Indetti da Cgil e Usb
Due cortei a Roma contro le politiche del governo
Per la sanità pubblica e gratuita, l'aumento dei salari e la sicurezza nei luoghi di lavoro

Decine di migliaia di manifestanti provenienti da tutta Italia sono scesi in piazza il 24 giugno a Roma in occasione di due distinte manifestazioni nazionali indette da CGIL e USB contro le politiche antipopolari del governo Meloni, in difesa dell'articolo 32 della carta costituzionale, per il rilancio del servizio sanitario nazionale, garantire salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, in difesa dei salari e la guerra in Ucraina.
 
Il corteo CGIL
Al corteo della Cgil, sfilato in mattinata da Piazza Della Repubblica a Piazza Del Popolo, hanno aderito oltre 90 associazioni laiche e cattoliche che fanno parte della rete “Insieme per la Costituzione” fra cui Acli, Emergency, Action Aid, Arci, Anpi, Antigone, Articolo 21, Cittadinanzattiva, Libera, Greenpeace, Legambiente, Salviamo la Costituzione, Libertà e giustizia, Rete italiana Pace e disarmo e la Rete degli studenti medi, che il 23 giugno ha manifestato davanti alla Regione Lazio per chiedere nuovi investimenti per la scuola pubblica e contestare i finanziamenti alle scuole private.
Presenti anche diverse organizzazioni del personale medico, sanitario e dei malati.
Un lungo, rosso e partecipato corteo aperto da un grande striscione con su scritto: "Insieme per la Costituzione. Ambiente diritti lavoro salute pace. Difendiamo la Costituzione che va attuata e non stravolta. Art. 32 Salute diritto fondamentale delle persone e delle comunità”.
Lungo il percorso i manifestanti hanno esibito cartelli, bandiere e striscioni con parole d'ordine tipo “quando tutto sarà privato, saremo privati di tutto” riprese e rielaborate dalla piattaforma rivendicativa della CGIL in cui fra l'altro si legge che al Sistema sanitario pubblico vanno garantite non solo “le necessarie risorse economiche e organizzative ma soprattutto il personale: operatori e professionisti che possano realmente garantire il diritto alla cura di tutte e tutti, con salari adeguati, per contrastare il continuo indebolimento della sanità pubblica, recuperare i divari nell’assistenza effettivamente erogata, a partire da quella territoriale e dalle liste d’attesa, e valorizzare il lavoro di cura; serve, per questo, un piano straordinario pluriennale di assunzioni che vada oltre le stabilizzazioni e il turnover, superi la precarietà della cura e di chi cura; per garantire la salute e la dignità delle persone non autosufficienti; per la tutela della salute e sicurezza sul lavoro, rilanciando il ruolo dei servizi della prevenzione, ispettivi e di vigilanza. Avere una sanità pubblica vuol dire garantire le cure per tutte e tutti, in tutto il Paese, e fermare la privatizzazione della sanità e della salute”.
Abbiamo vissuto – denunciano i manifestanti - anni di de-finanziamento del sistema sanitario pubblico (meno 37miliardi di euro tra il 2010 e il 2019) e di crescenti privatizzazioni. Il privato si espande a dismisura.
A questo vanno aggiunte le carenze drammatiche di personale e le diseguaglianze sanitarie tra nord e sud del paese. In Campania si vive tre anni in meno che in Trentino e dieci anni in meno in condizioni di buona salute. Il progetto dell’autonomia differenziata, rischia di accentuare drammaticamente questo processo, con 20 servizi sanitari diversi a seconda della ricchezza e degli investimenti delle regioni in strutture e personale. Un Servizio sanitario nazionale a geometria variabile, alla carta, che rende vano l’articolo 32 della Costituzione sul diritto alla salute per tutti i cittadini.
Il definanziamento della sanità pubblica continua nei prossimi anni. Il Def (Documento di economia e finanza) del governo Meloni prevede di passare dall’attuale 7% sul PIL nel 2022 al 6,6% nel 2023 al 6,3% nel 2024 e al 6,2% nel 2025. In termini assoluti la spesa sanitaria pubblica scenderà nel 2024 a 132.737 miliardi (-2,4% rispetto al 2023): in 4 anni la riduzione della spesa sanitaria sul PIL sarà del 11,4%.
Al corteo hanno preso parte anche gli studenti dell’Unione degli Universitari e della Rete degli Studenti Medi che hanno lanciato il manifesto intitolato “Abbiamo diritto di stare bene”. Uno slogan che gli studenti hanno riprodotto a caratteri cubitali sullo striscione di apertura del loro spezzone.
Nel documento tra l'altro denunciano che “Il benessere psicologico degli studenti è un diritto troppo spesso trascurato”. Dal “governo vediamo stanziamenti inadeguati nel fondo sanitario nazionale” e perciò noi rivendichiamo “l'istituzione di presidi psicologici in ogni scuola e ateneo. Servono risorse specifiche per sostenere servizi psicologi gratuiti e universali, mentre dal... l’abolizione del numero chiuso grazie a maggiori investimenti sull’università e sulla formazione medica, regole specifiche per tutelare la salute degli studenti fuori sede e un percorso formativo svolto in sicurezza, in particolare per quando riguarda i Pcto”.
Nell'intervento conclusivo il segretario della CGIL Landini ha ammonito: “Basta tagli alla sanità pubblica”; ha denunciato che: “in 20 anni sono venuti meno 40 miliardi alla sanità pubblica che ora è in ginocchio”; ha consigliato “al governo di invertire la rotta e di mettere le risorse per aumentare i salari nella sanità, nella scuola e in tutto il settore pubblico per fare assunzioni e garantire i servizi sul territorio che sono decisivi”; ha minacciato che: “La manifestazione di oggi non è una testimonianza, ma l'inizio di una mobilitazione, di una battaglia... Se non ci sono risposte, se il governo non ci ascolta noi non abbiamo alcuna intenzione di fermarci finché non avremo ottenuto risultati”, ma alla fine, da buon opportunista, Landini si è guardato molto bene dall'indire lo sciopero contro il governo neofascista Meloni nonostante lui per primo riconosca che in Italia “Ci sono 4 milioni di persone che non si curano perché non hanno i soldi” e che “La situazione sta esplodendo”.
Pertanto ha concluso Landini: “Proseguiremo la nostra battaglia in difesa dei diritti fondamentali del Paese: i diritti alla salute, alla scuola, alla cultura, al lavoro, devono essere garantiti. Contro chi pensa che tutto si risolve cambiando la Costituzione, il 30 settembre saremo di nuovo qui contro precarietà e autonomia differenziata e a ottobre contro la manovra del governo... la Cgil ha sempre difeso la Costituzione, sia con la destra di Berlusconi sia con il centro-sinistra di Renzi, e non permetterà neanche a questo governo di poterla cambiare”. Parole condivisibili e tuttavia il leader della Cgil confessa che solo oggi comincia una mobilitazione contro questo governo. Noi ce lo auguriamo ma registriamo amaramente che nei fatti attendismo, collaborazionismo e persino aperture da parte della Cgil nei confronti del governo neofascista Meloni invece che lotta di piazza per buttarlo giù prima che sia troppo tardi.
 
