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Lenin, la vita e l'opera

Capitolo 24
La fondazione dell'Internazionale Comunista



"Malgrado tutto, in molti paesi esistono degli elementi socialdemocratici rivoluzionari... Raccogliere questi elementi marxisti, per quanto poco numerosi essi siano all'inizio, ricordare in loro nome le parole oggi dimenticate del socialismo autentico, invitare gli operai di tutti i paesi a rompere con gli sciovinisti ed a porsi sotto la vecchia bandiera del marxismo: ecco il compito del giorno...
È pienamente comprensibile che, per realizzare una organizzazione marxista internazionale, è necessario preparare la creazione di partiti marxisti indipendenti nei diversi paesi. La Germania, essendo il paese del più vecchio e più forte movimento operaio, ha un'importanza decisiva. Il prossimo avvenire dimostrerà se sono già maturate le condizioni per la creazione di una nuova Internazionale marxista...".130
Poco più di tre anni dopo aver scritto queste parole, all'indomani del grande Ottobre sovietico nel suo Rapporto alla Seduta comune del Comitato Esecutivo Centrale di Russia, del Soviet di Mosca, dei Comitati di fabbrica e di officina e dei Sindacati, Lenin sottolinea: "... un grande movimento proletario si è sviluppato anche in altri paesi...
Il bolscevismo è diventato la teoria e la tattica mondiale del proletariato internazionale. Il bolscevismo ha operato in modo tale che davanti a tutto il mondo si è svolta una rivoluzione socialista organizzata e che nella pratica, in concreto, sulla questione 'pro e contro i bolscevichi', si sta producendo una scissione fra i socialisti. Il bolscevismo ha operato in modo tale che è divenuto il programma della creazione di uno Stato proletario. Gli operai che ignoravano la situazione della Russia, perché leggevano soltanto i giornali borghesi pieni di menzogne e di calunnie, hanno cominciato a capire, vedendo che il governo proletario riporta una vittoria dopo l'altra sui controrivoluzionari all'interno, vedendo che l'unico modo di uscire dalla guerra è la nostra tattica, la forma rivoluzionaria di azione del nostro governo operaio...".
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Ciò che appare evidente da queste parole di Lenin è che stavano ormai giungendo a maturazione le condizioni che rendevano non solo attuabile ma necessario dare uno strumento fattivo alla coesione e all'unità della classe operaia marxista e rivoluzionaria dei diversi paesi, al realizzarsi dell'internazionalismo proletario.
La vittoria della Rivoluzione d'Ottobre rese evidente il fallimento completo e definitivo della II Internazionale e, per contro, diede l'impulso decisivo alla nascita dell'Internazionale Comunista sulla base dei principi concepiti da Marx ed Engels, principi di cui avevano fatto scempio i dirigenti socialdemocratici opportunisti della II Internazionale.
Il 21 gennaio 1919 Lenin scrisse una lettera indirizzata agli operai d'Europa e d'America; lettera che fu pubblicata, il 24 gennaio, dai giornali "Pravda" e "Izvestia". Agli operai del vecchio e del nuovo continente Lenin diceva: "Il 20 agosto 1918 solo il nostro partito, il partito bolscevico, aveva rotto decisivamente con la vecchia Internazionale, con la II Internazionale del periodo 1889-1914, che era fallita così vergognosamente durante la guerra imperialistica del 1914-1918. Solo il nostro partito si era avviato per una nuova strada, passando dal socialismo e dal socialdemocratismo, copertisi di vergogna per la loro alleanza con la brigantesca borghesia, al comunismo, passando dal riformismo e dall'opportunismo piccolo-borghese, che permeavano e permeano tuttora profondamente i partiti socialdemocratici e socialisti ufficiali, a una tattica realmente proletaria e rivoluzionaria.
Oggi, 12 gennaio 1919, vediamo già tutta una seria di partiti proletari comunisti, non solo entro i confini del vecchio impero zarista, per esempio in Lettonia, in Finlandia, in Polonia, ma anche nell'Europa occidentale, in Austria, in Ungheria, in Olanda e, infine, in Germania. Nel momento in cui la tedesca 'Lega di Spartaco', con dirigenti così illustri e noti in tutto il mondo, con difensori della classe operaia così fedeli come Liebknecht, Rosa Luxemburg, Clara Zetkin, Franz Mehring, ha rotto definitivamente i suoi rapporti con i socialisti del genere di Scheidemann e di Sudekum, con questi socialsciovinisti (socialisti a parole e sciovinisti nei fatti) che si sono disonorati per sempre a causa della loro alleanza con la brigantesca borghesia imperialistica di Germania e con Guglielmo II, nel momento in cui la 'Lega di Spartaco' ha assunto il nome di 'Partito comunista di Germania', la fondazione della III Internazionale, dell'Internazionale comunista, realmente
proletaria, realmente internazionalistica, realmente rivoluzionaria, è divenuta un fatto. Questa fondazione non è stata ancora sancita formalmente, ma di fatto la III Internazionale già esiste...
Oggi, 12 gennaio 1919, registriamo un poderoso movimento 'sovietico' non solo nelle regioni del vecchio impero zarista, in Lettonia, per esempio, in Polonia e in Ucraina, ma anche nei paesi dell'Europa occidentale nei paesi neutrali (Svizzera, Olanda, Norvegia) e in quelli che hanno sofferto per la guerra (Austria, Germania). La rivoluzione in Germania, che è particolarmente importante e caratteristica, perché la Germania è uno dei paesi capitalistici più progrediti, ha assunto subito delle forme 'sovietiche'. Tutto il processo di sviluppo della rivoluzione tedesca e, in particolare, la lotta degli 'spartachisti', cioè dei veri e unici rappresentanti del proletariato, contro l'alleanza tra la canaglia traditrice dei Sudekum e degli Scheidemann e la borghesia, mostrano chiaramente come la storia ponga il problema nei riguardi della Germania.
O il 'potere sovietico' o il parlamento borghese, qualunque sia l'insegna (Assemblea 'nazionale' o Assemblea 'costituente') sotto cui si presenta.
È questa l'impostazione storico-mondiale del problema: cosa che possiamo e dobbiamo dire senza tema di esagerare.
Il 'potere sovietico' è il secondo atto storico mondiale o la seconda fase di sviluppo della dittatura del proletariato. Il primo atto è stato la Comune di Parigi. La geniale analisi del contenuto e della portata di questa Comune, fatta da Marx nella Guerra civile in Francia, ha mostrato come la Comune abbia creato un nuovo tipo di Stato, lo Stato proletario. Ogni Stato, persino la repubblica più democratica, non è altro che una macchina con cui una classe schiaccia un'altra classe. Lo Stato proletario è la macchina con cui il proletariato schiaccia la borghesia, e questa repressione è necessaria, a causa della furiosa e disperata resistenza, che non arretra dinanzi a niente, opposta dai grandi proprietari fondiari e dai capitalisti, da tutta la borghesia e da tutti i suoi accoliti, da tutti gli sfruttatori, non appena ha iniziato il loro rovesciamento, non appena comincia l'espropriazione degli espropriatori.
