XXIII congresso della Fiom-Cgil
Appoggiare la mozione di Rinaldini, respingere quella di Nencini
Presentare emendamenti per denunciare il regime neofascista, il capitalismo e l'imperialismo

Con la riunione del Comitato centrale (Cc), tenutasi il 12 marzo a Roma è stato formalmente avviato l'iter del XXIII Congresso nazionale della Fiom (Federazione italiana operai metallurgici), il più importante sindacato dell'industria della Cgil per tradizioni di lotta e per iscritti, pari a 367 mila. Un congresso straordinario, o anticipato che dire si voglia rispetto alla scadenza naturale fissata nel 2006, proposto dal segretario generale Gianni Rinaldini e approvato a larga maggioranza nella riunione del 29-30 gennaio, con 82 voti a favore, 24 contrari e 15 astenuti. Nella storia del sindacato cgiellino delle tute blu è la terza volta che si tiene un congresso straordinaro. Gli altri due casi risalgono al 1912 e al 1916.
Come è apparso sin dall'inizio, l'assise della Fiom si terrà sulla base di due documenti congressuali contrapposti. Il primo, denominato "Valore e dignità al lavoro", porta la firma di Rinaldini e con lui quelle di Giorgio Cremaschi, leader di "Lavoro Società", Tito Magni, Francesca Re David, tutti e tre della segreteria nazionale, Alessandra Mecozzi, responsabile del settore internazionale, Augustin Breda, presidente del Comitato centrale, Laura Spezia della segreteria del Piemonte. Esso ha raccolto l'adesione di 136 (su 170) membri del Cc. Il secondo documento, intitolato "Le ragioni del sindacato", è stato presentato da Riccardo Nencini, della segreteria nazionale, e sottoscritto da Fausto Durante, responsabile del settore Europa e da altri sette dirigenti con incarichi regionali e provinciali. è il documento di minoranza avendo raccolto il consenso di soli 26 membri del Cc.
Questo il calendario delle assemblee congressuali: dal 29 marzo al 30 aprile si terranno i congressi di base, cioè di luogo di lavoro e di zona per le piccole imprese; dal 3 al 19 maggio i congressi territoriali; dal 19 al 28 maggio quelli regionali; infine dal 3 al 5 giugno il congresso nazionale fissato a Livorno.

Gli schieramenti
Gli schieramenti che si fronteggiano possono essere riassunti, schematicamente, nel seguente modo: Con Rinaldini stanno gli ex sabattiniani (il luxemburghiano Sabattini è stato il precedente segretario generale, ora deceduto), e varie espressioni della sinistra sindacale in Cgil ("Lavoro Società", "Eccoci", "Fare sindacato"). L'area politica di riferimento va dal "Correntone" alla sinistra DS, dal PdCI e al PRC e in qualche modo anche a settori del movimento No global. Con Nencini stanno gli ex cofferatiani e la destra Cgil. Si collegano chiaramente con la nuova corrente di destra detta dei 49 (capeggiati da Mengale, Panzeri, Amoretti e Rollo) e hanno come referenti politici il cosiddetto "triciclo", ossia la maggioranza dalemiana e fassiniana dei DS, lo Sdi di Boselli e la Margherita di Rutelli e una parte dei repubblicani.
Nencini si era opposto alla proclamazione del congresso straordinario perché sperava che seguendo le scadenze normali, prima il congresso della Confederazione generale del 2006, passando per la Conferenza programmatica fissata per luglio prossimo, e poi l'assise di categoria, ci sarebbe stato il tempo di rovesciare i rapporti di forza, tirare ancora più a destra le posizioni sancite nel precedente XXII congresso e quindi riprendere il controllo della Fiom. Invece, Rinaldini e gli altri, godendo del consenso della maggioranza della Segreteria, del Cc, degli iscritti e anche dell'insieme dei lavoratori metalmeccanici, come si evince anche dai risultati nelle elezioni delle Rsu (Rappresentanze sindacali unitarie aziendali), e con obiettivi opposti hanno proposto e ottenuto di tenere il congresso anticipato. Ciò che si propongono non è solo la difesa della linea assunta nel precedente congresso del 2001 ma un suo aggiornamento e adeguamento sulla base dell'esperienza maturata in questi ultimi tre anni.

