Il 23° Congresso della Fiom rifiuta la concertazione, il patto del 23 luglio, le controriforme sociali e il federalismo
Battuta la destra di Nencini. Rinaldini rieletto segretario generale. Respinto il "patto dei produttori" proposto da Fazio. Chiesta l'abrogazione della legge 30 e delle altre controriforme su pensioni, fisco, scuola e immigrazione. Avanzata la proposta del sindacato dell'industria. Sì all'unità con Fim e Uilm ma nel rispetto della democrazia sindacale. Benefica influenza delle vertenze di Melfi e Fincantieri sull'esito congressuale. "Lavoro Società" si autoscioglie
Invocato lo sciopero generale contro il governo Berlusconi subito dopo le elezioni

Il 23° congresso nazionale della Fiom-Cgil che si è tenuto a Livorno dal 3 al 5 giugno ha sancito la larga vittoria della linea sindacale sostenuta nel documento di maggioranza di Gianni Rinaldini confermando in particolare la posizione di rifiuto della concertazione e del patto del 23 luglio della maggiore organizzazione dei lavoratori metalmeccanici. Una posizione condivisibile all'interno di una mozione che abbiamo ritenuto apprezzabile, e quindi sostenibile in una politica di fronte unito con tutta la sinistra sindacale per battere la corrente riformista di destra della mozione di Riccardo Nencini, ma con vari aspetti deboli o criticabili (vedi "Il Bolscevico" n.14/04). Confermati dallo svolgimento del congresso.
Partiamo dai numeri. Sono 210 mila, dei 367 mila iscritti del 2003, i metalmeccanici che hanno votato nei congressi di base; l'81,84% per la mozione Rinaldini e il 18,16% per la mozione Nencini. Queste percentuali hanno determinato la composizione della platea dei 734 delegati che hanno partecipato al congresso nazionale. La scelta }della minoranza di non dare vita a una corrente organizzata e la conferma dello scioglimento dell'area "Lavoro e società" in Fiom, mentre resta operante in Cgil, hanno tra l'altro permesso una conclusione unitaria del congresso, espressa nel documento politico approvato con un solo voto contrario e 12 astensioni e nell'elezione su unica lista dei 180 componenti il Comitato centrale, approvata con 567 voti a favore, 68 contrari e 17 astenuti. In precedenza il congresso a larga maggioranza aveva approvato la lista dei candidati dell'organismo dirigente nella quale erano presenti anche 7 lavoratori migranti.
Al termine del congresso il nuovo CC ha confermato Gianni Rinaldini segretario generale con 146 voti a favore, 7 contrari, 5 astenuti e 2 schede bianche, e la segreteria uscente composta da Riccardo Nencini, Giorgio Cremaschi, Tino Magni e Francesca Re David, con 131 voti a favore, 8 contrari, 11 astenuti, 1 bianca e 1 nulla.
La dichiarazione di apertura del congresso è stata affidata a un lavoratore migrante, un altro segno dell'attenzione che la Fiom ha verso questi lavoratori sempre più numerosi nelle fabbriche e tra gli iscritti.