Il parlamento borghese, sia pure il più democratico nella repubblica più democratica, nella quale permanga la proprietà dei capitalisti e il loro potere, è la macchina di cui un pugno di sfruttatori si serve per schiacciare milioni di lavoratori. I socialisti, lottando per emancipare i lavoratori dallo sfruttamento, hanno dovuto utilizzare i parlamenti borghesi, come una tribuna, come una delle basi per la propaganda, per l'agitazione, per l'organizzazione, fino a che la nostra lotta è rimasta entro i limiti del regime borghese. Ma oggi che la storia mondiale ha posto all'ordine del giorno il compito di distruggere tutto questo regime, di abbattere e schiacciare gli sfruttatori, di passare dal capitalismo al socialismo, oggi, limitarsi al parlamentarismo borghese, alla democrazia borghese, abbellire questa democrazia come 'democrazia' in generale, celarne il carattere borghese, dimenticare che il suffragio universale, fino a che perdura la proprietà dei capitalisti, è solo una delle armi dello Stato borghese, significa tradire vergognosamente il proletariato, passare dalla parte del suo nemico di classe, dalla parte della borghesia, significa essere un traditore e un rinnegato.
Le tre tendenze del socialismo mondiale, di cui la stampa bolscevica ha parlato instancabilmente dopo il 1915, si delineano dinanzi a noi con singolare evidenza, alla luce della lotta sanguinosa e della guerra civile in Germania.
Il nome di Karl Liebknecht è noto agli operai di tutti i paesi. Dappertutto, e in particolare nei paesi dell'Intesa, questo nome è il simbolo della dedizione del capo agli interessi del proletariato, il simbolo della fedeltà alla rivoluzione socialista. Questo nome è il simbolo di una lotta realmente sincera e piena di abnegazione, di una lotta implacabile contro il capitalismo. Questo nome è il simbolo di una lotta intransigente contro l'imperialismo, non a parole ma nei fatti, di una lotta aperta a tutti i sacrifici nel momento stesso in cui il 'proprio' paese è intossicato dalle vittorie imperialistiche. Con Liebknecht e con gli 'spartachisti' si schiera quanto c'è ancora di onesto e di realmente rivoluzionario tra i socialisti della Germania, si schierano tutti gli elementi migliori e più convinti del proletariato, tutte le masse degli sfruttati che fremono di sdegno e sono sempre più pronte alla rivoluzione.
Contro Liebknecht sono gli Scheidemann, i Sudekum e tutta questa banda di spregevoli servitori del Kaiser e della borghesia. Sono dei traditori del socialismo come i Gompers e i Victor Berger, gli Henderson e i Webb, i Renaudel e i Vandervelde. Sono lo strato superiore degli operai comprati dalla borghesia, che noi bolscevichi (rivolgendoci ai Sudekum russi, ai menscevichi) chiamiamo 'agenti della borghesia nel movimento operaio' e che i migliori socialisti d'America hanno battezzato, con un'espressione meravigliosa per la sua espressività e per la sua profonda verità, come 'labor lieutenants of the capitalist class', luogotenenti operai della classe capitalistica. È questo il tipo più recente e moderno di traditore del socialismo, perché in tutti i paesi civili, progrediti, la borghesia depreda, mediante l'oppressione coloniale o traendo 'profitti' finanziari da paesi deboli formalmente indipendenti, una popolazione molto più numerosa di quella del 'proprio' paese. Di qui la possibilità economica dei 'sovrapprofitti' per la borghesia imperialistica e l'impiego di una parte di questi sovrapprofitti per corrompere l'esiguo strato superiore del proletariato, per trasformarlo in piccola borghesia riformistica, opportunistica, che ha paura della rivoluzione.
Tra gli spartachisti e i seguaci di Scheidemann ci sono i 'kautskiani' esitanti e privi di carattere, che la pensano come Kautsky, che a parole sono 'indipendenti' ma che di fatto dipendono per intero e su tutta la linea oggi dalla borghesia e dai fautori di Scheidemann, domani dagli spartachisti, che in parte seguono i primi e in parte i secondi, che non hanno idee, carattere, una linea politica, onore, coscienza, che sono l'incarnazione vivente della confusione dei filistei, i quali a parole sono per la rivoluzione socialista, ma che di fatto sono incapaci di capirla, non appena è cominciata, e difendono da rinnegati la 'democrazia' in generale, così difendono nei fatti la democrazia borghese.
In ogni paese capitalistico ogni operaio che rifletta riconoscerà, nella situazione ogni volta diversa in rapporto alle condizioni nazionali e storiche, proprio queste tre tendenze fondamentali tanto tra i socialisti quanto fra i sindacalisti, poiché la guerra imperialistica e l'inizio della rivoluzione proletaria mondiale generano nel mondo intero correnti ideali e politiche omogenee.
Le righe precedenti erano state scritte prima del selvaggio e infame assassinio di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg per opera del governo di Ebert e Scheidemann. Questi carnefici, che strisciano servilmente davanti alla borghesia, hanno permesso alle guardie bianche tedesche, cani da guardia dalla sacra proprietà capitalistica, di linciare Rosa Luxemburg, di colpire alle spalle Karl Liebknecht, adducendo il pretesto palesemente falso di una sua 'fuga'... Non vi sono parole per esprimere la turpitudine e l'infamia di questo omicidio commesso da sedicenti socialisti. Evidentemente, la storia ha scelto una strada nella quale la funzione dei 'luogotenenti operai della classe capitalistica' deve essere svolta fino all''estremo limite' della ferocia, della bassezza e della vigliaccheria. Continuino gli sciocchi kautskiani a parlare nel loro giornale, Die Freiheit, di un 'tribunale' dei rappresentanti di 'tutti' i partiti 'socialisti' (queste anime servili continuano a chiamare socialisti il boia Scheidemann)! Gli eroi dell'ottusità filistea e della viltà piccolo-borghese non capiscono neppure che il tribunale è un organo del potere statale e che la lotta e la guerra civile in Germania si svolgono appunto per stabilire in quali mani sarà questo potere: nelle mani della borghesia, a cui prestano i loro 'servigi' gli Scheidemann, come carnefici e istigatori di pogrom, i Kautsky, come esaltatori della 'democrazia pura', o nelle mani del proletariato, che rovescerà gli sfruttatori capitalistici e ne schiaccerà la resistenza...
Gli sfruttatori hanno ancora in mano tanta forza da poter uccidere e linciare i dirigenti migliori della rivoluzione proletaria mondiale, da aggravare i sacrifici e le sofferenze degli operai nelle regioni e nei paesi occupati e conquistati. Ma gli sfruttatori di tutto il mondo non avranno tanta forza da poter frenare la vittoria della rivoluzione proletaria mondiale, che emancipa l'umanità dall'oppressione del capitale, dall'eterna minaccia di nuove guerre imperialistiche, inevitabili nell'epoca del capitalismo".
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Il consolidamento del potere sovietico in Russia dopo i tre anni durissimi seguiti alla vittoriosa rivoluzione dell'ottobre 1917 e l'uscita della Rsfsr dal conflitto mondiale rafforzarono nella classe operaia internazionale l'immagine del socialismo e il prestigio del partito bolscevico rinsaldando la volontà rivoluzionaria del proletariato e dei popoli dei vari paesi. Scioperi e agitazioni politiche si ebbero nei maggiori paesi dell'Europa occidentale, i moti rivoluzionari in Germania e Austria-Ungheria portarono all'abbattimento dei regimi monarchici, alla dissoluzione dell'impero austro-ungarico e alla nascita di nuovi Stati nazionali; mentre un grande impulso ebbero le lotte di liberazione nazionali in Egitto, Turchia, nei territori persiani, così come in Corea, India e Cina.
