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Lenin, la vita e l'opera

Capitolo 15
L'imperialismo, fase suprema del capitalismo




Nel dicembre 1915 Lenin inizia a lavorare ad una delle sue più importanti opere teoriche: "L'imperialismo fase suprema del capitalismo".
Questo caposaldo della letteratura scientifica marxista-leninista, la cui stesura sarà completata nel giugno 1916, verrà pubblicato in opuscolo a Pietrogrado nell'aprile del 1917.
Scritto nella forma di "saggio popolare", "L'imperialismo fase suprema del capitalismo" analizza e spiega, sulla base di una concezione marxista e applicando coerentemente il metodo di analisi della scienza marxista, le mutate condizioni generate all'inizio del XX secolo dallo sviluppo economico, sociale e politico del capitalismo.
Scriveva Lenin il 6 luglio 1920 nella prefazione alle edizioni francese e tedesca della sua opera: "... l'intento precipuo del libro era e resta quello di dimostrare... qual era il quadro complessivo dell'economia capitalistica mondiale, nelle sue relazioni internazionali ai primordi del secolo XX, alla vigilia della prima guerra imperialista mondiale...
In quest'opuscolo è stata rivolta particolare attenzione alla critica del 'kautskismo', corrente internazionale di idee rappresentata in tutti i paesi del mondo dai teorici più in vista, dai capi della II Internazionale...
Questa corrente di idee è per un verso il prodotto della decomposizione, della putrefazione della II Internazionale, e per un altro il risultato inevitabile dell'ideologia dei piccoli borghesi che tutto il modo di vita tiene prigionieri dei pregiudizi democratici e borghesi.
Queste concezioni di Kautski e simili costituiscono l'abiura di tutti i principi rivoluzionari del marxismo difesi dallo stesso Kautski per decenni, specialmente nella lotta contro l'opportunismo socialista (Bernstein, Millerand, Hyndman, Gompers, ecc.). Non è dunque un caso che i 'kautskiani' di tutto il mondo si siano ora praticamente e politicamente uniti con gli opportunisti estremi (attraverso la II Internazionale o Internazionale gialla) e con i governi borghesi (attraverso i gabinetti borghesi di coalizione con partecipazione dei socialisti)... il partito del proletariato ha il dovere di combattere queste tendenze per strappare alla borghesia i milioni di piccoli proprietari turlupinati e i milioni di lavoratori le cui condizioni di vita sono più o meno piccolo-borghesi...
La scissione internazionale del movimento operaio si è ormai rivelata in pieno (II e III Internazionale). E la lotta armata e la guerra civile tra le due correnti sono ormai un dato di fatto: in Russia, l'appoggio dato dai menscevichi e dai 'socialisti-rivoluzionari' a Kolciak e Denikin contro i bolscevichi; in Germania, gli scheidemanniani e Noske e soci, alleati della borghesia contro gli spartachiani; la stessa cosa in Finlandia, in Polonia, in Ungheria, ecc. Dov'è la base economica di questo fenomeno di portata storica mondiale?
Precisamente nel parassitismo e nella putrefazione del capitalismo che sono propri della sua fase storica culminante: l'imperialismo. Il presente libro dimostra come il capitalismo abbia espresso un pugno... di Stati particolarmente ricchi e potenti che saccheggiano tutto il mondo mediante il semplice 'taglio delle cedole'. L'esportazione dei capitali fa realizzare un lucro che si aggira annualmente sugli 8-10 miliardi di franchi, secondo i prezzi prebellici e le statistiche borghesi di anteguerra. Ora esso è senza dubbio incomparabilmente maggiore.
Ben si comprende che da questo gigantesco soprapprofitto - così chiamato perché si realizza all'infuori e al di sopra del profitto che i capitalisti estorcono agli operai del 'proprio' paese - c'è da trarre quanto basta per corrompere i capi operai e lo strato superiore dell'aristocrazia operaia. E i capitalisti dei paesi 'più progrediti' operano così: corrompono questa aristocrazia operaia in mille modi, diretti e indiretti, aperti e mascherati.