Le ragioni del congresso anticipato
Infatti, nel dispositivo per la convocazione del congresso anticipato, approvato nella suddetta riunione del Cc del 29-30 gennaio, tra l'altro si leggeva che "Con l'intesa separata sul Ccnl, la ridefinizione dell'assetto complessivo dei rapporti di lavoro subordinato, l'affermazione dell'accordo con chi ci stava e la negazione della democrazia si è sviluppata un'offensiva definitiva su ruolo e funzione del Ccnl e del soggetto sindacale". Pare evidente, continuava il documento, che con i rinnovi separati delle ultime due scadenze del Ccnl, "con la legge 30 ed il sistematico smantellamento dello stato sociale, lo schema del 23 luglio e della politica dei redditi è stato superato dall'iniziativa di Governo e Confindustria ed ha assunto la caratteristica della programmazione della riduzione del potere di acquisto" dei salari. Perciò, concludeva, "non è ripetibile quel sistema" ed è necessario "andare oltre" alle decisioni dell'ultimo Congresso ancorate all'accordo del 23 luglio.
Ci riserviamo di analizzare criticamente nel dettaglio i due documenti congressuali in interventi successivi. Ma sin da ora si può dire che le differenze sono marcate nell'analisi della situazione, nella denuncia della politica del governo e del padronato, nella proposta rivendicativa, circa l'unità sindacale e la democrazia sindacale, nella chiarezza delle proposte.
La mozione di Nencini risulta, forse volutamente, generica, ambigua, contraddittoria, truffaldina. Non può sparare a zero sulle scelte e la gestione della Fiom degli ultimi anni, ma sotto sotto le critica. Critica, ad esempio, gli aumenti uguali per tutti avanzati nell'ultima vertenza contrattuale e, in definitiva, il rifiuto di firmare l'intesa al ribasso proposta da Federmeccanica siglata da Cisl e Uil. Critica l'adesione della Fiom al referendum per l'estensione dell'art.18 alle imprese sotto i 15 dipendenti e, in ultima analisi, ripudia tutta la battaglia contro i licenziamenti facili; visto che in sede di bilancio viene praticamente ignorata.

"Politica dei redditi" e concertazione al centro dello scontro
Ma il punto di scontro più forte è sul tema della "politica dei redditi" e della concertazione. Nencini riconosce che con Berlusconi a capo del governo e D'Amato a capo della Confindustria i salari e le pensioni non sono stati difesi e hanno perso potere d'acquisto (e ci mancherebbe altro)! Tuttavia sostiene che non si può fare a meno di un sistema di relazioni sindacali fondate sulla "politica dei redditi" e la concertazione, magari adeguando le regole e i parametri, con il governo e le associazioni imprenditoriali riguardo all'inflazione, ai prezzi e tariffe, al fisco, agli incrementi salariali e pensionistici. Forse pensando a un possibile ritorno al governo del "centro-sinistra". A questo proposito è bene ricordare che anche con i precedenti governi di "centro-sinistra" Prodi, D'Alema, Amato, grazie alla subordinazione dei salari ai tetti d'inflazione programmata, i lavoratori hanno perso terreno a favore dei profitti e del risanamento dei conti dello Stato capitalistico.