Le avanguardie coscienti e rivoluzionarie di numerosi paesi, forti del vivo esempio bolscevico, crearono nei rispettivi Stati il partito comunista. Inoltre, nei grandi partiti socialdemocratici dell'occidente europeo si rafforzarono le correnti di sinistra e internazionaliste.
Il 24 gennaio 1919 i partiti e le organizzazioni comuniste di Russia, Austria, Ungheria, Polonia, Finlandia, Lettonia, America e la Federazione dei socialdemocratici rivoluzionari dei Balcani pubblicarono un appello per la costituzione di una nuova organizzazione internazionale e dei suoi principi politici e organizzativi.
Nel tentativo inconcludente di fermare l'inarrestabile processo di costruzione dell'organizzazione internazionale operaia saldamente ancorata ai principi del marxismo, i leader socialdemocratici provarono a rilanciare la II Internazionale indicendo una conferenza internazionale che si svolse a Berna dal 3 al 10 febbraio 1919 e il cui tema fondamentale fu: "A proposito della democrazia e della dittatura". In essa i vari Kautsky, Branting, Henderson, Jonhaux, Vandervelde, ecc., attaccarono la Rivoluzione d'Ottobre auspicando la fine dell'esperienza della dittatura del proletariato in Russia. Fu un tentativo naufragato in maniera miserevole, servito solo a ribadire la morte ingloriosa della II Internazionale fallita a causa del vergognoso abbandono del marxismo, del tradimento della causa rivoluzionaria del proletariato e dell'approdo definitivo dell'opportunismo socialdemocratico nel campo della borghesia e del capitalismo. Né riuscirono a trarre in inganno le risoluzioni della conferenza che sproloquiavano sul potere legislativo degli operai, di difesa degli interessi della classe operaia e di "costruzione del socialismo". Non trassero in inganno i lavoratori e nemmeno diverse tra le organizzazioni socialdemocratiche già aderenti alla II Internazionale, al punto che alcune di esse nemmeno parteciparono alla riunione di Berna, come: i partiti socialisti di Svizzera, Romania e Serbia, il segretariato femminile, l'Internazionale giovanile e le correnti di sinistra dei partiti socialisti di Belgio, Finlandia e Italia.
L'appello del 24 gennaio degli otto partiti operai e comunisti venne raccolto con entusiasmo ed a Mosca dal 2 al 6 marzo si svolse il I Congresso dell'Internazionale Comunista, il congresso di fondazione della III Internazionale con la partecipazione di 52 delegati in rappresentanza di 30 paesi, di cui 34 con voto deliberativo e 18 con voto consultivo.
"Per incarico del Comitato centrale del Partito comunista di Russia - disse Lenin il 2 marzo nel discorso di apertura del Congresso - dichiaro aperto il primo congresso internazionale comunista. E invito subito tutti i presenti ad alzarsi per onorare la memoria dei migliori rappresentanti della III Internazionale: Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg.
Compagni, la nostra assemblea assume un grande significato storico mondiale. Essa attesta il fallimento di tutte le illusioni della democrazia borghese. In realtà, non soltanto in Russia, ma anche nei paesi capitalistici più progrediti d'Europa, come ad esempio in Germania, la guerra civile è divenuta un fatto.
La borghesia è presa da folle spavento dinanzi all'ascesa del movimento rivoluzionario del proletariato. E questo è comprensibile, se si pensa che il corso degli eventi, dopo la guerra imperialistica, favorisce inevitabilmente il movimento rivoluzionario del proletariato e che la rivoluzione mondiale comincia e si rafforza in tutti i paesi.
Il popolo è consapevole della grandezza e del significato della lotta che si sta combattendo nell'ora attuale. Basta solo trovare la forma pratica, che assicuri al proletariato la possibilità di realizzare il suo dominio. Questa forma è il sistema dei soviet con la dittatura del proletariato. Dittatura del proletariato! Fino a oggi, per le masse, queste parole erano latino. Ma, in virtù della diffusione del sistema dei soviet in tutto il mondo, questo latino viene tradotto in tutte le lingue moderne; la forma pratica della dittatura è stata scoperta dalle masse operaie. Ed è diventata comprensibile alle grandi masse degli operai per l'affermarsi del potere sovietico in Russia, per l'azione degli spartachisti in Germania e delle organizzazioni analoghe in altri paesi, quali ad esempio gli Shop stewerds committees in Inghilterra. Tutto questo dimostra che la forma rivoluzionaria della dittatura del proletariato è stata scoperta e che il proletariato è ormai in condizione di realizzare praticamente il suo dominio...".
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Il 4 marzo, poi, Lenin svolse al Congresso le sue "Tesi e Rapporto sulla democrazia borghese e sulla dittatura del proletariato": "1. Lo sviluppo del movimento rivoluzionario del proletariato in tutti i paesi ha suscitato gli sforzi convulsi della borghesia e dei suoi agenti nelle organizzazioni operaie al fine di trovare gli argomenti politici e ideologici per difendere il dominio degli sfruttatori. Tra questi argomenti vengono messi in particolare rilievo la condanna della dittatura e la difesa della democrazia. La falsità e l'ipocrisia di quest'argomentazione, ripetuta in tutti i toni sulla stampa capitalistica e alla conferenza dell'Internazionale gialla, tenutasi a Berna nel febbraio 1919, sono evidenti per chiunque non voglia tradire i postulati fondamentali del socialismo.
2. Prima di tutto, in quest'argomentazione, si opera con i concetti di 'democrazia in generale' e di 'dittatura in generale', senza che ci si domandi di quale classe si tratta. Impostare così il problema, al di fuori o al di sopra delle classi, come si trattasse di tutto il popolo, significa semplicemente prendersi giuoco della dottrina fondamentale del socialismo, cioè appunto della dottrina della lotta di classe, che viene riconosciuta a parole ma dimenticata nei fatti da quei socialisti che sono passati alla borghesia. In effetti, in nessun paese civile capitalistico esiste la 'democrazia in generale', ma esiste soltanto la democrazia borghese, e la dittatura di cui si parla non è la 'dittatura in generale', ma la dittatura della classe oppressa, cioè del proletariato, sugli oppressori e sugli sfruttatori, cioè sulla borghesia, allo scopo di spezzare la resistenza che gli sfruttatori oppongono nella lotta per il loro dominio.
3. La storia insegna che nessuna classe oppressa è mai giunta e ha potuto accedere al dominio senza attraversare un periodo di dittatura, cioè di conquista del potere politico e di repressione violenta della resistenza più furiosa, più disperata, che non arretra dinanzi a nessun delitto, quale è quella che hanno sempre opposto gli sfruttatori. La borghesia, il cui dominio è difeso oggi dai socialisti che si scagliano contro la 'dittatura in generale' e si fanno in quattro per esaltare la 'democrazia in generale', ha conquistato il potere nei paesi progrediti a prezzo di una serie di insurrezioni e guerre civili, con la repressione violenta dei re, dei feudatari, dei proprietari di schiavi e dei loro tentativi di restaurazione. I socialisti di tutti i paesi, nei loro libri e opuscoli, nelle risoluzioni dei loro congressi, nei loro discorsi d'agitazione, hanno illustrato al popolo migliaia e milioni di volte il carattere di classe di queste rivoluzioni borghesi, di questa dittatura borghese. E pertanto, quando oggi si difende la democrazia borghese con discorsi sulla 'democrazia in generale', quando oggi si grida e si strepita contro la dittatura del proletariato fingendo di gridare contro la 'dittatura in generale', non si fa che tradire il socialismo, passare di fatto alla borghesia, negare al proletariato il diritto alla propria rivoluzione proletaria, difendere il riformismo borghese nel momento storico in cui esso è fallito in tutto il mondo e la guerra ha creato una situazione rivoluzionaria.