E questo strato di operai imborghesiti, di 'aristocrazia operaia', completamente piccolo-borghese per il suo modo di vita, per i salari percepiti, per la sua filosofia della vita, costituisce il puntello principale della II Internazionale; e ai nostri giorni costituisce il principale puntello sociale (non militare) della borghesia. Questi operai sono veri e propri agenti della borghesia nel movimento operaio, veri e propri commessi della classe capitalista nel campo operaio... veri propagatori di riformismo e di sciovinismo, che durante la guerra civile del proletariato contro la borghesia si pongono necessariamente, e in numero non esiguo, a lato della borghesia...
Se non si comprendono le radici economiche del fenomeno, se non se ne valuta l'importanza politica e sociale, non è possibile fare nemmeno un passo verso la soluzione dei problemi pratici del movimento comunista e della futura rivoluzione sociale.
L'imperialismo è la vigilia della rivoluzione sociale del proletariato. A partire dal 1917 se ne è avuta la conferma in tutto il mondo...
Uno dei tratti più caratteristici del capitalismo - afferma Lenin all'inizio del suo scritto sull'imperialismo - è costituito dall'immenso incremento dell'industria e dal rapidissimo processo di concentrazione della produzione in imprese sempre più ampie...
La concentrazione, a un certo punto della sua evoluzione, porta, per così dire, automaticamente alla soglia del monopolio. Infatti riesce facile a poche decine di imprese gigantesche di concludere reciproci accordi, mentre, d'altro lato, sono appunto le grandi dimensioni delle rispettive aziende che rendono difficile la concorrenza e suscitano, esse stesse, la tendenza al monopolio. Questa trasformazione della concorrenza nel monopolio rappresenta uno dei fenomeni più importanti - forse anzi il più importante - nell'economia del capitalismo moderno... Allorché Marx, mezzo secolo fa, scriveva Il Capitale, la grande maggioranza degli economisti considerava la libertà di commercio una 'legge naturale'. La scienza ufficiale ha tentato di seppellire con la congiura del silenzio l'opera di Marx, che, mediante l'analisi teorica e storica del capitalismo, ha dimostrato come la libera concorrenza determini la concentrazione della produzione, e come questa, a sua volta, a un certo grado di sviluppo, conduca al monopolio. Oggi il monopolio è una realtà. Gli economisti scrivono montagne di libri per descrivere le diverse manifestazioni del monopolio e nondimeno proclamano in coro che il 'marxismo è confutato'. Ma i fatti sono ostinati - dicono gli inglesi - e con essi, volere o no, si debbono fare i conti. I fatti provano che le differenze tra i singoli paesi capitalistici, per esempio in rapporto al protezionismo e alla libertà degli scambi, determinano soltanto differenze non essenziali nelle forme del monopolio, o nel momento in cui appare, ma il sorgere dei monopoli, per effetto del processo di concentrazione, è, in linea generale, legge universale e fondamentale dell'odierno stadio di sviluppo del capitalismo...
I risultati fondamentali della storia dei monopoli sono i seguenti: 1) 1860-1870, apogeo della libera concorrenza. I monopoli sono soltanto in embrione. 2) Dopo la crisi del 1873, ampio sviluppo dei cartelli. Sono però ancora l'eccezione e non sono ancora stabili. Sono un fenomeno di transizione. 3) Ascesa degli affari alla fine del secolo XIX e crisi del 1900-1903. I cartelli diventano una delle basi di tutta la vita economica. Il capitalismo si è trasformato in imperialismo.
I cartelli si mettono d'accordo sulle condizioni di vendita, i termini di pagamento, ecc. Si ripartiscono i mercati. Stabiliscono la quantità delle merci da produrre. Fissano i prezzi. Ripartiscono i profitti tra le singole imprese, ecc...".
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La concorrenza si trasforma in monopolio. Ne risulta un immenso processo di socializzazione della produzione. In particolare si socializza il processo dei miglioramenti e delle invenzioni tecniche.
Ciò è già qualcosa di ben diverso dall'antica libera concorrenza tra imprenditori dispersi e sconosciuti l'uno all'altro, che producevano per lo smercio su mercati ignoti. La concentrazione ha fatto progressi tali che ormai si può fare un calcolo approssimativo di quasi tutte le fonti di materie prime (per esempio i minerali di ferro) di un dato paese, anzi, come vedremo, di una serie di paesi e perfino di tutto il mondo. E non solo si procede a tale calcolo, ma le miniere, i territori produttori vengono accaparrati da colossali consorzi monopolistici. Si calcola approssimativamente la capacità del mercato che viene 'ripartito' tra i consorzi in base ad accordi... Il capitalismo, nel suo stadio imperialistico, conduce decisamente alla più universale socializzazione della produzione; trascina, per così dire, i capitalisti, a dispetto della loro coscienza, in un nuovo ordinamento sociale, che segna il passaggio dalla libertà di concorrenza completa alla socializzazione completa.
