Il nuovo codice degli appalti dà campo libero alla corruzione e alle mafie

 
Il Consiglio dei Ministri ha approvato il 16 dicembre 2022, in esame preliminare, il testo di un decreto legislativo di riforma del Codice dei contratti pubblici, in attuazione dell'articolo 1 della legge n. 78 del 21 giugno 2022 che conferiva delega al governo in materia di contratti pubblici.
Il codice, che sostituirà quello attualmente in vigore, si applicherà a tutti i nuovi procedimenti di appalto pubblico a partire dal 1° aprile 2023, mentre a partire dal 1° luglio 2023 è prevista l'abrogazione dell'attuale codice e l'applicazione delle nuove norme anche a tutti i procedimenti già in corso.
Il provvedimento legislativo però – fatto in fretta e furia al fine di rientrare nei parametri del PNRR che impone di aprire i cantieri e recuperare i ritardi negli investimenti – di fatto agevola il rischio di corruzione, di malaffare e di infiltrazione delle mafie nell'attività della pubblica amministrazione che il vecchio codice, molto più rigoroso nelle procedure di controllo, aveva effettivamente quantomeno limitato.
Infatti, tra le modifiche volute dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, ci sono norme che autorizzano gli appalti integrati senza limiti di importo, che sanciscono la completa deregolamentazione dei subappalti e che aumentano da 150mila a 500mila euro la soglia sotto la quale anche i piccoli Comuni – che sono privi delle competenze e capacità necessari per conseguire la qualificazione – potranno affidare i propri lavori in totale autonomia.
Salvini in conferenza stampa, con riferimento alle opere e servizi che vengono di fatto privati di qualsiasi controllo pubblico ad eccezione di quello della magistratura, ha affermato che “si tratta di più dell’80% degli appalti”, e l'aumento di reati legati agli appalti pubblici rischia di diventare esponenziale se si considera anche la riforma del reato di abuso d'ufficio annunciata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, che vorrebbe addirittura depenalizzare tale reato.
Ferma è stata la presa di posizione del presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, Giuseppe Busia, soprattutto su due punti del progetto di provvedimento: l’ammorbidimento delle norme sul conflitto di interessi e l’eliminazione dell’elenco delle società in house – società di diritto privato diretta emanazione di enti pubblici e da essi controllate – alle quali le amministrazioni danno affidamenti diretti, su cui l'Autorità nazionale anticorruzione esercitava un controllo in base al vecchio codice degli appalti, e che ora, alla luce del nuovo codice, non potrà più esercitare.
Per ciò che riguarda il conflitto di interessi, l’articolo 16 della bozza elimina la disposizione in base alla quale “le stazioni appaltanti prevedono misure adeguate per contrastare le frodi e la corruzione nonché per individuare, prevenire e risolvere in modo efficace ogni ipotesi di conflitto di interesse nello svolgimento delle procedure di aggiudicazione degli appalti e delle concessioni”. Lo stesso articolo introduce, altresì, una norma in base alla quale l’onere della prova – ossia il principio per il quale chi vuole dimostrare l'esistenza di un fatto deve fornire le prove che dimostrino l'esistenza del fatto stesso - è rovesciato: in futuro quindi non sarà la pubblica amministrazione a dover dimostrare l'assenza di conflitto di interesse bensì chi sospetta un conflitto di interessi dovrà dare la prova di ciò. Secondo il presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione in questo modo viene meno il ruolo dell’autorità su un aspetto cruciale, posto che “ci troviamo tanti casi – ha affermato Busia - in cui gli affidamenti vengono fatti a parenti o conoscenti, e questo significa che altre imprese capaci e meritevoli vengono estromesse dalla gare”.
Per ciò che riguarda l'elenco delle società in house, l'Autorità nazionale anticorruzione verrà privata, a seguito della riforma, di ogni controllo su una procedura che rischia di sottrarre in modo arbitrario, da parte degli enti pubblici, lavori e servizi al mercato del lavoro, privando altresì – ha lamentato Busia - la medesima autorità di ogni controllo sui motivi della scelta e dell’impatto su efficienza, economicità e qualità dei lavori e dei servizi.
Insomma, il nuovo codice degli appalti pubblici, nel nome dell'efficienza e della speditezza delle opere richieste dal PNRR, rischia invece di fare entrare a gamba tesa la criminalità organizzata nel delicatissimo settore degli appalti delle pubbliche amministrazioni e di alimentare a dismisura la corruzione, ossia di generare inefficienze, lentezze e sprechi a dismisura che andranno a solo vantaggio di aziende corruttrici – o, peggio, controllate dalla criminalità organizzata – e politicanti e burocrati corrotti, lasciando la magistratura ordinaria e quella contabile a combattere fenomeni di degenerazione che finora hanno prodotto danni ingentissimi al Paese.

4 gennaio 2023