Elezioni regionali del Friuli Venezia Giulia del 2 e 3 aprile 2023
URNE MEZZE VUOTE
Il 55,8% dell’elettorato si è astenuto. Cappotto della destra all’imbelle coalizione PD-M5S. Fedriga eletto con appena il 28,4% degli elettori. Quasi tutti i partiti in lizza perdono voti. Crollano M5S e Terzo polo. Una lista di destra sfiora il risultato
Il proletariato abbandoni l’elettoralismo e lotti per il potere politico e il socialismo

Il 2 e 3 aprile 2023 si sono tenute le elezioni regionali e del Friuli-Venezia Giulia. Nella stessa regione si sono tenute anche le elezioni comunali in 24 comuni, per lo più piccoli, ad eccezione del capoluogo di provincia Udine e di Sacile, gli unici comuni a superare i 15 mila abitanti.
Gli elettori coinvolti erano poco più di un milione, 1.110.295 per l’esattezza, eppure si è trattato di una consultazione significativa e importante che non a caso ha richiamato la presenza e l’intervento nella campagna elettorale dei massimi leader dei vari partiti del regime neofascista. Per il partito neofascista della Meloni, Fratelli d’Italia, si trattata di continuare a verificare il risultati realizzati alle ultime politiche e l’effetto del suo governo neofascista sul piano elettorale; per la Lega di Salvini di recuperare un po’ di ossigeno dopo le ultime batoste alle elezioni politiche del settembre scorso e alle regionali del Lazio e della Lombardia; per il PD era la prima occasione per verificare se l’“effetto Schlein”, da una parte, e l’alleanza elettorale con il M5S, dall’altra, avesse prodotto per la “sinistra” borghese un qualche cambiamento nel disastroso scenario degli ultimi anni. Infine, un ulteriore banco di prova per il “Terzo polo”, cioè l’alleanza elettorale fra Azione di Calenda e Italia Viva di Renzi, in vista della annunciata, anche se per ora non realizzata, nascita di un nuovo partito unico di centro.
 
L’astensionismo primo “partito” assoluto
Diciamo subito che tutti questi soggetti ne escono letteralmente con le ossa rotte.
In primo luogo, perché le urne sono rimaste mezze vuote. Il 55,8% dell’elettorato si è infatti astenuto (ha disertato le urne, ha annullato la scheda o l’ha lasciata in bianco) con un aumento del 4,4% rispetto alle passate elezioni regionali del 2018. A niente sono serviti gli appelli a recarsi alle urne e gli allarmi per la “democrazia in pericolo”. Lo stesso presidente della regione uscente, il leghista Massimiliano Fedriga, alla vigilia del voto in un’intervista alla “Stampa” del 1° aprile, ha chiamato gli elettori alle urne al di là della scelta di voto: “Spero che la gente vada a votare” - ha dichiarato. E rivolgendosi direttamente all’elettorato friulano ha aggiunto: “Faccio un appello ad andare a votare. Anche se non votate me, andate comunque a votare”.
Ma la maggioranza delle elettrici e degli elettori non gli hanno dato ascolto. Il 54,8% non si è proprio recato alle urne. A Trieste la diserzione ha sfiorato il 60%, il 59,4% per l’esattezza. Il 57% a Tolmezzo, il 56% a Pordenone, il 54,5% a Gorizia. Il dato più basso, non a caso, a Udine col 51,2%, dove ha inciso la concomitanza con le elezioni comunali. Appare più che debole la tesi che le elezioni regionali sarebbero poco attrattive per l’elettorato. Non era così trent’anni fa quando in Friuli-Venezia Giulia si recava alle urne ancora oltre l’80% degli elettori. Eppoi si tratta di una Regione a statuto speciale, con poteri e competenze superiori alle altre regioni a statuto ordinario e quindi le elezioni regionali hanno un peso maggiore e sono più sentite localmente. Quest’anno, rispetto al 2018 si erano presentate più liste, 13 rispetto alle 11 del 2018, e al contrario delle passate regionali, si poteva votare in due giornate. Tutto inutile.
Perché l’astensionismo non è un voto generico e qualunquista, e non risente del clima, delle stagioni, o di altre possibili variabili. Si tratta di una scelta che gli elettori fanno sempre più consapevolmente secondo il tipo di consultazione, i candidati e le liste in lizza, la congiuntura economica, sociale e politica.
L’astensionismo ha sempre più un significato di protesta, di rifiuto, di delegittimazione di questi partiti parlamentari, dei governi locali e centrale. Tant'è vero che è ormai accertato che l'astensionismo è di gran lunga più praticato fra le masse più povere e diseredate, dagli operai e dai lavoratori impoveriti, i disoccupati, i giovani precari, i pensionati poveri, più dalle periferie degradate che dai ricchi centri storici. Nel caso specifico sono stati soprattutto gli elettori di sinistra a disertare le urne non sentendosi rappresentati da nessun partito del regime né della destra né della “sinistra” borghese.
L’astensionismo di fatto, che lo si ammetta o no, rappresenta una tremenda mazzata per il regime capitalista neofascista, per il suo governo e le sue opposizioni di “cartone”, per le istituzioni rappresentative borghesi regionali, per l’elettoralismo borghese e per tutti partiti del regime, nessuno escluso.
L’astensionismo è il primo “partito” in assoluto con 619.337 elettori. La Lega di Salvini che lo segue è ferma addirittura a 75.101 elettori pari al 6,8% dell’intero corpo elettorale. L’astensionismo rappresenta il 55,8% degli elettori, tutti gli altri partiti stanno sotto il 7%. Un abisso.
 