Viene socializzata la produzione, ma l'appropriazione dei prodotti resta privata. I mezzi sociali di produzione restano proprietà di un ristretto numero di persone. Rimane intatto il quadro generale della libera concorrenza formalmente riconosciuta, ma l'oppressione che i pochi monopolisti esercitano sul resto della popolazione viene resa cento volte peggiore, più gravosa, più insopportabile...
È sommamente istruttivo dare almeno uno sguardo all'elenco dei mezzi dell'odierna, moderna e civile 'lotta per l'organizzazione' a cui ricorrono i consorzi monopolistici. Essi sono: 1) Privazione delle materie prime... ('uno dei più importanti metodi coercitivi per fare entrare nei cartelli'). 2) Privazione della mano d'opera mediante 'alleanze' (cioè accordi tra organizzazioni di capitalisti e di operai per cui questi ultimi si obbligano a lavorare soltanto per imprese cartellate). 3) Privazione dei trasporti. 4) Chiusura di sbocchi. 5) Accaparramento di clienti mediante clausole di esclusività. 6) Metodico abbassamento dei prezzi allo scopo di rovinare gli 'autonomi', le aziende cioè che non si sottomettono ai monopolisti; si gettano via milioni vendendo per qualche tempo al di sotto del prezzo di costo (nell'industria della benzina si sono dati casi di riduzione da 40 a 22 marchi, cioè quasi della metà). 7) Privazione del credito. 8) Boicottaggio.
Questa non è più la lotta di concorrenza tra aziende piccole e grandi, tra aziende tecnicamente arretrate e aziende progredite, ma lo iugulamento, per opera dei monopoli, di chiunque tenti di sottrarsi al monopolio, alla sua oppressione, al suo arbitrio...
Che i cartelli eliminino le crisi è una leggenda degli economisti borghesi, desiderosi di giustificare ad ogni costo il capitalismo. Al contrario, il monopolio, sorto in alcuni rami d'industria, accresce e intensifica il caos, che è proprio dell'intera produzione capitalistica nella sua quasi totalità. Si accresce ancora più la sproporzione tra lo sviluppo dell'agricoltura e quello dell'industria, che è una caratteristica generale del capitalismo...
I monopoli sono l'ultima parola della 'recentissima fase di sviluppo del capitalismo'. Ma la nostra rappresentazione della forza reale e dell'importanza dei moderni monopoli sarebbe assai incompleta, insufficiente e inferiore alla realtà, se non tenessimo conto della funzione delle banche.

Le banche e la loro nuova funzione

La fondamentale e originaria funzione delle banche consiste nel servire da intermediario nei pagamenti: quindi le banche trasformano il capitale liquido inattivo in capitale attivo, cioè produttore di profitto, raccogliendo tutte le rendite in denaro e mettendole a disposizione dei capitalisti.
Ma, a mano a mano che le banche si sviluppano e si concentrano in poche istituzioni, si trasformano da modeste mediatrici in potenti monopoliste, che dispongono di quasi tutto il capitale liquido di tutti i capitalisti e piccoli industriali, e così pure della massima parte dei mezzi di produzione e delle sorgenti di materie prime di un dato paese e di tutta una serie di paesi. Questa trasformazione di numerosi piccoli intermediari in un gruppetto di monopolisti costituisce uno dei processi fondamentali della trasformazione del capitalismo in imperialismo capitalista. Dobbiamo quindi, anzitutto, rivolgere il nostro esame alla concentrazione delle banche".
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Continuando nella sua analisi, Lenin sottolinea come la funzione delle banche sia mutata acquisendo un'importanza sempre maggiore in concomitanza del processo di concentrazione del capitale e dell'aumento del giro d'affari.