La relazione
Nella relazione di apertura Rinaldini, preso atto dei risultati del voto degli iscritti, ha subito ribadito che "quel sistema, quel patto sociale del 23 luglio non è riproponibile stante il fatto che tutte le scelte compiute da Governo e Confindustria sono state fatte contro le posizioni espresse dalla Cgil e dalla Fiom". In altre parole il patto del 23 luglio '93 è saltato da destra per effetto in Italia "dell'affermazione del neoliberismo e della globalizzazione governata dagli Stati Uniti".
Resta la mancanza, ingiustificata e grave, della denuncia del regime neofascista rappresentato in questo momento dal governo del neoduce Berlusconi, condensata in un'unica frase dove si afferma che "la democrazia è ridotta a plebiscitarismo, nel rapporto tra il leader e i cittadini e la riduzione di tutti gli spazi di partecipazione e di democrazia dei soggetti sociali". Giusta la denuncia dell'inaccettabile dogma della "libertà d'impresa" e delle leggi di mercato, quei "valori fondamentali" che gli Usa vogliono imporre anche con la guerra preventiva.
Giusta la richiesta del "ritiro di tutte le forze militari che hanno occupato l'Iraq", sbagliate la posizione sul no "non alla globalizzazione ma a questa globalizzazione" e il sostegno all'Europa "sociale e politica", che coprono l'imperialismo e la superpotenza imperialista europea.
Rinaldini ha sottolineato che la Fiom è riuscita a respingere l'offensiva padronale che con gli accordi separati sui contratti nazionali "aveva l'esplicito obiettivo di sconfiggere la Fiom e i lavoratori metalmeccanici e affermare su questa base le nuove relazioni sindacali e la pace sociale". Ci è riuscita grazie alla scelta di aprire vertenze sui precontratti e sui contratti aziendali che hanno portato a risultati importanti. Fra i quali senza dubbio vi sono quelli di Melfi e di Fincantieri, due esempi positivi per la determinazione messa in campo dagli operai, molti dei quali giovani, la gestione delle vertenze attraverso la democrazia diretta, i metodi di lotta e i risultati ottenuti che hanno avuto una benefica influenza sul risultato congressuale della Fiom. Che resta ferma in difesa del contratto nazionale e per l'estensione della contrattazione aziendale e territoriale, rafforzati nelle parti normative e retributive; che vede nella proposta di costituire il sindacato dell'industria lo strumento unitario per affrontare la frammentazione del ciclo lavorativo, le esternalizzazioni, che dividono i lavoratori dello stesso sito fra aziende diverse e spesso in categorie diverse.
Al nuovo presidente di Confindustria Montezemolo ha chiesto di dare segno delle "novità" della sua gestione a partire dalla rinuncia agli accordi separati e precisato che "non esiste la riedizione del patto del 23 luglio '93 come se nulla fosse successo nel corso di questi 10 anni. (...) Sono possibili convergenze su singoli aspetti ma non il `Patto tra produttori' che non è né possibile né auspicabile". Al governatore di Bankitalia Antonio Fazio ha risposto che "la concertazione fondata sulla precarizzazione e sulla moderazione salariale non è possibile". Alla Cgil ha chiesto coerenza tra il rifiuto delle leggi contro i lavoratori e le piattaforme contrattuali di altre categorie, dove sono invece presenti richiami alla legge 30, e sull'enunciazione del diritto dei lavoratori a decidere sugli accordi non praticato in molte categorie.
A Fim e Uilm, per superare le divisioni del passato, ha proposto di costruire una piattaforma unitaria per il prossimo rinnovo del contratto nazionale e l'elezione di una assemblea nazionale di delegati per seguire la vertenza e esprimere il giudizio sull'ipotesi di accordo che comunque deve essere sottoposta al voto dei lavoratori. Sì all'unità ma nel rispetto della democrazia sindacale e in particolare del diritto dei lavoratori a esprimere il giudizio finale.

Il documento conclusivo
Posizioni che il congresso ha approvato e che ritroviamo anche nel documento conclusivo. Delle parti condivisibili sottolineiamo la richiesta della Fiom alle confederazioni "di programmare in tempi rapidi uno sciopero generale di tutte le categorie che abbia come obiettivo immediato la messa in discussione delle scelte economiche del governo". Perché, afferma il documento, "bisogna respingere la controriforma fiscale, va fermata la controriforma della scuola, va rigettata la delega sulle pensioni, va bocciato il federalismo che mette in discussione l'unità del paese".
Da parte sua la Fiom "è impegnata a contrastare e impedire il consolidamento di tutta la legislazione sul lavoro e sui diritti attuata dal governo di destra"; nello stesso tempo "ribadisce la richiesta alle forze politiche dell'opposizione (diverse delle quali fanno orecchie da mercante, ndr) di mettere tra i propri programmi prioritari la totale abrogazione della legge 30 e della legge Bossi-Fini, nonché di tutte le forme di vessazione e di sottrazione dei diritti verso gli immigrati".
Importante la sottolineatura che "le grandi lotte nelle fabbriche del Mezzogiorno, da Termini Imerese a Melfi, sono un segnale di fondo per la categoria e per tutto il paese. I lavoratori e le popolazioni meridionali rifiutano le `gabbie salariali' e dei diritti, vogliono uno sviluppo fondato sull'uguaglianza e sulla parità di condizioni sociali rispetto alle zone più ricche del paese"; nonché quella sulla "ripresa del protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici" che avviene "con forme di lotta che puntano anche alla fermata totale della produzione, con una mobilitazione democratica e un rapporto con la popolazione che esaltano il valore generale delle lotte". Per quanto riguarda il prossimo rinnovo del contratto nazionale di lavoro della categoria la Fiom sottolinea che "non rinuncia a un contratto salariale e normativo che superi i guasti provocati dagli accordi separati" e "si pone l'obiettivo di un forte recupero della perdita del potere d'acquisto dei lavoratori e di un aumento delle retribuzioni reali".
Di rilievo anche gli impegni assunti in materia di politica estera. "La mobilitazione per il ritiro delle truppe dall'Iraq - si legge - e per la fine dell'occupazione militare di quel paese deve continuare". "La scelta di trascinare l'Italia in guerra è la più grave responsabilità dell'attuale governo" in palese violazione dell'articolo 11 della Costituzione. Per questo la Fiom "ha detto no alle guerre in Kossovo e in Afghanistan (...) e respinge la politica dell'attuale amministrazione degli Stati Uniti che, con la teoria e la pratica della guerra preventiva, giunta fino all'estrema violazione dei diritti umani con le torture ai prigionieri iracheni, ha messo in crisi la legalità internazionale".

