Al vertice di Hiroshima
Il G7 imperialista si schiera contro il socialimperialismo cinese
Il vertice appoggia la formula di pace di Zelensky

 
Una presa di posizione dura e ferma, premonitrice di scenari sempre più pericolosi per la pace mondiale, quella uscita dal vertice del G7 svoltosi in Giappone dal 19 al 21 maggio, contro la superpotenza imperialista cinese. Si è trattato di un monologo, condotto dai rappresentanti imperialisti delle sette principali economie occidentali, codificato nel Comunicato finale del 20 maggio in cui si legge sin dalle prime battute: “Siamo determinati a lavorare insieme e con altri per sostenere un Indo-Pacifico libero e aperto e opporci a qualsiasi tentativo unilaterale di modificarne lo status quo con la forza o coercizione”. L’imperialismo dell’Ovest è pronto sì “a costruire relazioni costruttive e stabili con la Cina, riconoscendo l'importanza di impegnarci apertamente ed esprimere le nostre preoccupazioni direttamente alla Cina”, ma agisce nel suo “interesse nazionale”. È necessario quindi “cooperare con la Cina, dato il suo ruolo nella comunità internazionale e le dimensioni della sua economia, sulle sfide globali e di interesse comune”, ma, ribadiscono i Sette, a livello economico e commerciale: “Prenderemo provvedimenti, individualmente e collettivamente, per investire nella nostra vivacità economica. Ridurremo le dipendenza eccessive nelle nostre catene di approvvigionamento critiche” e “faremo pressione per condizioni di parità per i nostri lavoratori e le nostre imprese. Cercheremo di affrontare le sfide poste dalle politiche e dalle pratiche non di mercato della Cina, che distorcono l’economia globale. Contrasteremo le pratiche maligne, come il trasferimento illegittimo di tecnologia o la divulgazione di dati. Promuoveremo la resilienza alla coercizione economica. Riconosciamo inoltre la necessità di proteggere alcune tecnologie avanzate che potrebbero essere utilizzate per minacciare la nostra sicurezza nazionale senza limitare indebitamente il commercio e gli investimenti”.
Non meno tenero è stato l’imperialismo occidentale sul piano militare. “Rimaniamo seriamente preoccupati – si legge sempre nel comunicato finale – per la situazione nei mari cinesi orientali e meridionali” e “Riaffermiamo l'importanza della pace e della stabilità attraverso lo Stretto di Taiwan come indispensabili alla sicurezza e alla prosperità nella comunità internazionale. Non vi è alcun cambiamento nelle posizioni di base dei membri del G7 su Taiwan, inclusa una dichiarata politica cinese. Chiediamo una risoluzione
pacifica dei problemi tra le due sponde dello Stretto”.
Tema alla base degli incontri del 20 maggio tra i leader dei quattro paesi che fanno parte dell'alleanza di sicurezza Quad (Usa, Giappone, Australia, India), a margine del summit G7 a Hiroshima, per tenere il vertice programmato inizialmente a Sidney il 24 maggio ma annullato dopo che Joe Biden ha tagliato le ultime due tappe del tour asiatico per il negoziato sul tetto del debito. Al summit hanno partecipato, oltre al presidente americano, il primo ministro giapponese Fumio Kishida, il premier australiano Anthony Albanese e il primo ministro indiano Narendra Modi. Il focus era su come contenere il crescente espansionismo della Cina nell'Indo-Pacifico.
Per il consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Jake Sullivan l’accordo imperialista contro la “coercizione economica” cinese, conterrà anche misure "per proteggere le tecnologie sensibili, come i controlli sulle esportazioni e le disposizioni sugli investimenti esteri", mentre per la presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, intervenendo alla Sessione III del G7 sulle politiche nei confronti della Cina il 19 maggio, "Dobbiamo intensificare il nostro lavoro con altri per creare un'alternativa alla Via della Seta, ovvero sul nostro Partenariato per le infrastrutture e gli investimenti globali. Dobbiamo bilanciare i nostri rapporti commerciali e dobbiamo discutere dei controlli sulle esportazioni o sugli investimenti in uscita, con particolare attenzione ai settori sensibili dell'alta tecnologia", ha spiegato, rilanciando la strategia UE del “de-risking”. Se con il “disaccoppiamento” si intende fermare tutti gli scambi economici tra i due paesi, uno scenario semplicemente impossibile su scala così vasta, con la “riduzione dei rischi”, invece, si intende la volontà di tagliare solo i legami economici nei settori più delicati, per scongiurare il rischio di ritrovarsi dipendenti dalla Cina come altri paesi erano dipendenti dal gas russo. Una tattica spiegata anche nella conferenza stampa finale dal presidente francese, Emmanuel Macron, che ha argomentato in questi termini la strategia condivisa: “Dobbiamo ridurre i rischi sulle catene di valore, ma senza cercare un disaccoppiamento completo delle nostre economie. C’è volontà di avere un rapporto con la Cina e dobbiamo trovare un equilibrio”.