"In luogo dei capitalisti separati sorge un unico capitalista collettivo. La banca, tenendo il conto corrente di parecchi capitalisti, compie apparentemente una funzione puramente tecnica, esclusivamente ausiliaria. Ma non appena quest'operazione ha assunto dimensioni gigantesche, ne risulta che un pugno di monopolizzatori si assoggettano le operazioni industriali e commerciali dell'intera società capitalista, giacché, mediante i loro rapporti bancari, conti correnti e altre operazioni finanziarie, conseguono la possibilità anzitutto di essere esattamente informati sull'andamento degli affari dei singoli capitalisti, quindi di controllarli, di influire su di loro, allargando o restringendo il credito, facilitandolo od ostacolandolo e infine di deciderne completamente la sorte, di fissare la loro redditività, di sottrarre loro il capitale o di dar loro la possibilità di aumentarlo rapidamente e in enormi proporzioni, e così via...
In tutti i paesi capitalistici, qualunque sia la loro legislazione bancaria, in ogni caso si rafforza e si accelera, di mille doppi, per opera delle banche, il processo di concentrazione del capitale, di costituzione dei monopoli...
Ma precisamente nell'intimo nesso tra le banche e l'industria appare, nel modo più evidente, la nuova funzione delle banche. Quando la banca sconta le cambiali di un dato industriale, gli apre un conto corrente, ecc., queste operazioni, considerate isolatamente, non scemano in nulla l'indipendenza di quell'industriale e la banca resta nei limiti di una modesta agenzia di mediazione. Ma non appena tali operazioni diventano frequenti e si consolidano, non appena la banca 'accumula' capitali enormi, non appena la tenuta del conto corrente di un dato imprenditore mette la banca in grado di conoscere, sempre più esattamente e completamente, la situazione economica del suo cliente, e questo appunto si va verificando, allora ne risulta una sempre più completa dipendenza del capitalista-industriale dalla banca.
Nello stesso tempo si sviluppa, per così dire un'unione personale della banca con le maggiori imprese industriali e commerciali, una loro fusione mediante il possesso di azioni o l'entrata dei direttori di banche nei Consigli di amministrazione delle imprese industriali e commerciali e viceversa...
L''unione personale' delle banche con l'industria è completata dall''unione personale' di entrambe col governo. 'Volentieri si assegnano posti di consiglieri di amministrazione a persone dal nome sonoro - scrive Jeidels - e anche ad ex funzionari statali, che nei rapporti con le autorità possono ottenere più di un'agevolazione [!!]...'
Pertanto i grandi monopoli capitalistici si producono e si sviluppano, a tutto vapore, per tutte le vie 'naturali' e 'soprannaturali'. Si forma sistematicamente una certa divisione del lavoro tra poche centinaia di finanzieri, veri re della moderna società capitalistica.

L'esportazione del capitale

Per il vecchio capitalismo, sotto il pieno dominio della libera concorrenza, era caratteristica l'esportazione di merci; per il più recente capitalismo, sotto il dominio dei monopoli, è diventata caratteristica l'esportazione di capitale.
Il capitalismo è la produzione mercantile al suo massimo grado di sviluppo, quando anche la forza-lavoro è diventata una merce. Segno caratteristico del capitalismo è l'aumento dello scambio delle merci così all'interno del paese come, specialmente, sul mercato internazionale. Nel capitalismo sono inevitabili la disuguaglianza e la discontinuità nello sviluppo di singole imprese, di singoli rami industriali, di singoli paesi...
L'esportazione di capitali influisce sullo sviluppo del capitalismo nei paesi nei quali affluisce, accelerando tale sviluppo. Pertanto se tale esportazione, sino a un certo punto, può determinare una stasi nello sviluppo dei paesi esportatori, tuttavia non può non dare origine a una più elevata e intensa evoluzione del capitalismo in tutto il mondo.
I paesi esportatori di capitale hanno quasi sempre la possibilità di godere certi 'vantaggi', la cui natura pone in chiara luce gli specifici caratteri dell'epoca del capitale finanziario e dei monopoli...
Il capitale finanziario ha creato l'epoca dei monopoli. Ma questi recano ovunque con sé principi monopolistici: in luogo della concorrenza sul mercato aperto, appare l'utilizzazione delle 'buone relazioni' allo scopo di concludere affari redditizi. La cosa più frequente nella concessione dei crediti è quella di mettere come condizione che una parte del denaro prestato debba venire impiegato nell'acquisto di prodotti del paese che concede il prestito, specialmente di materiale da guerra, navi, ecc...
I paesi esportatori di capitali si sono spartiti il mondo sulla carta, ma il capitale finanziario ha condotto anche una divisione del mondo vera e propria...