4. Tutti i socialisti, chiarendo il carattere di classe della civiltà borghese, della democrazia borghese, del parlamentarismo borghese, hanno espresso la stessa idea che già Marx e Engels avevano esposto con il massimo rigore scientifico, dicendo che la repubblica borghese più democratica è soltanto una macchina che permette alla borghesia di schiacciare la classe operaia, che permette a un pugno di capitalisti di schiacciare le masse lavoratrici. Non c'è un solo rivoluzionario, non c'è un solo marxista, tra coloro che oggi strepitano contro la dittatura e a favore della democrazia, che non giuri e spergiuri dinanzi agli operai di accettare questa fondamentale verità del socialismo. Ma proprio ora, mentre il proletariato rivoluzionario è in fermento e si muove per distruggere questa macchina di oppressione e per conquistare la dittatura del proletariato, questi traditori del socialismo presentano le cose come se la borghesia avesse regalato ai lavoratori la 'democrazia pura', come se la borghesia, rinunciando a resistere, fosse disposta a sottomettersi alla maggioranza dei lavoratori, come se nella repubblica democratica non ci fosse stata e non ci fosse alcuna macchina statale per l'oppressione del lavoro da parte del capitale.
5. La Comune di Parigi, che tutti coloro i quali desiderano passare per socialisti onorano a parole, perché sanno che le masse operaie nutrono per essa una simpatia appassionata e sincera, ha mostrato con singolare evidenza il carattere storicamente convenzionale e il valore limitato del parlamentarismo e della democrazia borghesi, istituzioni sommamente progressive rispetto al medioevo, ma che richiedono inevitabilmente una trasformazione radicale nell'epoca della rivoluzione proletaria. Proprio Marx, che ha valutato meglio di ogni altro la portata storica della Comune, ha mostrato, nel farne l'analisi, il carattere sfruttatore della democrazia borghese e del parlamentarismo borghese, in cui le classi oppresse si vedono concesso il diritto di decidere, una volta ogni tanti anni quale esponente delle classi abbienti dovrà 'rappresentare e reprimere' (ver und zertreten) il popolo in parlamento. Proprio oggi, mentre il movimento dei soviet, abbracciando il mondo intero, prosegue l'opera della Comune sotto gli occhi di tutti, i traditori del socialismo dimenticano l'esperienza e gli insegnamenti concreti della Comune di Parigi, riprendendo il vecchio ciarpame borghese sulla 'democrazia in generale'. La Comune non è stata un'istituzione parlamentare.
6. Il significato della Comune sta inoltre nel fatto che essa ha tentato di spezzare, di distruggere dalle fondamenta l'apparato statale borghese, burocratico, giudiziario, militare, poliziesco, sostituendolo con l'organizzazione autonoma delle masse operaie, che non conosceva distinzioni tra il potere legislativo e il potere esecutivo. Tutte le repubbliche democratiche borghesi contemporanee, compresa quella tedesca, che i traditori del socialismo a disprezzo della verità definiscono proletaria, mantengono questo apparato statale. Viene così confermato ancora una volta, e con assoluta evidenza, che gli strepiti in difesa della 'democrazia in generale' sono di fatto una difesa della borghesia e dei suoi privilegi di sfruttatrice.
7. La 'libertà di riunione' può essere presa a modello delle istanze della 'democrazia pura'. Ogni operaio cosciente, che non abbia rotto con la sua classe, capirà subito che sarebbe assurdo promettere la libertà di riunione agli sfruttatori in un periodo e in una situazione in cui gli sfruttatori oppongono resistenza per non essere abbattuti e difendono i propri privilegi. La borghesia, quando era rivoluzionaria, sia in Inghilterra nel 1649 che in Francia nel 1793, non ha mai concesso 'libertà di riunione' ai monarchici e ai nobili, che avevano chiamato gli eserciti stranieri e che si 'radunavano' per organizzare un tentativo di restaurazione. Se la borghesia odierna, che è divenuta già da tempo reazionaria, esige dal proletariato che esso garantisca preventivamente la 'libertà di riunione' agli sfruttatori, qualunque sia la resistenza opposta dai capitalisti per non essere espropriati, gli operai possono soltanto ridere di questa ipocrisia borghese.
D'altra parte, gli operai sanno bene che la 'libertà di riunione' è una frase vuota persino nella repubblica borghese più democratica, perché i ricchi dispongono di tutti i migliori edifici pubblici e privati, hanno abbastanza tempo per riunirsi e godono della protezione dell'apparato borghese del potere. I proletari delle città e della campagna e i piccoli contadini, cioè la stragrande maggioranza della popolazione, non hanno nessuna di queste tre cose. E, fino a quando la situazione rimarrà immutata l''uguaglianza', cioè la 'democrazia pura', è un inganno. Per conquistare l'uguaglianza effettiva, per realizzare di fatto la democrazia per i lavoratori, bisogna prima togliere agli sfruttatori tutti gli edifici pubblici e i lussuosi edifici privati, bisogna prima assicurare ai lavoratori tempo libero, bisogna fare in modo che la libertà delle loro riunioni sia difesa dagli operai armati e non dai nobili e dagli ufficiali capitalisti con i loro soldati abbrutiti.
Solo dopo questo cambiamento si potrà parlare di libertà di riunione e di uguaglianza, senza che ciò suoni come un insulto agli operai, ai lavoratori, ai poveri. Ma nessuno potrà realizzare questo cambiamento, se non l'avanguardia dei lavoratori, il proletariato, che abbatte gli sfruttatori, la borghesia.
8. Anche la 'libertà di stampa' è una delle parole d'ordine fondamentali della 'democrazia pura'. Tuttavia, gli operai sanno, e i socialisti di tutti i paesi hanno riconosciuto milioni di volte, che questa libertà è un inganno, fino a quando le migliori tipografie e le immense provviste di carta rimangono nelle mani dei capitalisti, fino a quando permane sulla stampa il potere del capitale, che si manifesta nel mondo intero in forma tanto più evidente, brutale e cinica, quanto più sono sviluppati la democrazia e il sistema repubblicano, come ad esempio in America. Per conquistare l'uguaglianza effettiva e la democrazia reale per i lavoratori, per gli operai e i contadini, bisogna prima togliere al capitale la possibilità di assoldare gli scrittori, di comprare le case editrici e di corrompere i giornali, e, per fare questo, bisogna abbattere il giogo del capitale rovesciare gli sfruttatori, schiacciare la loro resistenza. I capitalisti hanno sempre chiamato 'libertà' la libertà di arricchirsi per i ricchi e la libertà di morire di fame per gli operai. I capitalisti chiamano libertà di stampa la libertà per i ricchi di corrompere la stampa, la libertà di usare le loro ricchezze per fabbricare e contraffare la cosiddetta opinione pubblica. In realtà i difensori della 'democrazia pura' sono i difensori del più immondo e corrotto sistema di dominio dei ricchi sui mezzi d'istruzione delle masse, essi ingannano il popolo, in quanto lo distolgono, con le loro belle frasi seducenti e profondamente ipocrite, dal compito storico concreto di affrancare la stampa dal suo asservimento al capitale. L'effettiva libertà e uguaglianza si avrà nel sistema costruito dai comunisti e in cui non ci si potrà arricchire a spese altrui, in cui non ci sarà la possibilità oggettiva di sottomettere direttamente o indirettamente la stampa al potere del denaro, in cui niente impedirà a ciascun lavoratore (o gruppo di lavoratori di qualsivoglia entità) di godere in linea di principio e nei fatti dell'uguale diritto di usare le tipografie e la carta appartenenti alla società.