Fedriga, confermato governatore, solo con il 28,4% dei consensi
Massimiliano Fedriga, un dirigente della Lega di lungo corso, alla quale si è iscritto all’età di 15 anni, per poi diventarne un dirigente, poi un deputato e capogruppo alla camera, e infine governatore del Friuli-Venezia Giulia dal 2018, sostenuto da una coalizione che comprende Lega, Fratelli d'Italia, Forza Italia, Autonomia Responsabile di Renzo Tondo oltreché da una personale lista civica, è stato riconfermato con il 64% dei voti validi, apparentemente un plebiscito. In realtà i suoi voti calcolati sull’intero corpo elettorale corrispondono appena al 28,4%. Oggettivamente ciò equivale a un vero e proprio atto di sfiducia e di delegittimazione per il governatore e la sua amministrazione. Del suo governo probabilmente resterà nella storia solo la proposta del 2019 di costruire un muro di 243 km al confine orientale dell’Italia con la Slovenia per fermare l’“ondata” migratoria dai Balcani che qualche stima valutava in un costo di 2 miliardi di euro. D’altro canto niente è stato fatto nel campo della difesa dell’occupazione, con fabbriche come la Wartsila che chiudono o delocalizzano lasciando centinaia di lavoratrici e lavoratori senza lavoro, e niente per la difesa del territorio, per la completa demilitarizzazione ancora gravata da attività e servitù militari italiane e Nato.
Non si capisce cosa abbiano da vantarsi Meloni e Salvini a proposito del “buongoverno della destra” che sarebbe stato premiato da queste elezioni. “È una vittoria che premia i modello amministrativo e il buongoverno del centrodestra e che ci sprona a fare sempre meglio” è stato il commento entusiasta della neofascista Giorgia Meloni all’indomani del voto.
 