L'imperialismo, particolare stadio del capitalismo

L'imperialismo
- scrive ancora Lenin - sorse dall'evoluzione e in diretta continuazione delle qualità fondamentali del capitalismo in generale. Ma il capitalismo divenne imperialismo capitalistico soltanto a un determinato e assai alto grado del suo sviluppo, allorché alcune qualità fondamentali del capitalismo cominciarono a mutarsi nel loro opposto, quando pienamente si affermarono e si rivelarono i sintomi del trapasso a un più elevato ordinamento economico e sociale. In questo processo vi è di fondamentale, nei rapporti economici, la sostituzione dei monopoli capitalistici alla libera concorrenza. La libera concorrenza è l'elemento essenziale del capitalismo e della produzione mercantile in generale; il monopolio è il diretto contrapposto della libera concorrenza. Ma fu proprio quest'ultima che cominciò, sotto i nostri occhi, a trasformarsi in monopolio, creando la grande produzione, eliminando la piccola industria, sostituendo alle grandi fabbriche altre ancor più grandi, e spingendo tanto oltre la concentrazione della produzione e del capitale...
Nello stesso tempo i monopoli, sorgendo dalla libera concorrenza, non la eliminano, ma coesistono, originando così una serie di aspre e improvvise contraddizioni, di attriti e conflitti. Il sistema dei monopoli è il passaggio del capitalismo a un ordinamento superiore.
Se si volesse dare la definizione più concisa possibile dell'imperialismo, si dovrebbe dire che l'imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo. Tale definizione conterrebbe l'essenziale, giacché da un lato il capitale finanziario è il capitale bancario delle poche grandi banche monopolistiche fuso col capitale delle unioni monopolistiche industriali, e dall'altro lato la ripartizione del mondo significa passaggio dalla politica coloniale, estendendosi senza ostacoli ai territori non ancor dominati da nessuna potenza capitalistica, alla politica coloniale del possesso monopolistico della superficie terrestre definitivamente ripartita.
Ma tutte le definizioni troppo concise... si dimostrano tuttavia insufficienti quando da esse debbono dedursi i tratti più essenziali del fenomeno da definire...
Dobbiamo dare una definizione dell'imperialismo che contenga i suoi cinque principali contrassegni, e cioè: 1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica; 2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo 'capitale finanziario', di un'oligarchia finanziaria; 3) la grande importanza acquistata dall'esportazione di capitale in confronto con l'esportazione di merci; 4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche. L'imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l'esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell'intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici...
Nondimeno bisogna discutere sulla definizione dell'imperialismo, innanzi tutto col maggiore teorico marxista del periodo della cosiddetta II Internazionale, cioè dei venticinque anni dal 1889 al 1914, con Karl Kautski...
Ecco la definizione kautskiana: 'L'imperialismo è il prodotto del capitalismo industriale, altamente sviluppato. Esso consiste nella tendenza di ciascuna nazione capitalistica industriale ad assoggettarsi e ad annettersi un sempre più vasto territorio agrario... senza preoccupazioni delle nazioni che lo abitano'. Questa definizione non vale un'acca, poiché è unilaterale, arbitrariamente discerne soltanto la questione nazionale... arbitrariamente ed erroneamente connette tale questione soltanto col capitale industriale dei paesi che annettono altre nazioni, e altrettanto arbitrariamente ed erroneamente mette in rilievo l'annessione di territori agrari.
L'imperialismo è la tendenza alle annessioni: a questo si riduce la parte politica della definizione kautskiana. È esatta, ma molto incompleta, poiché, politicamente, imperialismo significa, in generale, tendenza alla violenza e alla reazione. Ma qui ci preoccupiamo specialmente del lato economico della questione, incluso da Kautski stesso nella sua definizione. Gli errori della definizione kautskiana saltano agli occhi. Per l'imperialismo non è caratteristico il capitale industriale, ma quello finanziario. Non per caso in Francia, in particolare, il rapido incremento del capitale finanziario, mentre il capitale industriale decadeva dal 1880 in poi, ha determinato un grande intensificarsi della politica annessionista (coloniale). È caratteristica dell'imperialismo appunto la sua smania non soltanto di conquistare territori agrari, ma di metter mano anche su paesi fortemente industriali (bramosie della Germania sul Belgio, della Francia sulla Lorena), giacché in primo luogo il fatto che la terra è già spartita costringe, quando è in corso una nuova spartizione, ad allungare le mani su paesi di qualsiasi genere, e, in secondo luogo, per l'imperialismo è caratteristica la gara di alcune grandi potenze in lotta per l'egemonia, cioè per la conquista di terre, diretta non tanto al proprio beneficio quanto a indebolire l'avversario e a minare la sua egemonia (per la Germania, il Belgio ha particolare importanza come punto d'appoggio contro l'Inghilterra; per questa a sua volta è importante Bagdad come punto d'appoggio contro la Germania, ecc.)'.
