Breve storia delle "gabbie salariali"

Le "gabbie salariali" o come furono chiamate inizialmente "zone salariali" furono introdotte in Italia con l'accordo interconfederale del 6 dicembre 1945 dalla Cgil unitaria (al quel tempo essa era l'unico sindacato ricostituito dopo la Liberazione dal nazi-fascismo) e dalla Confindustria. Valida per le sole province del Nord prevedeva la fissazione di 4 zone con una differenza di reddito tra la prima e la quarta del 14%. Un anno dopo, il 23 maggio 1946 tale accordo veniva esteso al resto dell'Italia.
Nel 1948, a seguito della rottura dell'unità sindacale e della nascita dei sindacati scissionisti Cisl e Uil, fu firmato da questi ultimi un accordo separato, che portava le "zone" da 4 a 13, con un ulteriore allargamento della forbice delle differenze salariali fino al 30%.
Nel 1961, in pieno boom economico, e un miglioramento dei rapporti unitari tra le tre confederazioni sindacali, grazie alla lotta dei lavoratori venne raggiunto un nuovo accordo il 2 agosto che riduce le "gabbie" territoriali a 7, con una differenza salariale più ridotta, pari al 20%. Nel dettaglio, c'era una "zona zero" che comprendeva le province di Genova, Milano, Torino, Roma con un indice pari a 100; nelle zone 1, 2 e 3 con gli indici rispettivamente di 97, 95 e 92 si trovavano in gran parte le province del Centro-Nord; nelle zone 4, 5, e 6 con indici pari a 89, 84,5 e 80 c'erano infine le province meridionali e insulari. Sono con tutta evidenza i lavoratori del Sud le principali vittime di questo sistema salariale discriminatorio e ingiusto.
La potente crescita economica che proseguì per tutti gli anni '60, la conseguente crescita vertiginosa dei profitti padronali, resero sempre più intollerabile la condizione imperante di bassi e diversificati salari. Furono le grandiose e storiche lotte operaie del Sessantotto, del Sessantanove e degli anni a seguire a mettere in discussione le "gabbie salariali" rivendicandone l'abolizione.
Cgil, Cisl e Uil raccogliendo una forte spinta dal basso, lanciarono una vertenza nazionale sostenuta da scioperi e manifestazioni, ma anche da una diffusa mobilitazione a livello aziendale per chiedere la cancellazione di questo sistema salariale sperequativo odioso, ingiustificato se non dalla sete di profitto capitalistico. Il 21 dicembre 1968 fu l'Intersind (ossia l'allora associazione padronale che rappresentava le aziende a partecipazione statale) ad accettare l'eliminazione della "gabbie" sia pure in modo graduale entro il 1971.
Successivamente capitolò anche Confindustria. La quale in un primo tempo tentò una mediazione più favorevole per gli industriali (4 zone e differenze salariali fino al 13, l'eliminazione delle prime due zone). Ma poi, a seguito dello sciopero generale del 12 febbraio 1969 con ben cinque milioni di lavoratori che scesero in piazza, firmò un accordo interconfederale il 18 marzo che eliminava le "gabbie", ottenendo solo una maggiore gradualità (tre anni e mezzo). L'8 Marzo l'aveva preceduta l'associazione delle piccole aziende (Confapi) con un'intesa analoga.
L'abolizione delle "gabbie salariali", che fu sancita anche per legge, rappresentò nel campo salariale, insieme alla scala mobile e ad aumenti contrattuali sostanziosi e uguali per tutti in paga base, una delle conquiste sindacali più importanti di quelle lotte. Perché metteva fine alle assurde discriminazioni territoriali, perché affermava il principio uguale salario per uguale lavoro, perché rafforzava l'unità economica e sindacale dei lavoratori su tutto il territorio nazionale.
Il grande padronato e le forze politiche governative ad esso asservite non hanno mai "digerito" questa conquista operaia e ricorrentemente, in vari modi, tentano di rimetterla in discussione, come accade attualmente.

22 luglio 2009