Il voto alle liste
La Lega dopo il tonfo alle politiche del settembre scorso registrato anche in Friuli-Venezia Giulia, dove era scivolata dietro a Fratelli d’Italia e a PD, torna ad essere il primo partito, dopo l’astensionismo, ma rispetto alle regionali del 2018 quasi dimezza il suo elettorato passando da 147.464 voti agli attuali 75.101.
Fratelli d’Italia sembra aver già esaurito la spinta propulsiva delle politiche rispetto alle quali perde addirittura 113.732 voti, passando da 185.234 agli attuali 71.502 voti. Guadagna ovviamente rispetto alle regionali 2018 circa 48 mila voti avvantaggiandosi del crollo di Lega e Forza Italia. Forza Italia dimezza i suoi consensi rispetto al 2018, crollando al 2,4% del corpo elettorale.
La destra neofascista, pur malconcia, riesce comunque a sbaragliare la “sinistra” borghese e l’imbelle alleanza PD-M5S che candidava l’imprenditore friulano Massimo Moretuzzo, segretario regionale del Patto per l’autonomia. Un fallimento totale sul piano nazionale e su quello locale.
Nel 2018, la coalizione della “sinistra” borghese e M5S, presenti separatamente, potevano contare complessivamente su 207.139 voti. Quest’anno la loro coalizione si ferma a 139.018 voti. Debora Serracchiani (PD) fu eletta governatrice della regione nel 2013, senza i voti del M5S, con 211.508 voti.
L’ “effetto Schlein” non c’è stato. Il PD perde 11 mila voti rispetto al 2018; 43 mila voti rispetto alle ultime politiche.
Il M5S, a livello di lista, è andato ancora peggio, sia alle regionali dove era in coalizione con il PD, sia alle comunali di Udine dove andava da solo. Alle regionali ottiene 9.467 voti (pari allo 0,9% del corpo elettorale), mentre nel 2018 ne aveva ottenuti 29.862 e alle politiche 42.575. Alle Comunali di Udine il M5S ha ottenuto come lista 774 voti rispetto ai 3.197 del 2018.
Il “Terzo polo” di Azione e Italia Viva, insieme a +Europa, candidava il renziano Alessandro Maran, già PCI, poi PDS, DS, PD approdato infine a Lista Civica di Monti e quindi a Italia Viva, amministratore comunale e poi senatore dal 2013 e correva da solo avendo rifiutato l’alleanza con PD e M5S. Il suo è stato un flop clamoroso, non riuscendo nemmeno a entrare in consiglio regionale, e a Udine, dove era alleato con il “centro-sinistra” è comunque andato malissimo.
Alle regionali il “Terzo polo” è arrivato ultimo facendosi superare persino dalla lista di destra “Insieme liberi”, con Italexit e formazioni varie che vanno dai No Greenpass del Movimento 3V, ai No Europa, ai Gilet Arancioni, al Popolo della famiglia, che candidava l’avvocatessa Giorgia Tripoli, si è fermata a un passo dal consiglio regionale col 3,98% dei voti validi, cioè appena sotto la soglia di sbarramento.
Con il risultato in Friuli-Venezia Giulia, la destra continua a governare 15 regioni su 20, mentre la “sinistra” borghese ne governa solo 4. La Valle d’Aosta viene considerata a sé stante.
I partiti a sinistra del PD riuniti nella lista Alleanza Verdi e Sinistra e Open Sinistra FVG che hanno sostenuto la candidatura di Massimo Moretuzzo, sono in caduta libera. Alleanza Verdi e sinistra dai 21.986 voti alle politiche è crollata a 8.028 voti attuali, mentre Open Sinistra FVG ha dimezzato i suoi voti rispetto al 2018, passando da 11.715 voti agli attuali 8.028.
Occorre che questi partiti, al di là dei risultati più o meno significativi, prendano atto che si tratta del fallimento dell'elettoralismo e del partecipazionismo borghesi. Che è inutile e sbagliato continuare a spargere fra l'elettorato di sinistra illusioni elettorali, costituzionali e governative e quindi la fiducia nelle istituzioni rappresentative borghesi ormai marce, irrecuperabilmente fascistizzate e inservibili a un qualsiasi uso da parte del partito del proletariato. Pur tuttavia questi partiti, in tal modo, tengono intrappolati nell’elettoralismo una parte importante dell’elettorato di sinistra che avrebbe invece bisogno di liberarsi completamente da queste catene e agire liberamente sul fronte della lotta di classe e di piazza.
 
L’appello del PMLI
Come ha ribadito il Segretario generale del PMLI, compagno Giovanni Scuderi, nell’importantissimo, esemplare e profondo Editoriale per il 46° Anniversario della nascita del PMLI, “È giunto il momento che il proletariato rifletta sul suo futuro, che si appropri della sua cultura, che è il marxismo-leninismo-pensiero di Mao e non quella dell'operaismo, dell'anarco-sindacalismo, del riformismo e della socialdemocrazia, che prenda coscienza di essere una classe per sé, non solo in sé, il cui compito fondamentale è cacciare dal potere la borghesia con la forza e prenderne il posto come classe dominante, cambiando radicalmente la società, nella struttura e nella sovrastruttura.
Le operaie e gli operai anticapitalisti coscienti e informati prendano in carico senza indugio questa questione e la pongano all'interno dei luoghi di lavoro, dei loro sindacati, partiti e movimenti. E i partiti con la bandiera rossa aprano una grande discussione pubblica e privata per elaborare un progetto comune sul socialismo con il proletariato al potere”. “Il proletariato – indica concretamente Scuderi - deve porsi come obiettivo strategico la conquista del socialismo. Intanto mettendo nel mirino il governo neofascista Meloni, che tra l'altro tenta di riscrivere la storia del fascismo e dell'antifascismo calunniando la Resistenza, e creando il più largo fronte unito possibile per abbatterlo”. (cfr Il Bolscevico n. 14/2023)

12 aprile 2023