La cancellazione della Fornero era solo una “bufala” elettorale
Le misure del governo sulle pensioni penalizzano le lavoratici, i lavoratori, i giovani e i dipendenti di sanità e scuola

Il PMLI ha denunciato la natura neofascista del governo Meloni fin dal primo momento. La stessa presidente del Consiglio ha subito rivendicato la sua linea nazionalista, sovranista, europeista, atlantista, razzista, meritocratica e filopadronale. Queste erano le premesse che poi sono state pienamente confermate: dal rinnovato impegno a espandere l'imperialismo nostrano, dalla guerra ai migranti, dal revisionismo storico di matrice fascista, e dal rilancio della triade dio patria e famiglia (“valori” da imporre alle masse ma che, come abbiamo visto, non valgono per gli esponenti del governo) .
Diverso il discorso se guardiamo il lato “populista” che questo governo ha offerto di sé, dove la demagogia è stata sparsa a piene mani, assieme alle tante promesse fatte in campagna elettorale. Difesa delle aziende italiane, aiuti alle famiglie, sostegno ai redditi, alla sanità, al lavoro, taglio delle accise e abbassamento delle tariffe; su questi e altri temi tutti i proclami sono stati disattesi. Tra i casi più eclatanti le misure legate alla previdenza, con Salvini che prometteva l'affossamento della Fornero, i berlusconiani le pensioni minime a mille euro, e i camerati di Fratelli d'Italia misure in favore delle donne.
 
Pensioni “dimagrite”
Adesso il governo si accorge che “non ci sono i soldi” (ma per l'inutile e dannoso ponte sullo stretto si trovano) e Meloni, Giorgetti e ministri vari parlano di “rigore”, tagli, e “prudenza”. Un vero e proprio dietrofront che ha generato misure che penalizzano le lavoratrici, i lavoratori e i giovani. È innegabile la stretta sulle pensioni impropriamente definite “anticipate” (in realtà per ottenerle occorrono quasi 43 anni di contributi). Il superamento della riforma Fornero, per il 2024, resta un’utopia e, anzi, l’uscita dal lavoro prima dei 67 anni non solo è più complicata, ma prevede anche un taglio dell’importo: la penalizzazione arriva al 4% dell’assegno con la nuova Quota 104. Nel 2024 si potrà accedere alla pensione anticipata con questa quota, ossia con 63 anni di età e 41 di contributi. Un anno in più di età rispetto alle regole della Quota 103 in vigore per il 2023 (che ha avuto pochissime adesioni). Potrà andare in pensione chi è nato almeno nel 1961 e ha iniziato a lavorare dal 1983, senza buchi contributivi.
La riduzione riguarda la quota retributiva, ossia quella calcolata con il vecchio e più vantaggioso sistema in vigore fino al 1995 prima delle varie controriforme, circa un terzo del totale in media: è basata sul rapporto tra il coefficiente di trasformazione per l’età di uscita e quello dell’età di vecchiaia, che è di circa il 12% con quattro anni di anticipo. Quindi, per esempio, su una pensione da 2.500 euro lordi se ne perdono circa 100 al mese. L’altra limitazione riguarda le finestre per l’uscita, che diventano più lunghe con la Quota 104: si passa da tre a sei mesi per il lavoro privato e da sei a nove mesi per il pubblico. Una vera e propria sconfessione di quanto sbandierato in campagna elettorale da Salvini e dalla Lega, che difatti hanno mostrato una certa insofferenza, ma alla fine hanno dovuto accettare la linea della Meloni e del loro stesso ministro dell'Economia Giorgetti.
 
