazione nella vertenza Gkn e nell'esperienza del Collettivo di fabbrica. Un modello sindacale partecipato, che valorizza l'Assemblea Generale e la democrazia diretta, con Rsu, delegati di raccordo e collettivo che collegano tra loro i lavoratori all'interno della fabbrica. Aperto e inclusivo verso tutti i movimenti, partiti e sindacati presenti sul territorio sensibili alle rivendicazioni degli operai, che è riuscito ad organizzare importanti manifestazioni nazionali.
Anche nel documento alternativo si guarda alla vertenza della ex-Gkn come un modello, ma per farlo rimanere rinchiuso nel perimetro della Cgil (attaccandosi al fatto che maggioranza dei delegati sindacali di questa fabbrica sono della Fiom) nella illusione che possa ancora diventare un sindacato conflittuale. Al contrario alcuni sindacati di base come Usb, hanno affermato: “non si può insorgere rimanendo dentro la Cgil”. Noi invece crediamo che la conduzione di questa lotta sindacale (comunque si concluda) lasci intravedere le potenzialità e la giustezza della proposta dei marxisti-leninisti che supera il vecchio schema sindacale e dare vita finalmente a un sindacato unico di tutte le lavoratrici e i lavoratori, le pensionate e i pensionati, fondato sulla democrazia diretta, un sindacato capace di superare l'attuale frammentazione sindacale e impegnata non nella cogestione ma nella lotta di classe.

20 luglio 2022