Il corteo USB
Nel pomeriggio circa 10 mila manifestanti hanno preso parte alla “prima manifestazione nazionale contro le politiche del governo Meloni guerrafondaio" che sostiene "le richieste delle grandi imprese per far ricadere i costi sociali sui lavoratori e i settori popolari" indetta dall'USB insieme a una quarantina tra partiti (Rifondazione Comunista, Potere al Popolo, Partito Comunista Italiano con alla testa l'ex sindaco di Napoli e portavoce di Unione popolare, l'imbroglione Luigi De Magistris, il trotzkista Moni Ovaida, e i filoputinani Maurizio Acerbo, Paolo Ferrero, Paola Nugnes, Vauro Chef Rubio), movimenti (per il diritto all’abitare, No Tav, Rete dei Comunisti), associazioni (come l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, Osservatorio contro la repressione, Associazione nazionale per la scuola della Repubblica o i Comitati Per il ritiro di ogni Autonomia Differenziata) studenti medi e universitari dei vari collettivi, lavoratori e braccianti immigrati e vari spezzoni del sindacalismo conflittuale.
Il lungo e combattivo corteo, sfilato nel pomeriggio da Piazza Della Repubblica a Piazza San Giovanni, dove si sono tenuti i comizi finali, è stato aperto dallo striscione unitario “Il governo Meloni ci ruba il futuro: abbassate le armi, alzate i salari”.
Due parole d'ordine che secondo gli organizzatori sintetizzano bene “la lotta alle politiche antipopolari di un governo guerrafondaio che va contro i lavoratori e i loro diritti... non muove un dito per bloccare la perdita di potere d’acquisto dei salari e il peggioramento delle condizioni di vita... elimina il reddito di cittadinanza, estende l’uso dei contratti precari, gestisce con la forza l’emergenza casa, taglia ulteriormente i fondi a un sistema sanitario in coma e affronta il tema dei lavoratori migranti come un problema di ordine pubblico”.
In realtà lo slogan “Abbassate le armi, alzate i salari” spacciato come rivendicazione favorevole alla pace e corroborato dalla richiesta di fermare sia la “guerra ai poveri” che quella russa in Ucraina, risulta sostanzialmente sbagliato e fuorviante. Il generico invito ad abbassare le armi, senza distinguere chi e perché deve abbassarle è un plateale e inaccettabile assist all'invasore russo, che non aspetta altro dal marzo 2022 che questo dall'indomito popolo ucraino per poter alimentare gli appetiti espansionistici del nuovo zar Putin.
Chi invoca “la pace subito” senza pretendere prima l'integrità territoriale dell'Ucraina e il ritiro immediato dell'aggressore russo dai territori occupati, oggettivamente fa il gioco dell'aggressore russo.
Non a caso l'imbroglione filoputiniano Luigi De Magistris ha dichiarato: “Aderisco ed aderiamo come Unione Popolare alla manifestazione di Roma, indetta in particolare dall'Usb, contro il governo Meloni... Contro le guerre e per la pace, giù le armi e su i salari... per la dignità e la fratellanza universale, perché un giorno in un altro mondo possibile da costruire con la lotta l'umanità possa andare al potere”.

28 giugno 2023