Il piano di Agnelli va avanti
Il governo e la Fiat buttano sul lastrico migliaia di lavoratori
Berlusconi: "Il governo ha operato come doveva fare". Le donne di Termini Imerese davanti a Palazzo Chigi: "Buffoni, fascisti, ci rubate il futuro"
CGIL, CISL E UIL NON CI STANNO E INDICONO 8 ORE DI SCIOPERO
Il piano cinico e disumano di Agnelli, fatto di cassa integrazione straordinaria a zero ore (Cigs), licenziamenti di massa e dismissioni è diventato operativo a partire da lunedì 9 dicembre. è andato avanti, in pratica, con le stesse caratteristiche e le finalità liquidatorie con cui fu annunciato dai dirigenti del Lingotto, Fresco, Galateri e Boschetti, il 31 ottobre scorso. Ed è potuto accadere perché il governo neofascista Berlusconi gli ha fornito l'appoggio necessario politico, economico e normativo, ignorando vigliaccamente la protesta e le richieste dei lavoratori e dei sindacati.
Nell'incontro che si è svolto giovedì 5 dicembre, presenti una lunga schiera di ministri e le segreterie nazionali di Ggil, Cisl e Uil e dei sindacati metalmeccanici il governo si è presentato con un accordo precedentemente concordato con i dirigenti Fiat, un accordo dunque preconfezionato e blindato che accoglie per intero le modalità del suddetto piano, salvo minuscoli e insignificanti ritocchi, che gettano sul lastrico migliaia e migliaia di lavoratori anche dell'indotto e non offrono nessuna seria e credibile speranza per il futuro.
La Fiat ha ottenuto dal governo tutto quello che aveva chiesto; lo stato di crisi, la cassa integrazione, la "mobilità lunga" (al cui gravoso costo dovrà fare fronte l'Inps), più ecoincentivi, e soldi per la formazione professionale e per la ricerca. Facendo contente le banche, interessate esclusivamente a recuperare i loro crediti.
Ai leader sindacali non è stato permesso di cambiare una virgola dell'intesa e perciò, com'era logico che fosse, unitariamente hanno respinto la proposta di Berlusconi-Agnelli e hanno immediatamente indetto 8 ore di sciopero.

UN ACCORDO NEOCORPORATIVO CHE ESCLUDE I SINDACATI
Stupore e indignazione hanno suscitato il metodo messo in essere dai ministri berlusconiani, capeggiati da Fini e Letta, del prendere o lasciare, che nega ai sindacati ruolo e diritto di contrattazione su materie che da svariati decenni sono di competenza delle "parti sociali". Un metodo neocorporativo, decisionista, antidemocratico e antisindacale senza precedenti nella storia nel nostro Paese, se non ai tempi di Mussolini.
Siamo ben oltre la "concertazione" che ha caratterizzato tutti gli anni '80 e '90 e anche il cosiddetto "dialogo sociale" previsto nel "libro bianco" di Maroni. Le uniche relazioni sindacali che questo governo concepisce sono quelle che accettano e applicano, senza fiatare, le sue decisioni anche più immonde. Non è un caso se il neoduce in persona, coadiuvato dal vicepremier, il fascista Fini, ha sferrato un proditorio attacco alla Cgil e al suo segretario Epifani, nel tentativo di emarginarli e di indurre la Cisl e la Uil a firmare l'ennesimo protocollo separato, sul modello del "patto per l'Italia". Vantandosi di "aver convinto l'azienda a modificare il piano presentato ai sindacati", e tacciando di massimalismo la Cgil, Berlusconi ha alluso a inesistenti "atteggiamenti da parte di sindacati che non rispondono a logiche di difesa dei lavoratori ma soltanto a logiche politiche". Ma in questo caso Pezzotta e Angeletti hanno detto di no.
è un accordo pericoloso - ha detto Guglielmo Epifani-. Fino adesso hanno tentato di far realizzare accordi separati, ora raggiungono accordi senza sindacati". "C'è un nuovo accordo separato - ha commentato Savino Pezzotta - quello tra governo e azienda. E un accordo che esclude il sindacato e non contiene modifiche sostanziali al piano". Per Angeletti "Oggi non c'è stata nemmeno una trattativa. L'azienda ha comunicato che avrebbe inviato le lettere. Il governo ha illustrato l'intesa raggiunta con l'azienda. Noi abbiamo semplicemente preso atto".