9. La storia dei secoli XIX e XX ha mostrato ancor prima della guerra che cosa sia nei fatti la famigerata 'democrazia pura' in regime capitalistico. I marxisti hanno sempre sostenuto che, quanto più la democrazia è sviluppata e 'pura', tanto più diventa palese e implacabile la lotta di classe, tanto più il giogo del capitale e la dittatura della borghesia appaiono nella loro 'purezza'. L'affare Dreyfus nella Francia repubblicana, le sanguinose repressioni di scioperanti ad opera di squadre assoldate e armate dai capitalisti nella libera e democratica repubblica americana, questi e migliaia di altri fatti del genere mettono a nudo quella verità che la borghesia si sforza con ogni cura di nascondere, la verità che nelle repubbliche più democratiche regnano di fatto il terrorismo e la dittatura della borghesia, i quali si manifestano apertamente ogni volta che agli sfruttatori comincia a sembrare vacillante il potere del capitale.
10. La guerra imperialistica del 1914-1918 ha rivelato definitivamente, persino agli operai più arretrati, il reale carattere della democrazia borghese anche nelle repubbliche più libere: la democrazia borghese è la dittatura della borghesia. Decine di milioni di uomini sono stati uccisi e persino nelle repubbliche più democratiche è stata instaurata la dittatura militare della borghesia per consentire al gruppo di milionari o miliardari tedeschi o inglesi di arricchirsi. Questa dittatura militare è ancora in vigore nei paesi dell'Intesa anche dopo il crollo della Germania. Proprio la guerra, più d'ogni altra cosa, ha aperto gli occhi ai lavoratori, ha strappato alla democrazia borghese i suoi orpelli, ha mostrato al popolo quali ingenti profitti e speculazioni erano stati fatti durante la guerra e in occasione della guerra. La borghesia ha fatto questa guerra in nome della 'libertà' e dell''uguaglianza', e, in nome della 'libertà' e dell''uguaglianza', si sono arricchiti favolosamente i fornitori militari. Nessuno sforzo dell'Internazionale gialla di Berna riuscirà a nascondere alle masse il carattere sfruttatore - ormai definitivamente smascherato - della libertà borghese, dell'uguaglianza borghese, della democrazia borghese.
11. In Germania, nel paese capitalistico più progredito del continente europeo, i primi mesi della completa libertà repubblicana, apportata dal crollo della Germania imperialistica, hanno mostrato agli operai tedeschi e a tutto il mondo in che cosa consista la reale sostanza di classe della repubblica democratica borghese. L'assassinio di Karl Liebknecht e di Rosa Luxemburg è un fatto di portata storico-mondiale, non solo perché sono caduti tragicamente gli elementi migliori e i capi dell'effettiva Internazionale proletaria comunista, ma anche perché uno Stato europeo progredito (e, si può dire senza esagerazione, uno Stato progredito su scala mondiale) ha rivelato sino in fondo la sua sostanza classista. Se dei cittadini in stato d'arresto, presi cioè dal potere statale sotto la sua protezione, possono essere assassinati impunemente dagli ufficiali e dai capitalisti, mentre è al potere un governo di socialpatrioti, da ciò consegue che la repubblica democratica dove questo fatto può accadere è una dittatura della borghesia. Chi esprime la sua indignazione per l'assassinio di Karl Liebknecht e di Rosa Luxemburg ma non comprende questa verità dà prova soltanto della sua ottusità o ipocrisia. La 'libertà' in una delle repubbliche più democratiche e progredite del mondo, nella repubblica tedesca, è la libertà di assassinare impunemente i capi del proletariato in stato d'arresto. Né può succedere diversamente, fino a quando sussiste il capitalismo, perché lo sviluppo della democrazia non attenua ma acuisce la lotta di classe che, per effetto di tutti i risultati e influssi della guerra e delle sue conseguenze, giunge al punto cruciale.
In tutto il mondo civile i bolscevichi vengono oggi espulsi, perseguitati, incarcerati: così avviene, per esempio, in Svizzera, cioè in una delle repubbliche borghesi più libere; pogrom antibolscevichi vengono effettuati in America, ecc. Sotto il profilo della 'democrazia in generale' o della 'democrazia pura' è persino ridicolo che dei paesi progrediti, civili, democratici, armati fino ai denti, temano la presenza in essi di poche decine di uomini provenienti dalla Russia arretrata, affamata e devastata, che i giornali borghesi, diffusi in decine di milioni di copie, chiamano selvaggia, criminale, ecc. È chiaro che la situazione sociale che ha potuto generare una contraddizione così stridente è di fatto la dittatura della borghesia.
12. In questo stato di cose la dittatura del proletariato è non solo legittima, come mezzo per abbattere gli sfruttatori e schiacciarne la resistenza, ma assolutamente necessaria per tutta la massa dei lavoratori, come unica difesa contro la dittatura della borghesia, che ha già portato alla guerra e che prepara nuove guerre.
Il punto essenziale, che i socialisti non comprendono e in cui consiste la loro miopia teorica, la loro soggezione ai pregiudizi borghesi e il loro tradimento politico nei confronti del proletariato, è che nella società capitalistica, di fronte all'acuirsi più o meno forte della lotta di classe che ne costituisce il fondamento, non può darsi alcun termine medio tra la dittatura della borghesia e la dittatura del proletariato. Ogni sogno d'una qualsiasi terza via è querimonia reazionaria piccolo-borghese. Lo attesta anche l'esperienza dello sviluppo più che secolare della democrazia borghese e del movimento operaio in tutti i paesi progrediti e, in particolare, l'esperienza dell'ultimo quinquennio. Lo afferma inoltre tutta la scienza dell'economia politica, tutto il contenuto del marxismo, il quale chiarisce come in ogni economia di mercato sia economicamente inevitabile la dittatura della borghesia, una dittatura che può essere soppiantata soltanto dalla classe dei proletari, cioè dalla classe che si sviluppa, si moltiplica, si unifica e si consolida con lo sviluppo del capitalismo.
13. Un altro errore teorico e politico dei socialisti consiste nell'incomprensione del fatto che le forme della democrazia sono necessariamente cambiate nel corso dei millenni, fin dai primi germi nell'antichità, con il succedersi di una classe dominante all'altra. Nelle antiche repubbliche greche, nelle città del medioevo, nei paesi capitalistici progrediti la democrazia ha assunto forme diverse e un diverso grado d'applicazione. Sarebbe la peggiore delle assurdità credere che la rivoluzione più profonda della storia dell'umanità, il trapasso - compiuto per la prima volta nel mondo - del potere da una minoranza di sfruttatori alla maggioranza degli sfruttati, possa realizzarsi entro il vecchio quadro della vecchia democrazia borghese parlamentare, possa realizzarsi senza le fratture più radicali, senza la creazione di nuove forme di democrazia, senza la creazione di nuovi istituti, che ne incarnino le nuove condizioni d'applicazione, ecc.
