Pacifisti in corteo: “No all'occupazione militare della Sardegna”
 
Su iniziativa del collettivo “A Foras” che da anni si batte per la chiusura dei poligoni, circa 1.500 manifestanti hanno dato vita ad una manifestazione antimilitarista in Sardegna, contro le basi a Quirra, a Teulada e in tante altre parti dell’isola. L'iniziativa si è aperta nel porto cagliaritano di Marina piccola dal quale, dopo gli interventi di tutte le principali sigle del pacifismo e dell’antimilitarismo sardo, è partito un corteo di un paio di chilometri che ha attraversato le vie del centro, toccando alcune aree di demanio militare cittadine, e terminato con un concerto in piazza San Bartolomeo. Numerosi gli striscioni, tutti dello stesso tenore: “No basi, no guerra, no Nato”.
Alla manifestazione hanno aderito una ventina di associazioni, tra le quali Arci, Anpi, Europe for peace Sardegna, Tavola sarda per la pace, Cagliari Social Forum, Rete War Free, Unione sindacale di base e Fridays For Future. Dai partiti, adesione ufficiale di Potere al popolo e PRC.
“Dagli anni 50 la Sardegna è relegata all’interno della Nato al ruolo di servizio per la guerra – accusa Pierluigi Caria, attivista di A Foras – Qui sono sperimentate armi, siamo vittime dell’uranio impoverito.”.
Simbolica la data del 2 giugno, sulla quale si è soffermato Franco Uda, vicepresidente di Arci Sardegna, che nella sua dichiarazione sintetizza di fatto la piattaforma della rete pacifista, appellandosi ancora una volta alla Costituzione: “Il 2 giugno è la Festa della Repubblica e la nostra è una Repubblica che, con la sua Carta costituzionale, ripudia la guerra, quindi la data è senz’altro quella giusta. Siamo sempre stati contro la sproporzionata presenza di basi e di poligoni in Sardegna: il sessanta per cento delle aree militari chiuse di tutto il Paese si trova sull’isola e la parte di interdizione marina ha una superficie uguale a quella dell’intera regione: un’enormità. Sono molto gravi le conseguenze ambientali e di salute pubblica che derivano dallo sfruttamento intensivo e violento di queste terre, dall’uso di armi con contenuto di uranio impoverito, dalle scorie che le esercitazioni producono ormai da diverse decine di anni. Chiediamo che i fondi del Pnrr siano spesi per bonificare le aree militari in Sardegna: è un compito necessario e urgente, che produrrebbe un numero significativo di posti di lavoro per i prossimi decenni e lascerebbe ai nostri figli una regione più pulita e sana e libera dallo sfruttamento a fini bellici”.
Anche il movimento Warfree, che si batte meritoriamente da anni per una riqualificazione verso produzioni civili della fabbrica d’armi che la multinazionale tedesca Rwm gestisce a Domusnovas, nel Sulcis, si fa portavoce della rete e chiede “una soluzione politica” sul teatro del conflitto in Ucraina, denunciando il supporto in armi “ad una parte belligerante”, che definisce “contraddittorio” con l'articolo 11 della Costituzione.
A nostro avviso la demilitarizzazione della Sardegna è urgente e necessaria, e rientra in una battaglia più ampia dell'uscita dell'Italia dalla Nato che il nostro Partito sostiene da sempre. Riteniamo un errore però l'assenza in questa manifestazione, come delle altre tre che si sono svolte in maggio, di una parola d'ordine che chieda l'immediato ritiro dell'aggressore russo dall'Ucraina. Un passaggio fondamentale per ristabilire la verità su chi in questo momento e in questo particolare conflitto è l'aggredito e chi l'aggressore; una richiesta che rappresenta la prima condizione necessaria anche per chiedere lo stop all'invio delle armi.
In estrema sintesi, la lotta all'occupazione militare della Sardegna è dunque una questione importante che appoggiamo senza esitazioni; non fare però distinzione fra guerre d'occupazione e guerre di resistenza, fra guerre imperialiste e guerre che mirano a conservare la propria sovranità nazionale, richiamandosi ad un pacifismo trasversale che mette tutti sullo stesso piano, finisce oggettivamente per favorire l'aggressore russo, e siamo certi che la maggioranza degli stessi pacifisti è ben lontana dal voler favorire e giustificare di fatto le annessioni auspicate a suon di bombe e di sterminio dal nuovo zar di Mosca Putin.
Importantissima la questione dell'impatto ambientale, sul territorio e sulla salute pubblica, innegabile e enorme, frutto delle esercitazioni e delle guerre; un altro motivo del perché le mobilitazioni per liberare la Sardegna dal suo ruolo di “colonia militare Nato” sono auspicabili, urgenti e fondamentali.
In cima ad ogni piattaforma attuale che faccia riferimento alla guerra in Ucraina non può però non esserci il ritiro immediato delle truppe neozariste. Proprio l'aggressione russa infatti, così come ogni altra guerra imperialista, è la causa principale di tutte le conseguenze, a partire ovviamente dalla morte e dalla distruzione nell'Ucraina stessa, senza però dimenticare l'impatto ambientale su quei territori e di quelli ad essa collegati. In fin dei conti anche l'allargamento della Nato a Svezia e Finlandia lo è, così come, in ultima analisi, l'intensificarsi delle attività militari nell'isola che il movimento contesta. Alla prova dei fatti le mire zariste di Putin hanno fornito un assist formidabile alla Nato stessa, che ha colto la palla al balzo per rafforzare la propria ingerenza anche in Europa.
“Fuori la Nato dall'Italia, fuori la Russia dall'Ucraina” è ciò che proponiamo ai movimenti pacifisti se vogliono davvero una pace giusta e duratura e un orizzonte ampio e unitario di lotta per il rispetto di ogni sovranità nazionale che possa portare anche all'uscita del nostro Paese dal campo atlantista, e una conseguente smilitarizzazione Nato del territorio italiano.

7 giugno 2023