Lo sciopero di Cgil e Uil in Campania, Puglia, Basilicata e Calabria
Il Sud risponde riempiendo le piazze: “Adesso basta”
 
Quello di venerdì primo dicembre è stata l'ultima tappa della serie di scioperi generali che in 15 giorni hanno coinvolto tutta l'Italia. Campania, Puglia, Basilicata e Calabria sono state le ultime regioni a scendere in campo con la parola d'ordine “Adesso basta, confermando le alte adesioni alla protesta contro il Governo e dando vita a grandi e partecipate manifestazioni di piazza, nonostante una formula spezzettata e cervellotica che ha disorientato i lavoratori e diluito il carattere dirompente di questa mobilitazione.
Veramente imponente la manifestazione di Napoli, con oltre 30mila partecipanti. In una Piazza Mancini, luogo del concentramento, piena di lavoratrici e lavoratori, la giornata di lotta è iniziata con il suono di una “tammurriata” contro il governo Meloni e con gli slogan: “non si sopravvive”, “via la Meloni”. In piazza le tante anime del lavoro arrivate da tutta la regione con decine di pullman: metalmeccanici, pubblico impiego, agricoltori, commercio, industria, scuola.
I dati forniti dalla Cgil Campania rilevano nel settore metalmeccanico adesioni dell’80 per cento in Stellantis a Pomigliano d’Arco, 95 per cento alla Magneti Marelli di Caivano, cento per cento alla Schneider Electric di Casavatore, in provincia di Napoli. Nel cantiere Sirti di Sala Consilina, in provincia di Salerno, adesione del 95 per cento, del 90 per cento alla EasyTech di Fisciano. A Benevento adesione al 98 per cento nello stabilimento della Ficomirrors, azienda del settore automotive, del 95 per cento alla Rummo. Ad Avellino 95 per cento alla Cms e del 60 per cento alla IIA, Industria Italiana Autobus. A Caserta, 95 per cento di adesione alla TFA, ex Firema, e del 70 per cento alla Snop. Sciopero riuscito anche nel settore dello spettacolo. A Napoli annullati gli spettacoli previsti al Teatro San Ferdinando, al Teatro Mercadante e al Ridotto del Mercadante, dove le maestranze hanno aderito alla mobilitazione di Cgil e Uil.
Il comizio finale nel capoluogo partenopeo è stato tenuto da Maurizio Landini. Il segretario generale della Cgil ha ribadito il NO del più grande sindacato italiano alle politiche del governo. Landini ha poi ricordato come l'Italia sia “un paese diviso”, con un Mezzogiorno lasciato a sé stesso, sia dai governi precedenti che da quello in carica.
Ha poi sottolineato come questo sistema “ha determinato lo sfruttamento e la precarietà e basta andare in qualsiasi posto di lavoro per rendersi conto che in questi anni e da tutti i governi sono state fatte leggi che hanno favorito solo le imprese, con una riorganizzazione fondata su appalto, subappalto, finte cooperative”. Ci domandiamo però come mai non si autocritica, visto che i sindacati confederali hanno spesso firmato accordi e contratti che favorivano tutto questo. Si è soffermato anche sulle grandi manifestazioni del 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, senza però fare una denuncia diretta della cultura, della morale e dell’etica borghese patriarcale e maschilista dominante che permea ogni aspetto della vita economica, sociale, lavorativa e familiare.
Un altra grande manifestazione si è svolta a Bari, dov'era presente il segretario generale della Uil, a cui hanno partecipato più di 10mila persone. Bombardieri ha toccato anche le grandi vertenze del territorio, incalzando il Governo: "Spiegateci come pensate di risolvere il problema dell'Ilva. Il tempo passa e lo stabilimento rischia di chiudere. Diteci come intendete dare risposte alla Bosch, alla Marelli”, concludendo il suo intervento sulla sicurezza: "Invece di precettare –ha detto– il governo faccia qualcosa per la sicurezza sul lavoro, convochi le ferrovie perché troppe persone hanno perso la vita. Noi non ci pieghiamo e questi lavoratori non hanno paura. Queste piazze non saranno mai un sindacato di regime".
La Basilicata si è ritrovata a Potenza, dove oltre alle tematiche nazionali sulle pensioni e i salari, si aggiungono le difficili condizioni di una regione dove viene messo in discussione lo stesso diritto allo studio, il diritto alla sanità, il diritto al lavoro. Tematiche attinenti anche alla Calabria, una delle regioni più povere di tutta l'Unione Europea. Quì si è manifestato nelle piazze di Cosenza, Crotone e Reggio Calabria.
Il giorno precedente, giovedì 30 novembre, avevano scioperato per 8 ore i lavoratori delle ferrovie per denunciare la fragilità del sistema infrastrutturale calabrese dopo le ultime due morti nello scontro tra un treno e un tir nei pressi di Rossano (CS). Una mobilitazione per la sicurezza sul lavoro in ferrovia che si è estesa a tutta Italia, indetta da Cgil-Cisl-Uil e dai sindacati di base, con un adesione molto alta che ha causato la cancellazione di centinaia di convogli, regionali e intercity, praticamente bloccate le dorsali adriatica e tirrenica. Da qui l'ira del ministro fascioleghista Salvini: “Scene indegne e inaccettabili nelle stazioni italiane… lo trovo intollerabile. È mia intenzione fare di tutto affinché simili scene non si ripetano”, ma intanto questa volta non ha avuto il coraggio di ricorrere alla precettazione.
Dopo questa serie di scioperi occorre rompere definitivamente gli indugi. Il 28 novembre l'incontro con il governo ha confermato che non ci sono spazi di trattativa. Landini dal palco di Napoli ha detto: “non lo so se saremo in grado di portare a casa dei risultati. Perché abbiamo un governo che ha la maggioranza in Parlamento e non discute con nessuno, che ad esempio ha detto di no al salario minimo e si è fatto votare una legge delega in Parlamento dove, anziché il salario minimo, si ripristinano le gabbie salariali”.
Ma i risultati come si ottengono? Certamente non continuando ad aspettare, invocando tavoli e a dare credito al governo neofascista della Meloni. Governo che si dimostra forte solo a parole, queste mobilitazioni ne hanno svelato invece le difficoltà e le debolezze, perché nonostante la propaganda che sostiene il “tutto va bene”, nessuno può negare come il carovita e l'inflazione nel nostro paese abbiano falcidiato salari e pensioni più che in ogni altro Paese europeo, spingendo le masse popolari, quando va bene, alla soglia della sopravvivenza. Perciò bisogna battere il ferro finché è caldo, i tempi sono più che maturi per proclamare lo sciopero generale nazionale con grande manifestazione a Roma.

6 dicembre 2023