14. La dittatura del proletariato è affine alla dittatura delle altre classi solo in quanto è imposta, come ogni altra dittatura, dalla necessità di schiacciare con la violenza la resistenza della classe che perde il suo dominio politico. La differenza radicale tra la dittatura del proletariato e la dittatura delle altre classi - la dittatura dei grandi proprietari fondiari nel medioevo, la dittatura della borghesia in tutti i paesi capitalisti progrediti - è nel fatto che la dittatura dei grandi proprietari fondiari e della borghesia schiacciava con la violenza la resistenza della stragrande maggioranza della popolazione, cioè dei lavoratori, mentre la dittatura del proletariato schiaccia con la violenza la resistenza degli sfruttatori, cioè di un'esigua minoranza della popolazione, dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti.
Deriva di qui, a sua volta, che la dittatura del proletariato deve inevitabilmente portare con sé non solo un mutamento delle forme e degli istituti democratici in generale, ma un mutamento tale che implichi un'estensione senza precedenti dell'effettiva utilizzazione della democrazia da parte di coloro che sono oppressi dal capitalismo, da parte delle classi lavoratrici.
E, in realtà, la forma di dittatura del proletariato che è stata già elaborata nella pratica, cioè il potere sovietico in Russia, il Räte-System in Germania, gli Shop stewerds committees e altre analoghe istituzioni sovietiche negli altri paesi, dimostrano tutti e rendono effettiva per le classi lavoratrici, cioè per la stragrande maggioranza della popolazione, la possibilità di esercitare i diritti e le libertà democratiche, possibilità che non è mai esistita, nemmeno approssimativamente, nelle repubbliche borghesi migliori e più democratiche.
L'essenza del potere sovietico sta nel fatto che l'intero potere statale, l'intero apparato statale ha come fondamento unico e permanente l'organizzazione di massa proprio di quelle classi che sono state finora oppresse dal capitalismo, cioè degli operai e dei semiproletari (contadini che non sfruttano il lavoro altrui e che vendono costantemente anche solo una parte della loro forza-lavoro). Proprio queste masse, che persino nelle repubbliche borghesi più democratiche, pur avendo uguali diritti dinanzi alla legge, sono di fatto escluse in mille modi e con mille sotterfugi dalla vita politica e dall'esercizio delle libertà e dei diritti democratici, vengono ora associate in modo permanente e necessario, ma soprattutto in modo decisivo alla gestione democratica dello Stato.
15. L'uguaglianza dei cittadini, indipendentemente dal sesso, dalla religione, dalla nazionalità, - uguaglianza che la democrazia borghese ha promesso sempre e dappertutto, ma che non ha mai realizzato e potuto realizzare, permanendo il dominio del capitale - viene realizzata subito e integralmente dal potere sovietico, o dittatura del proletariato, poiché soltanto il potere degli operai, che non sono interessati alla proprietà privata dei mezzi di produzione e alla lotta per la loro spartizione e ripartizione, è in condizione di farlo.
16. La vecchia democrazia, cioè la democrazia borghese, e il parlamentarismo erano organizzati in modo che proprio le masse dei lavoratori venivano soprattutto estraniate dall'apparato amministrativo. Il potere sovietico, cioè la dittatura del proletariato, è invece strutturato in modo da avvicinare le masse lavoratrici all'apparato amministrativo. A questo scopo tende anche l'unificazione del potere legislativo e del potere esecutivo nell'organizzazione sovietica dello Stato e la sostituzione delle circoscrizioni elettorali territoriali con le unità elettorali fondate sui luoghi di produzione: fabbrica, officina, ecc.
17. L'esercito era uno strumento di oppressione non solo in regime monarchico. È rimasto tale anche in tutte le repubbliche borghesi, persino nelle più democratiche. Solo il potere sovietico, come organizzazione statale permanente delle classi oppresse dal capitalismo, ha la possibilità di sopprimere la subordinazione dell'esercito al comando borghese e di fondere realmente il proletariato con l'esercito, di realizzare l'effettivo armamento del proletariato e il disarmo della borghesia, senza di che è impossibile la vittoria del socialismo.
18. L'organizzazione sovietica dello Stato è adatta alla funzione dirigente del proletariato, come classe che il capitalismo ha maggiormente concentrato e istruito. L'esperienza di tutte le rivoluzioni e di tutti i movimenti delle classi oppresse, l'esperienza del movimento socialista mondiale ci insegna che soltanto il proletariato è in condizione di unirsi e guidare gli strati dispersi e arretrati della popolazione lavoratrice e sfruttata.
19. Soltanto l'organizzazione sovietica dello Stato può realmente spezzare di colpo e distruggere definitivamente il vecchio apparato, cioè l'apparato burocratico e giudiziario borghese, che è rimasto e doveva necessariamente rimanere intatto in regime capitalistico persino nelle repubbliche più democratiche, poiché era di fatto il maggiore ostacolo alla realizzazione della democrazia per gli operai e per i lavoratori. La Comune di Parigi ha fatto il primo passo su questa strada, un passo che ha una portata storica mondiale; il potere sovietico ha fatto il secondo passo.
20. La soppressione del potere dello Stato è il fine che tutti i socialisti, e Marx per primo, si sono posti. Se non si raggiunge questo obiettivo, non si può realizzare la vera democrazia, cioè l'uguaglianza e la libertà. Ma verso questa mèta può condurre nella pratica soltanto la democrazia sovietica, o proletaria, poiché essa, facendo partecipare in modo permanente e necessario le organizzazioni di massa dei lavoratori alla gestione dello Stato, comincia a preparare immediatamente la completa estinzione di ogni Stato.
21. Il totale fallimento dei socialisti riuniti a Berna, la loro completa incomprensione della nuova democrazia proletaria risulta evidente da quanto segue. Il 10 febbraio 1919 Branting ha chiuso a Berna la conferenza dell'internazionale gialla. L'11 febbraio 1919, a Berlino, Die Freiheit, giornale degli aderenti a quest'internazionale, pubblicava un appello del partito degli 'indipendenti' al proletariato. Nell'appello si riconosceva il carattere borghese del governo Scheidemann, a cui si faceva rimprovero di voler abolire i soviet, definiti Trager un Schutzer der Revolution, portatori e custodi della Rivoluzione, e si proponeva di legalizzare i soviet, di concedere a essi diritti statali, il diritto di sospendere le decisioni dell'Assemblea nazionale e fare ricorso al referendum popolare.
Questa proposta rivela il completo fallimento ideologico dei teorici che difendono la democrazia senza capirne il carattere borghese. Il ridicolo tentativo di collegare il sistema dei soviet, cioè la dittatura del proletariato, con l'Assemblea nazionale, cioè con la dittatura della borghesia, smaschera sino in fondo la povertà di pensiero dei socialisti e socialdemocratici gialli, il loro spirito politico reazionario di piccoli borghesi, le loro pusillanimi concessioni alla forza della nuova democrazia proletaria che si sviluppa in modo incontenibile.
