Paolo Ferrero, il valdese operaista trotzkista e anticomunista

Da valdese operaista trotzkista a ministro della solidarietà sociale nel governo dell'Unione della "sinistra" borghese, a segretario nazionale del PRC: Paolo Ferrero, eletto segretario il 27 luglio scorso dal 7 congresso di Chianciano, ha trasferito la passione per le scalate alpine anche alla sua vita politica.
Nato a Pomaretto (Torino) il 17 novembre 1960, a 17 anni si iscrive a Democrazia proletaria e vi rimane fino a quando questo partito confluirà (nel 1991) in Rifondazione trotzkista. Nel frattempo, nel 1979, dopo il diploma di perito industriale, viene assunto alla Fiat-Mvp di Villar Perosa, la cittadina della famiglia Agnelli, come operaio generico fino al 1987. Ma l'operaio lo fa solo per tre anni. Nel 1983 viene infatti messo in cassa integrazione a zero ore e inizia la sua attività sindacale e politica a tempo pieno. Mentre diviene segretario provinciale di Torino di DP, continua a coltivare l'altra sua passione, quella per la fede cristiana, che lo porta a impegnarsi attivamente nella Chiesa Valdese divenendone anche il segretario nazionale della Federazione giovanile.
Non manca un'esperienza imprenditoriale. In quegli anni infatti Ferrero costituisce una cooperativa agricola, la "Coop Pinerolo".
Contrario all'entrata nel governo
Dal 1991 fa parte del Comitato politico nazionale (CPN) del PRC e costituisce una propria corrente di ispirazione operaista all'interno del partito giungendo a firmare assieme al noto dirigente trotzkista internazionale Livio Maitan (ora deceduto) una mozione al 2 Congresso del PRC (gennaio 1994) nella quale rilancia eterne e inoffensive giaculatorie trotzkiste e anarco-sindacaliste quali "stato-autogestioni", "stato-controllo sociale", "sinistra antagonista".
Nell'intervento a quel congresso, Ferrero, nel criticare le tesi congressuali della maggioranza del partito che conducono alla svolta verso il "governo delle sinistre", afferma fra l'altro: "io non condivido questa linea politica perché tutte le ragioni che ci hanno spinto a lavorare per la ricostruzione dell'opposizione sono confermate: dai rapporti di forza sfavorevoli, agli accordi internazionali che dettano nei fatti la linea di politica economica su cui il governo italiano dovrà attenersi..."; per poi concludere: "Rifondazione comunista, nella seconda repubblica, non dev'essere la sinistra dello schieramento progressista, né deve chiudersi in un isolamento settario. Rifondazione dev'essere il motore di una aggregazione politico-sociale di sinistra alternativa, di una sinistra di opposizione". Evidentemente ben presto ha cambiato idea.

Uomo ombra di Bertinotti
Già subito dopo quel congresso, prendendo al balzo la lotta interna con la destra rappresentata da Cossutta, inizia a teorizzare una politica di sostegno diretto al segretario Bertinotti come leva di un suo progressivo condizionamento a sinistra. Questo suo spostamento a destra verrà immediatamente premiato e già nel 1995 entra a far parte della segreteria del PRC, responsabile dell'area associazionismo e dei movimenti. Dal 1993 al 1997 è anche consigliere comunale e capogruppo del PRC a Torino.
Diventa una sorta di "uomo ombra" di Bertinotti. È lui che riflettendo sulla mattanza delle "forze dell'ordine" del governo D'Alema contro il movimento noglobal a Napoli teorizza "La scelta della non-violenza come norma di lotta" ("il manifesto" del 24.3.2001). Una posizione che Ferrero, già obiettore di coscienza, oggi rivendica con orgoglio: "La nonviolenza l'ho scoperta un po' di anni fa; per me, è un valore da sempre".
Nel 2002 è l'estensore materiale delle tesi per il V congresso del PRC opponendosi in prima persona agli ex cossuttiani che allora si definivano area dell'Ernesto guidata da Grassi. Tanta devozione alla segreteria fece sì che allora si parlasse di Ferrero anche come il possibile successore di Bertinotti. Ben altri lidi dorati lo attendevano.