La mozione Nencini nella sostanza ripropone una concezione sindacale cogestionaria da sindacato istituzionalizzato. Al centro non stanno i problemi e gli interessi dei lavoratori, dei giovani e della masse popolari. Il punto di partenza è la globalizzazione dei mercati, la crisi economica a livello internazionale e nazionale, la costruzione dell'Unione europea, il declino industriale in Italia, la perdita di competitività e dopo, ma molto dopo, compatibilmente e in subordine, le esigenze degli operai, dei pensionati, del Mezzogiorno. La piattaforma rivendicativa comunque è debole e del tutto inadeguata. Non c'è la richiesta del ritiro del contingente militare dall'Iraq, la questione salariale è affogata e subordinata alla soluzione di altre questioni, la lotta alla precarietà è affidata a una generica contrattazione delle flessibilità. Come a dire che il "pacchetto Treu", approvato anche dal PRC, che iniziò la deregulation del "mercato del lavoro" va bene.
Nencini e soci, bontà loro, riconoscono il diritto dei lavoratori a essere consultati nella definizione delle piattaforme e nell'approvazione degli accordi sindacali e contrattuali. Ma l'esito non deve essere vincolante, non ci deve essere un mandato preciso da rispettare, in modo che i vertici possano mediare e mettersi d'accordo con gli altri sindacati e i padroni indipendentemente dai contenuti e dal consenso dei lavoratori.

La mozione di Rinaldini
La mozione di Rinaldini, oggettivamente si colloca più a sinistra pur mostrando carenze e i limiti di fondo. C'è una valorizzazione delle lotte condotte dal 2001 sia come Fiom che come Cgil. Si riscontra una volontà più netta di opposizione all'offensiva del governo e della Confindustria, e una critica più radicale e conseguente al liberismo economico. Vi sono proposte rivendicative a livello contrattuale, sindacale e sociale migliori e più condivisibili.
Del rifiuto della "politica dei redditi" si è già detto. Per Rinaldini si deve liberare il potere contrattuale dagli impacci della concertazione, si deve difendere e rilanciare la centralità del contatto collettivo nazionale di lavoro, come strumento di unità economica e normativa dei lavoratori di ogni settore in tutto il territorio nazionale, rifiutando ogni ipotesi di federalismo contrattuale come è avvenuto di recente per il contratto degli artigiani. Senza che questo significhi una rinuncia alla contrattazione di secondo livello, aziendale e di gruppo. In questa sede va recuperato - si afferma - potere contrattuale sull'organizzazione del lavoro, sui turni e sui tempi di lavoro, nonché in materia di sicurezza. Si insiste sulla necessità di contrastare la frammentazione del lavoro, attraverso il decentramento e l'esternalizzazione di rami di produzione così come l'utilizzo sempre più massiccio di lavoro atipico, e perciò di operare per unificarlo. In questo contesto si parla di sindacato che deve rappresentare tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori.
Misure che riguardano il salario, il fisco, i servizi sociali per "redistribuire la ricchezza prodotta a favore del lavoro" e la lotta alla precarietà sono altri temi molto presenti.
Sul salario c'è la richiesta di aumenti uguali per tutti, comprendenti il recupero dell'inflazione reale e parte dell'incremento della produttività in sede di Ccnl, e la contrattazione del salario professionale in sede aziendale, superando i premi legati all'andamento degli utili e dei profitti padronali. Sul fisco si chiede la cancellazione della controriforma Tremonti e la riduzione delle tasse sui salari e le pensioni medio-basse. Sul sociale c'è l'opposizione alle privatizzazioni e il rilancio di servizi gratuiti e universalistici, la richiesta dell'aumento della spesa sociale e la netta opposizione alla delega sulle pensioni. Circa il lavoro precario la richiesta è l'abrogazione della legge 30.
Sull'orario di lavoro c'è il rilancio delle 35 ore settimanali a parità di salario. Per le piccole imprese sotto i 15 dipendenti si rivendica una reale contrattazione delle condizioni di lavoro e più in generale l'applicazione dello Statuto dei lavoratori. Inoltre si esprime un impegno a combattere nei luoghi di lavoro le discriminazioni di razza e di sesso, specie nei confronti dei lavoratori migranti. Discriminazioni che la legge razzista Bossi-Fini ha rafforzato enormemente.