Uscita più difficile per donne e “disagiati”
Anche l’Ape sociale, lo strumento introdotto dal governo Renzi nel 2016 per alcune categorie più disagiate, viene incrementato a 63 anni e 5 mesi. Eliminata l’opzione donna, al suo posto viene introdotto un Fondo, che gestisce anche l’Ape, con la richiesta di 61 anni, restando ferme le altre condizioni che dovranno essere raggiunte entro il 2023 e mantenendo il calcolo dell’assegno con il sistema contributivo. Si interviene anche sul pensionamento anticipato i cui criteri (42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne) erano stati congelati fino a tutto il 2026 ma che rimarranno solamente fino alla fine del 2024, dopo questa data sarà di nuovo vincolato all'aspettativa media di vita e potrà tornare ad aumentare. E se da una parte viene tolto il vincolo dell’1,5 volte la pensione sociale, per accedere al pensionamento di vecchiaia a 67 anni, si incrementa a 3,3 volte la pensione sociale per il pensionamento a 64 anni e 20 anni di contributi per i lavoratori interamente nel sistema contributivo.
 
Mannaia sul personale della sanità e della scuola
L’intervento diventa ancora più penalizzante per i medici iscritti alla Cassa Pensioni sanitari ( CPS ) e per maestre d’asilo e scuole primarie parificate e dipendenti degli enti locali iscritti al CPDEL con la rimodulazione dei rendimenti della quota retributiva. Infatti, con questa ipotesi di legge, la quota retributiva della pensione, cioè quella riguardante i contributi versati prima del 1996, subisce un importante e gravissimo ridimensionamento. Di fatto sottraendo migliaia di euro annui al futuro assegno previdenziale. La perdita che questa disposizione causerebbe alle pensioni, è stimabile tra il 5% fino al 25% di tutto l’assegno pensionistico, a seconda degli anni di contribuzione pre-1996. Fino a un quarto di pensione. Da un’analisi della Cgil, si può notare che per una pensione di vecchiaia nel 2024, con 35 anni di contribuzione e 67 anni di età ed una retribuzione di 30.000 euro annui lordi, si può raggiungere un taglio di 4.432 euro all’anno, che se proiettato fino all’attesa di vita media raggiunge un mancato guadagno pari a 70.912 euro.
È vergognoso che tutto ciò venga commesso contro il personale sanitario già martoriato prima da una devastante pandemia e poi dalla dilagante crisi del pubblico impiego, costretto a turni massacranti dal blocco delle assunzioni e con remunerazioni totalmente inadeguate, alla mercé di un’inflazione galoppante e nemmeno paragonabile al passo degli altri paesi europei e del privato. Questa norma potrebbe causare una fuga da qui a dicembre per quanti hanno maturato il diritto alla pensione, svuotando il Sistema sanitario nazionale in un momento già reso drammatico da una gravissima carenza di specialisti a causa delle mancate assunzioni e dei tagli perpetrati da alcuni decenni. Anche chi ha riscattato la laurea ante-1996 pagando decine di migliaia di euro per accrescere economicamente la propria pensione, contando sulle regole attuali, si ritroverà con una riduzione pensionistica assolutamente imprevedibile e inaccettabile.
 
Taglio alla rivalutazione delle pensioni
Il governo non ha solamente ipotecato un futuro con pensioni sempre più misere per i lavoratori e le lavoratrici, ma ha pensato bene di impoverire anche chi è già in pensione. La rivalutazione degli assegni sarà nella misura del 100% solo per i trattamenti pensionistici complessivamente pari o inferiori a quattro volte il trattamento minimo INPS, nella misura del 90 per cento per i trattamenti pensionistici fino a cinque volte il trattamento minimo INPS, nella misura del 53 per cento per i trattamenti pensionistici fino a sei volte il trattamento minimo INPS per diminuire ancora a cifre superiori. Non stiamo parlando di pensioni da nababbi perché la rivalutazione ridotta inizierà ad incidere già sugli assegni che si aggirano attorno ai 1700 euro mensili.
La bozza della Legge di Bilancio 2024 è cambiata numerose volte, anche nel tentativo di non scontentare le varie componenti che fanno parte del governo. Una cosa è certa, questa manovra si caratterizza per una attacco feroce alle pensioni, in particolare contro le donne, i giovani, il personale della sanità e della scuola, e anche chi già percepisce una pensione. Insomma, colpisce proprio coloro che i partiti della destra ora al governo in campagna elettorale promettevano di difendere.
Che ci vuole per svegliare i sindacati confederali e per spingerli a indire uno sciopero generale nazionale contro le antipopolari misure del governo?

1 novembre 2023