'Dal punto di vista strettamente economico - scrive Kautski - non può escludersi che il capitalismo attraverserà ancora una nuova fase: quella cioè dello spostamento della politica dei cartelli nella politica estera. Si avrebbe allora la fase dell'ultra-imperialismo', cioè del superimperialismo, della unione degli imperialismi di tutto il mondo e non della guerra tra essi, la fase della fine della guerra in regime capitalista, la fase dello 'sfruttamento collettivo del mondo ad opera del capitale finanziario internazionalmente coalizzato'...
Per rimanere fedeli a tutta l'impostazione del presente saggio, anzitutto vogliamo esporre i precisi dati economici della questione. È possibile un 'ultra-imperialismo' dal 'punto di vista strettamente economico', oppure esso non rappresenta che un'ultra-stupidità?... Se invece si parla delle condizioni 'puramente economiche' dell'epoca del capitale finanziario come epoca storicamente concreta, che coincide con gli inizi del secolo XX, allora si ottiene la migliore risposta alla morta astrazione dell''ultra-imperialismo' (la quale serve soltanto allo scopo reazionario di distogliere l'attenzione dalla gravità delle contraddizioni esistenti), contrapponendole la concreta realtà economica dell'economia mondiale contemporanea. Le chiacchiere di Kautski sull'ultra-imperialismo favoriscono, tra l'altro, una idea profondamente falsa e atta soltanto a portare acqua al mulino degli apologeti dell'imperialismo, cioè la concezione secondo cui il dominio del capitale finanziario attutirebbe le sperequazioni e le contraddizioni in seno all'economia mondiale, mentre, in realtà, le acuisce.
Il capitale finanziario e i trust acuiscono, non attenuano, le differenze nella rapidità di sviluppo dei diversi elementi dell'economia mondiale. Ma non appena i rapporti di forza sono modificati, in quale altro modo in regime capitalistico si possono risolvere i contrasti se non con la forza?
L'imperialismo è l'immensa accumulazione in pochi paesi di capitale liquido... Da ciò segue, inevitabilmente, l'aumentare della classe o meglio del ceto dei rentiers, cioè di persone che vivono del 'taglio di cedole', non partecipano ad alcuna impresa e hanno per professione l'ozio. L'esportazione di capitale, uno degli essenziali fondamenti economici dell'imperialismo, intensifica questo completo distacco del ceto dei rentiers dalla produzione e dà un'impronta di parassitismo a tutto il paese, che vive dello sfruttamento del lavoro di pochi paesi e colonie d'oltre oceano...
Nel Paese più 'commerciale' del mondo i profitti dei rentiers superano di cinque volte quelli del commercio estero! In ciò sta l'essenza dell'imperialismo e del parassitismo imperialista.
Per tale motivo nella letteratura economica sull'imperialismo è di uso corrente il concetto di 'Stato rentier' (Reinterstaat) o Stato usuraio. Il mondo si divide in un piccolo gruppo di Stati usurai e in una immensa massa di Stati debitori.
L'imperialismo, che significa la spartizione di tutto il mondo e lo sfruttamento... che significa alti profitti monopolistici a beneficio di un piccolo gruppo di paesi più ricchi, crea la possibilità economica di corrompere gli strati superiori del proletariato, e, in tal guisa, di alimentare, foggiare e rafforzare l'opportunismo.
L'imperialismo tende a costituire tra i lavoratori categorie privilegiate e a staccarle dalla grande massa dei proletari.