In chiave antiliberista inoltre, la mozione Rinaldini rivendica un impegno dello Stato non solo sul terreno della sanità, della scuola e dei servizi sociali ma anche su quello economico e industriale. A questo proposito c'è una critica alle privatizzazioni e allo smantellamento delle partecipazione statali avvenute a suo tempo con il concorso dei partiti di "centro-sinistra". Trattando del Mezzogiorno si afferma che una politica di sviluppo deve passare attraverso un piano di re-industrializzazione e di adeguamento delle infrastrutture con un intervento massiccio dello Stato utilizzando anche la Finmeccanica di cui detiene l'ultima parola sulle scelte strategiche.
Nella mozione di Rinaldini si conferma la scelta fatta dalla Fiom dal precedente congresso in poi in materia di democrazia sindacale, indipendenza e autonomia sindacale e unità sindacale. In sintesi si sostiene che gli iscritti devono esercitare il potere effettivo dell'organizzazione, che il sindacato deve avere il suo punto di vista e le sue rivendicazioni elaborate democraticamente sui vari problemi indipendentemente da chi sta al governo, che esistendo profonde differenze con le altre confederazioni sindacali si può parlare solo di unità di azione sempre che sia accettato da tutti il vincolo del voto dei lavoratori per l'assunzione delle decisioni comuni.

Nonostante i suoi limiti appoggiamo la mozione Rinaldini
Insomma, sia l'analisi che le rivendicazioni proposte nella mozione Rinaldini sembrano avere un aspetto e un'impostazione combattivi. Tuttavia a noi pare che vi siano delle carenze, una mancanza di coraggio a spingere il discorso fino in fondo, problemi affrontati con una concezione sbagliata, limiti di strategia. Trattando della crisi dei grandi gruppi industriali di interesse nazionale, Fiat in testa, manca la rivendicazione della nazionalizzazione e della riconversione di essi. Denunciando la guerra di aggressione dell'Iraq e auspicando il ritiro immediato del contingente militare italiano, si abbandona la concezione antimperialista per perdersi in un discorso pacifista, di stampo evangelico e piccolo borghese, del tipo siamo per la pace senza se e senza ma e contro tutte le guerre. Anche quelle di liberazione? E la resistenza palestinese? E la resistenza irachena e afghana per liberare i loro paesi?
Il giudizio critico sull'Unione europea non mette in rilievo la sua natura di superpotenza imperialista in competizione con gli Usa. Tutta la critica è rivolta al liberismo e alla globalizzazione liberista senza chiamare in causa nemmeno di striscio il capitalismo e l'imperialismo che sono il padre e la madre del liberismo vecchio e nuovo. Ed è su questo punto centrale che emerge la natura economicista e riformista, sia pure nella veste movimentista, della strategia della suddetta mozione.
Un'altra carenza rilevante la scorgiamo nella mancanza totale della denuncia delle controriforme politiche e istituzionali, approvate o in via di approvazione, che confermano l'avvento della seconda repubblica neofascista, presidenzialista e federalista. La legge Gasparri sull'informazione radiotelevisiva, la legge sulla devolution, la legge che dà poteri abnormi al premier, la legge che subordina la magistratura all'esecutivo, la legge clerico-fascista sulla fecondazione assistita, la legge repressiva sulla tossicodipendenza, oppure la militarizzazione dei vigili del fuoco, sono tutti tasselli, insieme a tanti altri, che vanno in quella direzione.
La mozione Rinaldini non ci soddisfa quindi del tutto e non ci rappresenta interamente, specie sul piano politico. Tuttavia nella necessità di fare fronte unito con tutta la sinistra sindacale, contro la destra della Fiom rappresentata da Nencini, noi scegliamo di appoggiarla tatticamente, presentando degli emendamenti per denunciare il regime neofascista, il capitalismo e l'imperialismo e portando avanti la nostra linea sindacale per il sindacato delle lavoratrici e dei lavoratori fondato sulla democrazia diretta e sul potere sindacale e contrattuale delle Assemblee generali dei lavoratori.
24 marzo 2004