"Comunista eretico e libertario"
Ferrero accetta di definirsi "comunista eretico". Una definizione tipica di tutti i trotzkisti che implica il rifiuto del cosiddetto "comunismo ortodosso", quello cioè di Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao, e che sostanzialmente equivale all'anticomunismo. "Penso - ha dichiarato in un'intervista post-nomina ministeriale - che le eresie corrono sempre il rischio di diventare una setta ma anche l'opportunità di essere il lievito e penso che se oggi dopo il fallimento del comunismo storico novecentesco possiamo continuare a dirci comunisti è anche perché ci sono state le eresie che hanno tenuta aperta l'ispirazione profonda di Marx e cioè di coniugare la libertà degli individui con il superamento dello sfruttamento e delle gerarchie sociali".
La sua ultima autodefinizione è quella di "comunista libertario". "Dovremo cercare - ha sostenuto nel forum con gli iscritti e i simpatizzanti del PRC di fine luglio - di essere marxisti e di analizzare laicamente e scientificamente la nostra storia per vedere cosa serve e cosa no... lo dico da comunista libertario". La "nostra idea di comunismo", quella per intendersi che sosterrebbe la "svolta a sinistra" del PRC, è "variopinta e variegata" e conclude, guarda caso, citando la bibbia: "Non siate con ansietà solleciti del domani perché ad ogni giorno basta il suo affanno".
Ferrero mentre professa tutto il suo antistalinismo viscerale, prende come suo punto di riferimento il leader operaista Raniero Panzieri, già dirigente del PSI e fondatore della rivista operaista "Quaderni Rossi". Così, nel quarantesimo anniversario della morte, ha curato la pubblicazione del volume "Raniero Panzieri: un uomo di frontiera" che contiene anche un suo lungo saggio introduttivo nel quale lo esalta per la "levatura morale, politica e teorica". Per Ferrero, Panzieri "non è un pensatore episodico, ma un classico che ha 'utilizzato' la crisi del movimento operaio alla metà degli anni '50 come occasione per porre il problema di una uscita da sinistra dallo stalinismo, per obbligare il marxismo a fare un bagno sociologico, sia sul piano dell'analisi del capitale che su quello dell'analisi di classe, per riproporre la politicità del conflitto sociale. Panzieri, rompendo tanto con il politicismo togliattiano che con il soggettivismo di Tronti, ci ha consegnato la possibilità di ripensare oggi la politica e la trasformazione sociale".
Cotanto ripensamento l'ha portato anche ad essere ministro del governo del democristiano Prodi, di cui ha condiviso tutta la politica, per poi, una volta caduto il governo da destra, giocare a fare il verginello e l'uomo della "svolta a sinistra". Salvo poi smentirsi subito dopo appena si parla di poltrone governative, seppure locali. Come, per esempio, nel caso delle elezioni regionali in Abruzzo per le quali ha affermato che: "Noi siamo per rifare una coalizione di centrosinistra... Se Di Pietro si candidasse non avremmo nulla in contrario, salvo la puntuale verifica dei punti programmatici" ("l'Unità" del 9.08.08).
Fatto è che nella sua mozione congressuale, sulla quale ha poi fatto convergere tutte le anime revisioniste e trotzkiste di "sinistra", non c'è il minimo accenno al carattere neofascista del governo Berlusconi, alla terza repubblica capitalista, neofascista, presidenzialista, federalista e interventista, e insiste a parlare per l'Italia di un semplice "rischio di diventare un'oligarchia" ("Liberazione" del 29.08.2008). Non una parola ovviamente della lotta per il socialismo. Anzi, il 28 agosto, al sit-in davanti a Montecitorio contro lo sbarramento elettorale che impedirebbe alla ex "sinistra radicale" anche l'accesso al parlamento europeo, si è appeso al collo un cartello con la significativa parola d'ordine "La Costituzione è il vangelo della democrazia". Ignorando volutamente che la Costituzione italiana è pur sempre una costituzione democratico-borghese, che è già stata fatta carta straccia, e che tra l'altro nel suo titolo V contiene il federalismo. E comunque, essa non può certo essere il fine del proletariato e delle forze sociali sinceramente anticapitalistiche e antimperialiste che Ferrero pretenderebbe di rappresentare.

3 settembre 2008