LICENZIAMENTI NON SOLO FIAT
Pesantissime e nefaste le conseguenze concrete del piano già in atto: 5.600 lavoratori di Fiat Auto, Magneti Marelli e Comau in cassa integrazione a zero ore per un anno circa. Di cui 1.350 a Torino, 1.000 ad Arese, 1.200 a Cassino, 1.800 a Termini Imerese, 250 in altre sedi. Nel luglio 2003 già programmata la Cigs per altri 2.500 dipendenti, che sommati agli altri portano a 8.100 le "eccedenze" dichiarate. Per 2.400 lavoratori sarà attivata la "mobilità lunga" fino al pensionamento. Per altri 1.600 non è previsto il rientro in fabbrica. Per cui, sin da ora si sa che il taglio occupazionale certo ammonta a ben 4 mila unità, parlando solo di Fiat. Ma anche gli altri rientri sono tutt'altro che garantiti, in assenza di una credibile e convincente politica di rilancio industriale. Lo stabilimento di Arese sembra essere condannato alla chiusura, quello di Termini Imerese, a settembre 2003 potrebbe riaprire, questa è la promessa tutta da verificare, ma con un solo turno giornaliero, con condizioni e ritmi di lavoro massacranti alla Melfi, volumi produttivi e organici pressoché dimezzati e a spese di Mirafiori di Torino da cui sarebbe trasferita la produzione di restyling Punto.
Per lo stabilimento torinese le prospettive sono nere: con l'uscita dalla produzione della Panda l'utilizzo degli impianti scenderà sotto il 40 per cento e con una riduzione dei volumi produttivi di quest'ampiezza non può reggere a lungo e si candida alla chiusura. Una "guerra" tra stabilimenti, seguendo la logica "vita mia morte tua", sarebbe altamente deleteria per la tenuta dell'unità di lotta dei lavoratori e porterebbe alla sconfitta certa.
Per effetto domino, queste cifre che riguardano la cassa integrazione e i licenziamenti sono destinate a moltiplicarsi nel vasto indotto legato alla produzione dell'auto, specie a Torino e nel Piemonte. Difficile quantificare complessivamente i posti a rischio. Secondo i sindacati sono 30-40 mila, ma nella peggiore delle ipotesi potrebbero essere di più. Alcuni esempi: la Tnt, azienda dell'indotto Fiat, ha avviato la Cigs per 660 addetti su 1.700, ma per accedere alla cassa integrazione a zero ore dovrà licenziare 300 contratti interinali, per cui gli "esuberi" diventano 1.000. Un'analoga procedura è prevista alla Powertrain per circa 500 lavoratori. La maggioranza dell'indotto opera in piccole e piccolissime aziende per le quali non è prevista la copertura degli "ammortizzatori sociali".

LA RABBIA DEI LAVORATORI
Forte è esplosa la rabbia delle lavoratrici e dei lavoratori appena appreso il fallimento delle trattative e del varo del piano di licenziamenti e di dismissioni della Fiat, che è aumentata ulteriormente a causa dell'invito di Berlusconi a non lamentarsi e a cercare un "lavoro a nero" per arrotondare il reddito proveniente dalla cassa integrazione. "I più volenterosi e fortunati - ha infatti affermato il neoduce di Arcore - troveranno certamente un secondo lavoro, magari non ufficiale, che farebbe comunque derivare una entrata in più nelle casse delle loro famiglie". Hanno iniziato le coraggiose e indomite donne di Termini Imerese le quali, trovandosi con un presidio di 48 ore davanti a Palazzo Chigi, hanno dato fiato alla protesta apostrofando a voce alta e in modo ritmato i governanti con "Buffoni", "fascisti", "vergogna", "ci rubate il futuro" e intonando la canzone antifascista "Bella ciao". Nell'ambito del pacchetto di 8 ore di sciopero per i dipendenti Fiat e dell'indotto si sono svolti cortei, manifestazioni e blocchi stradali e ferroviari in diverse città d'Italia, gli operai di Arese hanno attuato un presidio nel Duomo di Milano. Si fa strada la proposta di uno sciopero generale nazionale dell'industria, nessuna delle tre organizzazioni sindacali scarta questa possibilità.
Si va insomma verso un'estensione e un indurimento della lotta. I lavoratori non sono rassegnati, anzi, e la partita è tutt'altro che chiusa. è perciò tempo di far scendere in campo l'insieme del movimento sindacale e tutti coloro che solidarizzano con gli operai Fiat. Occorre "proclamare rapidamente - come si legge nel documento dell'Ufficio politico del PMLI che pubblichiamo a parte - da parte di tutti i sindacati uno sciopero generale nazionale di otto ore sotto Palazzo Chigi per respingere il piano di Agnelli e così impedire, come obiettivo prioritario, i licenziamenti e la chiusura di stabilimenti". Per nazionalizzare senza indennizzo l'intero gruppo Fiat.