Occorre rilevare come in Inghilterra la tendenza dell'imperialismo a scindere la classe lavoratrice, a rafforzare in essa l'opportunismo, e quindi a determinare per qualche tempo il ristagno del movimento operaio, si sia manifestata assai prima della fine del XIX e degli inizi del XX secolo. Ivi, infatti, le due importanti caratteristiche dell'imperialismo, cioè un grande possesso coloniale e una posizione di monopolio nel mercato mondiale, apparvero fin dalla metà del secolo XIX. Marx ed Engels seguirono per decenni, sistematicamente, la connessione dell'opportunismo in seno al movimento operaio con le peculiarità imperialiste del capitalismo inglese. Per esempio Engels scriveva a Marx il 7 ottobre 1858: '... l'effettivo progressivo imborghesimento del proletariato inglese, di modo che a questa nazione, che è la più borghese di tutte, sembra voglia portare le cose al punto da avere un'aristocrazia borghese e un proletariato accanto alla borghesia. In una nazione che sfrutta il mondo intero, ciò è in un certo qual modo spiegabile'. Circa un quarto di secolo più tardi, in una lettera dell'11 agosto 1881, egli parla delle 'peggiori Trade-unions inglesi che si lasciano guidare da uomini che sono venduti alla borghesia o per lo meno pagati da essa'. In una lettera a Kautski del 12 settembre 1882, Engels scriveva: 'Ella mi domanda che cosa pensino gli operai della politica coloniale. Ebbene: precisamente lo stesso che della politica in generale. In realtà non esiste qui alcun partito operaio, ma solo radicali, conservatori e radical-liberali, e gli operai si godono tranquillamente insieme con essi il monopolio commerciale e coloniale dell'Inghilterra sul mondo'... (Lo stesso dice Engels nella prefazione alla seconda edizione (1892) della Situazione della classe operaia in Inghilterra).
Qui sono svelati chiaramente cause ed effetti. Cause: 1) sfruttamento del mondo intero per opera di un determinato paese; 2) sua posizione di monopolio sul mercato mondiale; 3) suo monopolio coloniale. Effetti: 1) imborghesimento di una parte del proletariato inglese; 2) una parte del proletariato si fa guidare da capi che sono comprati o almeno pagati dalla borghesia. L'imperialismo dell'inizio del XX secolo ha ultimato la spartizione del mondo tra un piccolo pugno di Stati, ciascuno dei quali sfrutta attualmente (nel senso di spremerne soprapprofitti) una parte del 'mondo' quasi altrettanto vasta che quella dell'Inghilterra nel 1858; ciascuno di essi ha sul mercato mondiale una posizione di monopolio grazie ai trust, ai cartelli, al capitale finanziario e ai rapporti da creditore a debitore; ciascuno possiede, fino ad un certo punto, un monopolio coloniale (vedemmo che dei 75 milioni di chilometri quadrati di tutte le colonie del mondo, ben 65 milioni, cioè l'86% sono nelle mani delle sei grandi potenze; 61 milioni, cioè l'81%, appartengono a tre solo potenze)".
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Critica dell'imperialismo

Intendiamo
- scrive Lenin nel nono capitolo della sua opera - la critica dell'imperialismo in senso ampio, cioè come atteggiamento delle diverse classi sociali verso la politica dell'imperialismo in connessione con la loro ideologia generale.
Da un lato le gigantesche dimensioni assunte dal capitale finanziario, concentratosi in poche mani e costituente una fitta e ramificata rete di relazioni e di collegamenti, che mettono alla sua dipendenza non solo i medi e i piccoli proprietari e capitalisti, ma anche i piccolissimi, dall'altro lato l'inasprirsi della lotta con gli altri gruppi finanziari nazionali per la spartizione del mondo e il dominio sugli altri paesi; tutto ciò determina il passaggio della massa delle classi possidenti, senza eccezione, dal lato dell'imperialismo. Entusiasmo 'universale' per le prospettive offerte dall'imperialismo; furiosa difesa ed abbellimento di esso: ecco i segni della nostra età. L'ideologia imperialista si fa strada anche nella classe operaia, che non è separata dalle altre classi da una muraglia cinese... A ragione i capi della cosiddetta 'socialdemocrazia' di Germania vengono qualificati 'socialimperialisti', cioè socialisti a parole, imperialisti nei fatti...