La mediazione tra Rinaldini, Nencini e Cremaschi
Il congresso, come si è visto, si è concluso in modo unitario, cioè con la presentazione di un unico documento conclusivo e un'unica lista di candidati per il nuovo CC e la nuova segreteria Fiom, votati dalla stragrande maggioranza dei delegati. Un esito non scontato. Un esito questo suggerito dal segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, il quale, nel suo intervento tatticamente si è tenuto molto sulle generali, senza però rinunciare a sussurrare l'esigenza di "una nuova politica dei redditi" da contrattare con la nuova presidenza della Confindustria e in previsione di un ritorno del "centro-sinistra" al governo nazionale, e ha spinto per una soluzione unitaria. Un esito questo venuto a seguito di un compromesso contrattato da Nencini, da un lato, e Rinaldini e Cremaschi, dall'altro.
Questi in buona sostanza i termini del compromesso avanzato da Nencini: io ritiro il mio documento congressuale, voto una mozione unitaria e rinuncio a costituire una mia corrente sindacale dei "riformisti" in Fiom; voi evitate di citare esplicitamente, nel documento congressuale, il superamento dell'accordo del 23 luglio e la scelta degli aumenti salariali contrattuali uguali per tutti e sottolineate l'esigenza della ripresa dei rapporti unitari con Fim e Uilm, mi date un congruo numero di posti nella nuova segreteria e nel nuovo Comitato centrale. Inoltre, tu Cremaschi procedi allo scioglimento di "Lavoro Società".
Che Cremaschi (PRC) abbia poi effettivamente concretizzato lo scioglimento dell'area "Lavoro Società" (composta da sindacalisti facenti capo prevalentemente al PRC e al PdCI) non stupisce per almeno due ragioni principali. La prima è che quest'area è ben rappresentata al vertice Fiom e non da ora, e in alleanza con la "sinistra" DS concorre a determinarne la linea; la seconda ragione risale all'ultimo congresso nazionale della Cgil allorché i capi di quest'area (Patta e soci) si misero d'accordo con Cofferati. Da allora "Lavoro Società" ha smesso di svolgere, come sinistra sindacale, un ruolo e una funzione organizzata effettiva.

Le reazioni dei DS, del PRC e del PdCI
Freddo e distaccato il giudizio sul congresso dei DS di Fassino e D'Alema che si sentivano più rappresentati nella mozione di destra di Nencini e speravano in una "normalizzazione" della Fiom. Esultanti invece PRC e PdCI. Tramite i loro responsabili Lavoro, Paolo Ferrero e Dino Tibaldi, hanno dichiarato una totale identità di posizioni con l'analisi e la linea approvati.
La posizione dei marxisti-leninisti è diversa. Pur apprezzando lo spirito combattivo espresso, pur condividendo tanti punti di denuncia e tanti punti programmatici e rivendicativi emersi nel congresso, non per questo rinunciamo a rilevare quelle che per noi sono insufficienze di analisi e carenze ed errori di linea come abbiamo cercato di evidenziare più sopra. Sia riguardo alla situazione internazionale, sia a quella interna. L'orizzonte strategico proposto non esce da quello riformista, nella versione movimentista ed economicista. La denuncia dell'imperialismo è assente, specie in relazione alla superpotenza europea. La denuncia della seconda repubblica capitalista, neofascista, presidenzialista e federalista risulta molto inadeguata. La sola difesa della Costituzione del '48, largamente smantellata ormai, di fatto, da destra, è perdente. Per noi l'azione sindacale deve svolgersi all'interno di una lotta (politica) più generale contro i governi che siano di "centro-destra" o di "centro-sinistra" e il padronato, nella strenua difesa degli interessi dei lavoratori, dei pensionati e dei disoccupati. Per quanto riguarda infine il modello di sindacato a cui aspiriamo, esso è il sindacato di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori, fondato sulla democrazia diretta e sul potere sindacale e contrattuale delle Assemblee generali dei lavoratori.