22. Nel condannare il bolscevismo, la maggioranza dell'internazionale gialla di Berna, che, per timore delle masse operaie, non si era decisa ad approvare formalmente su questo problema una risoluzione, ha agito correttamente dal punto di vista di classe. Proprio questa maggioranza è pienamente solidale con i menscevichi e con i socialisti-rivoluzionari russi, nonché con gli Scheidemann in Germania. I menscevichi e i socialisti-rivoluzionari russi, lamentandosi di essere perseguitati dai bolscevichi, cercano di nascondere il fatto che tali persecuzioni sono causate dalla partecipazione dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari alla guerra civile dalla parte della borghesia contro il proletariato. Proprio nello stesso senso si sono mossi in Germania gli Scheidemann e il loro partito partecipando alla guerra civile dalla parte della borghesia contro gli operai.
È quindi assolutamente naturale che la maggioranza degli aderenti all'internazionale gialla di Berna si sia pronunciata per la condanna dei bolscevichi. Si è avuta qui non la difesa della 'democrazia pura', ma l'autodifesa di chi sa e sente che nella guerra civile si schiererà con la borghesia contro il proletariato.
Ecco perché, da un punto di vista di classe, non si può non ritenere giusta la decisione della maggioranza dell'internazionale gialla. Il proletariato deve guardare in faccia la verità, senza temerla, e deve trarre tutte le conclusioni politiche che si impongono.
Compagni, vorrei aggiungere qualcosa sugli ultimi due punti. Ritengo che i compagni incaricati di tenere il rapporto sulla conferenza di Berna ci parleranno più diffusamente su questo tema.
Durante tutta la conferenza di Berna non è stata detta una sola parola sul significato del potere sovietico. Sono ormai due anni che dibattiamo questo problema in Russia. Nell'aprile del 1917, alla conferenza del partito, avevamo già posto, sul piano teorico e politico, il problema: 'Che cos'è il potere sovietico, quale ne è il contenuto, in che cosa consiste la sua portata storica?'. Da circa due anni ormai dibattiamo questo problema, e il congresso del nostro partito ha già approvato al riguardo una risoluzione. La Freiheit berlinese ha pubblicato l'11 febbraio un appello al proletariato tedesco, sottoscritto non solo dai leaders dei socialdemocratici indipendenti in Germania, ma anche da tutti i membri della frazione degli indipendenti. Nell'agosto del 1918, Kautsky, che è il teorico più autorevole di questi indipendenti, nell'opuscolo intitolato La dittatura del proletariato si è proclamato fautore della democrazia e degli organi sovietici, soggiungendo che questi ultimi devono svolgere una funzione esclusivamente economica e non essere affatto riconosciuti come organizzazioni statali. Kautsky ripete la stessa tesi nella Freiheit dell'11 novembre e del 12 gennaio. Il 9 febbraio appare un articolo di Rudolf Hilferding, che è anch'egli considerato uno dei maggiori teorici della II Internazionale. Hilferding propone di unificare legislativamente, per mezzo della legislazione statale, il sistema dei soviet e l'Assemblea nazionale. Questo accade il 9 febbraio. L'11 dello stesso mese la proposta viene approvata da tutto il partito degli indipendenti e pubblicata sotto forma di appello.
Ma, sebbene l'Assemblea nazionale già esista, persino dopo che la 'democrazia pura' è diventata una realtà, dopo che i più autorevoli teorici dei socialdemocratici indipendenti hanno dichiarato che le organizzazioni sovietiche non devono essere organizzazioni statali, nonostante tutto questo, si hanno di nuovo esitazioni! Ciò dimostra che questi signori non hanno capito un bel niente del nuovo movimento e delle condizioni in cui si svolge la sua lotta. Ma ciò dimostra anche un'altra cosa, dimostra cioè che devono esistere condizioni e motivi da cui le esitazioni sono provocate! Dopo tutti questi fatti, dopo circa un biennio di rivoluzione vittoriosa in Russia, nel momento in cui ci vengono proposte risoluzioni nelle quali non si parla affatto dei soviet e del loro significato, risoluzioni come quelle approvate alla conferenza di Berna, dove nessun delegato ha detto una sola parola a questo proposito, possiamo affermare con pieno diritto che tutti questi signori sono morti per noi come socialisti e come teorici.
Ma sul piano pratico, sul terreno politico, si ha qui, compagni, la riprova che tra le masse si sta operando un grande spostamento, se è vero che gli indipendenti, già contrari in linea teorica e di principio a queste organizzazioni statali, propongono d'improvviso una stoltezza come la 'pacifica' combinazione dell'Assemblea nazionale con il sistema dei soviet, cioè la combinazione della dittatura della borghesia con la dittatura del proletariato. Noi vediamo come essi abbiano fatto fallimento sul terreno del socialismo e della teoria, noi vediamo quale immenso cambiamento si stia operando tra le masse. Le masse arretrate del proletariato tedesco vengono a noi, sono già venute a noi! L'importanza del partito indipendente dei socialdemocratici tedeschi, cioè della parte migliore della conferenza di Berna, è quindi pari a zero sotto il profilo della teoria e del socialismo; a esso rimane tuttavia una qualche importanza nel senso che gli elementi esitanti sono un indice degli stati d'animo degli strati arretrati del proletariato. Sta qui, a mio giudizio, la grande importanza storica di questo conferenza. Abbiamo sperimentato qualcosa di analogo nella nostra rivoluzione. I nostri menscevichi hanno percorso quasi lo stesso itinerario seguito dai teorici degli indipendenti in Germania. Dapprima, quando nei soviet avevano la maggioranza, erano favorevoli ai soviet. Allora si sentiva gridare soltanto: 'Viva i soviet!', 'Siamo per i soviet!', 'I soviet sono la democrazia rivoluzionaria!'. Ma, quando in seno ai soviet la maggioranza è passata a noi bolscevichi, allora essi hanno intonato altre canzoni: i soviet non devono coesistere con l'Assemblea costituente. E i diversi teorici menscevichi hanno formulato proposte come quella di fondere il sistema dei soviet con l'Assemblea costituente e di inserire i soviet nell'organizzazione statale. Qui si manifesta ancora una volta che il corso generale della rivoluzione proletaria è identico in tutto il mondo. Si ha all'inizio la costituzione spontanea dei soviet, viene poi la loro estensione e il loro sviluppo, si pone quindi nella pratica il problema: soviet o Assemblea nazionale, soviet o Assemblea costituente, soviet o parlamentarismo borghese; allo smarrimento completo dei leader segue, infine, la rivoluzione proletaria. Ritengo tuttavia che dopo circa due anni di rivoluzione non dobbiamo impostare così il problema, ma presentare soluzioni concrete, poiché la diffusione del sistema dei soviet è per noi, e in particolare per la maggior parte dei paesi europei occidentali, il compito più importante.
Vorrei citare qui una sola risoluzione dei menscevichi...