Nella critica dell'imperialismo le questioni fondamentali sono: la possibilità o meno di mutare le basi dell'imperialismo mediante riforme, e l'opportunità di spingere verso un ulteriore inasprimento e approfondimento degli antagonismi generati dall'imperialismo o di tentarne, invece, un'attenuazione. Siccome le particolarità dell'imperialismo sono: reazione politica su tutta la linea e intensificazione dell'oppressione nazionale, conseguenze del giogo dell'oligarchia finanziaria e dell'eliminazione della libera concorrenza, così all'inizio del XX secolo in quasi tutti i paesi imperialistici sorse un'opposizione democratica piccolo-borghese. E la rottura di Kautski e del vasto movimento kautskiano internazionale con il marxismo consiste appunto nel fatto che non solo Kautski non ha pensato di contrapporsi a questa opposizione riformistica piccolo-borghese, reazionaria nei suoi fondamenti economici, ma anzi si è totalmente confuso con essa...
Citando Hilferding, Lenin così prosegue: 'La risposta del proletariato alla politica economica del capitale finanziario, la risposta all'imperialismo, non può essere il libero scambio, ma solo il socialismo. Non l'ideale ormai divenuto reazionario del ripristino della libera concorrenza, ma solo il completo superamento della concorrenza mediante il completo superamento del capitalismo può essere l'obiettivo della politica proletaria'.
Kautski - afferma Lenin - ha rotto definitivamente ogni legame col marxismo, difendendo per l'epoca del capitale finanziario un 'ideale reazionario', la 'pacifica democrazia', il 'semplice peso dei fattori economici', giacché, obiettivamente, simile idea ci ricaccia indietro, dal capitalismo monopolistico al capitalismo non monopolistico, ed è una frode riformista...
Ammettiamo dunque che in regime di libera concorrenza, senza monopolio di sorta, il capitalismo e il commercio si sarebbero sviluppati più rapidamente. Ma quanto più rapido è lo sviluppo del commercio e del capitalismo, tanto più intensa è appunto la concentrazione della produzione e del capitale, la quale a sua volta genera il monopolio. E i monopoli sono già stati generati appunto dalla libera concorrenza! Se anche i monopoli avessero attualmente l'effetto di ritardare lo sviluppo, questa non sarebbe ancora una ragione a favore della libera concorrenza, che è diventata impossibile una volta che ha generato i monopoli.
Da qualsiasi parte giriate i ragionamenti di Kautski, in essi non troverete altro che lo spirito reazionario e il riformismo borghese...
In regime capitalista non si può pensare a nessun'altra base per la ripartizione delle sfere d'interessi e d'influenza, delle colonie, ecc., che non sia la valutazione della potenza dei partecipanti alla spartizione, della loro generale potenza economica, finanziaria, militare, ecc. Ma i rapporti di potenza si modificano, nei partecipanti alla spartizione, difformemente, giacché in regime capitalista non può darsi sviluppo uniforme di tutte le singole imprese, trust, rami d'industria, paesi, ecc... Si può 'immaginare' che nel corso di 10-20 anni i rapporti di forza tra le potenze imperialiste rimangano immutati? Assolutamente no.
Pertanto, nella realtà capitalista, e non nella volgare fantasia filistea dei preti inglesi o del 'marxista' tedesco Kautski, le alleanze 'inter-imperialiste' o 'ultra-imperialiste' non sono altro che un 'momento di respiro' tra una guerra e l'altra, qualsiasi forma assumano dette alleanze, sia quella di una coalizione imperialista contro un'altra coalizione imperialista, sia quella di una lega generale tra tutte le potenze imperialiste. Le alleanze di pace preparano le guerre e a loro volta nascono da queste; le une e le altre forme si determinano reciprocamente e producono, su di un unico e identico terreno, dei nessi imperialistici e dei rapporti dell'economia mondiale e della politica mondiale, l'alternarsi della forma pacifica e non pacifica della lotta...
La tendenza di Kautski a stendere l'ombra sui profondi antagonismi dell'imperialismo - atteggiamento che, inevitabilmente, si trasforma in abbellimento dell'imperialismo - si rispecchia anche nella critica ch'egli fa delle particolarità politiche dell'imperialismo. L'imperialismo è l'era del capitale finanziario e poi dei monopoli, che sviluppano dappertutto la tendenza al dominio, non già alla libertà. Da tali tendenze risulta una intensa reazione, in tutti i campi, in qualsiasi regime politico, come pure uno straordinario acuirsi di tutti i contrasti anche in questo campo. Specialmente si acuisce l'oppressione delle nazionalità e la tendenza alle annessioni, cioè alla soppressione della indipendenza nazionale (giacché annessione significa precisamente soppressione dell'autodecisione delle nazioni)".
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