L’attacco al socialimperialismo cinese ha provocato una reazione durissima da parte di Pechino. “Denigrazione sistematica”, “ingerenze negli affari interni cinesi”, “destabilizzazione regionale”: il ministero degli esteri cinese non ha certo misurato le parole commentando il vertice con una dura nota. "Il G7 ci diffama e interferisce in affari interni" e per questo esprimiamo “forte insoddisfazione” e “ferma opposizione” contro il G7 di Hiroshima. “Incurante delle serie preoccupazioni della Cina, il G7 ha insistito nel manipolare le questioni relative a Taiwan, diffamando e attaccando la Cina e interferendo in modo grossolano nei suoi affari interni”. Una denuncia sposata dal ministro degli Esteri russo Lavrov in una dichiarazione citata dalla “Tass”, secondo il quale le decisioni prese dal G7 puntano a “contenere” sia la Russia che la Cina.
Visto da Pechino, l’evento di Hiroshima consolida il clima da guerra fredda che domina l’Asia nordorientale. Ma è una guerra fredda di tipo nuovo, molto diversa da quella del secolo scorso tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Gli Stati Uniti e i loro alleati praticano quello che nel contesto della prima guerra fredda si chiamava “contenimento”, parola chiave di quei tempi. Si tratta in sostanza di stringere alleanze in modo da creare un cordone di sicurezza attorno al paese che si vuole arginare. La grande differenza rispetto alla prima guerra fredda è che allora quasi non esistevano scambi commerciali e investimenti tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Di contro, nel 2022 il commercio tra Stati Uniti e Cina ha raggiunto un giro d’affari di 690 miliardi di dollari, un record. E per questo le soluzioni non potranno essere esclusivamente militari.
L'Ucraina è stato il tema portante dell'ultima giornata dei lavori del summit e la presenza fisica di Zelensky ha giocato un ruolo determinante nel tenerlo sempre in cima all'agenda. Il 21 maggio il presidente ucraino ha avuto una fitta serie di incontri bilaterali: oltre che con tutti i capi di stato e di governo membri del G7, anche con gli ospiti, alcuni non apertamente ostili a Mosca, come il premier indiano Narendra Modi. “Comprendo pienamente la sua sofferenza e quella del popolo ucraino. Posso assicurarle che per risolvere questa guerra, l'India e io personalmente faremo tutto il possibile”. Mentre il presidente brasiliano Lula, fino a oggi sostenitore della linea del negoziato come unica via, ha affermato, durante i lavori (non ha avuto un bilaterale con il leader di Kiev), di condannare la violazione dell’integrità territoriale dell’Ucraina, un modo per smarcarsi dalla linea dell'equidistanza. Zelensky ha preso parte alle sessioni ufficiali, lanciando un messaggio molto chiaro: «Più lavoriamo assieme, meno probabile sarà che altri nel mondo seguano il folle percorso della Russia». Un vertice sulla formula di pace Ucraina potrebbe tenersi a luglio, a 500 giorni dall'inizio della guerra. Lo ha detto lo stesso presidente dell'Ucraina parlando alla sessione di lavoro del G7 'Verso un mondo pacifico, stabile e prospero' con la partecipazione dei paesi del G7, dell'Ucraina e dei partner. "Presto saranno 500 giorni di guerra su vasta scala, già a luglio. È un periodo di tempo simbolico, un buon mese per riunire un vertice sulla formula di pace, un vertice della maggioranza mondiale. Un vertice di tutti che rispetta l'onestà e vuole porre fine a questa guerra. Vi invito a unire gli sforzi congiunti", ha affermato Zelensky, citato da Ukrainska Pravda. Secondo il presidente ucraino, "la formula di pace è stata sviluppata in modo che ciascuno dei suoi punti fosse supportato da risoluzioni delle Nazioni Unite. In modo che tutti nel mondo potessero scegliere il punto che possono aiutare a implementare". Un monito recepito appieno nel comunicato diffuso dai leader al termine dei lavori: «Continueremo nel nostro fermo impegno a fornire assistenza diplomatica, finanziaria, umanitaria e militare a Kiev», hanno assicurato. Il G7 esorta la Russia a porre fine "alla sua aggressione in corso e a ritirare immediatamente, completamente e incondizionatamente le sue truppe e il suo equipaggiamento militare dall'intero territorio dell'Ucraina". L'aggressione della Russia contro l'Ucraina, si legge altresì, "costituisce una violazione del diritto internazionale, in particolare della Carta dell'Onu". Mentre, "una pace giusta non può essere realizzata senza il ritiro completo e incondizionato di truppe e attrezzature militari russe". Condanna, inoltre, "per la retorica nucleare irresponsabile della Russia".
In termini concreti, Zelensky ha incassato da Joe Biden la conferma di un nuovo pacchetto di aiuti militari da 375 milioni di dollari e un'apertura concreta alla ‘jet coalition', la strategia per aiutare Kiev attraverso l'utilizzo degli F-16. L'eventuale invio dei caccia all'Ucraina, ha sintetizzato per tutti il Cancelliere tedesco, Olaf Scholz al termine dei lavori, “è un messaggio a coloro che hanno attaccato l’Ucraina. La Russia non può contare sul calo del sostegno a Kiev”. Pronta la risposta russa giunta dal viceministro degli Esteri, Alexander Grushko, citato dall'agenzia di stampa Tass: i “Paesi occidentali” corrono “rischi colossali” se forniranno all'Ucraina i jet da combattimento F-16.
 

24 maggio 2023