Uno straniero che non abbia mai sentito parlare del bolscevismo stenterebbe molto a farsi un'opinione sulle nostre questioni controverse. I menscevichi negano tutte le cose che i bolscevichi affermano, e viceversa. Naturalmente, nel corso della lotta non può accadere altrimenti, ed è quindi molto importante che l'ultima conferenza del partito menscevico, tenuta nel dicembre 1918, abbia approvato una risoluzione lunga e particolareggiata, pubblicata integralmente nella menscevica Gazieta peciatnikov. Nella risoluzione i menscevichi espongono succintamente la storia della lotta di classe e della guerra civile. Essi dicono che condannano quei gruppi del loro partito che sono legati alle classi possidenti negli Urali, nel sud, in Crimea, in Georgia, ed enumerano tutte queste regioni. I gruppi del partito menscevico che, in alleanza con le classi abbienti, sono andati contro il potere sovietico vengono oggi condannati nella risoluzione, ma l'ultimo punto del documento condanna anche quelli che sono passati ai comunisti. Ed ecco la conseguenza: i menscevichi sono costretti a riconoscere che nel loro partito non c'è unità e che essi sono o dalla parte della borghesia o dalla parte del proletariato. La maggior parte dei menscevichi si è schierata con la borghesia e durante la guerra civile ha combattuto contro di noi. Naturalmente, noi perseguitiamo i menscevichi, e arriviamo perfino a fucilarli, quando, nella guerra contro di noi, si battono contro il nostro Esercito rosso e fucilano i nostri comandanti rossi. Alla guerra della borghesia rispondiamo con la guerra del proletariato: non ci può essere un'altra soluzione. Così, sul piano politico, tutto questo non è che ipocrisia menscevica. È storicamente incomprensibile che alla conferenza di Berna degli individui, non dichiarati ufficialmente pazzi, abbiamo parlato, per incarico dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari, della lotta dei bolscevichi contro di loro, ma non abbiamo fatto parola della lotta combattuta dai menscevichi in alleanza con la borghesia contro il proletariato...
Voglio formulare una proposta pratica: che si approvi cioè una risoluzione in cui devono essere specificamente sottolineati tre punti.
Primo punto: uno dei compiti più importanti per i compagni dei paesi europei occidentali è quello di chiarire alle masse il significato, la portata e la necessità del sistema dei soviet. Si registra al riguardo una comprensione inadeguata. Se Kautsky e Hilferding, come teorici, hanno fatto fallimento, i più recenti articoli della Freiheit dimostrano tuttavia che essi esprimono esattamente gli stati d'animo dei reparti arretrati del proletariato tedesco ... Oggi vediamo che in Ungheria e in Svizzera la questione è diventata molto più acuta. Da una parte, è un gran bene: noi ricaviamo di qui il saldo convincimento che la rivoluzione avanzerà più rapidamente e ci recherà vittorie più grandi negli Stati europei occidentali. Dall'altra parte, è qui racchiuso un pericolo, il pericolo cioè che la lotta si svolga con tanto impeto che la coscienza delle masse operaie non potrà tener dietro a quel ritmo di sviluppo. Il significato del sistema dei soviet è tuttora poco chiaro per grandi masse di operai tedeschi politicamente preparati, poiché essi sono stati educati nello spirito del parlamentarismo e dei pregiudizi borghesi.
Secondo punto: la diffusione del sistema dei soviet. Quando apprendiamo con quale rapidità si stia diffondendo l'idea dei soviet in Germania e anche in Inghilterra, questa è per noi la dimostrazione più importante del fatto che la rivoluzione proletaria trionferà. Solo per breve tempo se ne potrà frenare l'avanzata. È però diverso quando i compagni Albert e Platten ci dicono che da loro, nelle campagne, fra gli operai agricoli e i piccoli contadini, i soviet quasi non esistono. Ho letto nella Rote Fahne un articolo contro i soviet contadini, ma del tutto giustamente favorevole ai soviet di salariati agricoli e contadini poveri. La borghesia e i suoi valletti, come Scheidemann e soci, hanno già lanciato la parola d'ordine dei soviet contadini. Ma a noi occorrono soltanto i soviet di salariati agricoli e contadini poveri. Purtroppo, dai rapporti dei compagni Albert, Platten e di altri compagni possiamo rilevare che, se si eccettua l'Ungheria, si fa ancora molto poco per estendere il sistema dei soviet nelle campagne. È forse qui racchiuso un pericolo pratico abbastanza grave per il proletariato tedesco nel conseguimento di una vittoria sicura. La vittoria può considerarsi assicurata solo quando verranno organizzati non soltanto gli operai di città, ma anche i proletari agricoli, e solo quando essi saranno organizzati, non in sindacati e cooperative, come prima, ma in soviet. La nostra vittoria è stata più facile perché, nell'ottobre 1917, ci siamo messi insieme con i contadini, con tutti i contadini. In questo senso la nostra rivoluzione era allora borghese. Il primo atto del nostro governo proletario è consistito nel riconoscere, in una legge emanata dal nostro governo il 26 ottobre (secondo il vecchio calendario) 1917, l'indomani della rivoluzione, le vecchie rivendicazioni di tutti i contadini, già espresse ancora sotto Kerenski dai soviet e dalle assemblee dei contadini. Ecco in che cosa è consistita la nostra forza, ecco perché ci è stato tanto facile conquistare la stragrande maggioranza. Per la campagna la nostra rivoluzione continuava a essere borghese, e solo più tardi, dopo sei mesi, siamo stati costretti a iniziare, nel quadro dell'organizzazione statale, la lotta di classe nelle campagne, a costituire in ogni villaggio i comitati di contadini poveri, semiproletari, e a combattere metodicamente la borghesia agricola. Da noi ciò è stato inevitabile, a causa dell'arretratezza della Russia. In Europa occidentale le cose andranno diversamente, e pertanto noi dobbiamo sottolineare che l'estensione del sistema dei soviet anche tra la popolazione agricola, in forme adeguate e forse nuove, è assolutamente necessaria.
Terzo punto: dobbiamo dire che la conquista della maggioranza da parte dei comunisti nei soviet è il compito principale in tutti i paesi in cui il potere sovietico non ha ancora vinto. La nostra commissione per le risoluzioni ha esaminato ieri questo problema. Forse altri compagni si soffermeranno ancora su questo tema, ma io vorrei proporre di approvare questi tre punti in una risoluzione speciale. Ovviamente, non siamo in condizione di prescrivere una via di sviluppo. È assai probabile che in molti paesi dell'Europa occidentale la rivoluzione si realizzi molto presto. Ma noi, come reparto organizzato dalla classe operaia, come partito, tendiamo e dobbiamo tendere a conquistare la maggioranza nei soviet. Allora la nostra vittoria sarà assicurata, e nessuna forza sarà capace di prendere iniziative contro la rivoluzione comunista. In caso contrario, la vittoria non sarà né facile né durevole. Vorrei quindi proporre di approvare questi tre punti in una risoluzione a sé stante".
134
Al termine dei lavori le tre proposte formulate da Lenin vennero unanimemente recepite dai delegati presenti al Congresso costituente dell'Internazionale Comunista ed approvate nella "Risoluzione sulle Tesi relative alla democrazia borghese e alla dittatura del proletariato".
"In base a queste tesi e ai rapporti dei delegati di diversi paesi, - indica la risoluzione - il congresso dell'Internazionale comunista dichiara che, in tutti i paesi in cui ancora non esista il potere sovietico, i partiti comunisti hanno principalmente il compito di:
1. illustrare alle grandi masse della classe operaia il significato storico della necessità politica e storica della nuova democrazia proletaria, che deve sostituire la democrazia borghese e il parlamentarismo;
2. diffondere e organizzare i soviet fra gli operai di tutti i rami dell'industria, fra i soldati e i marinai, nonché fra i salariati agricoli e i contadini poveri;
3. costituire in seno ai soviet una salda maggioranza comunista".
135
I mesi successivi al congresso di fondazione della III Internazionale videro svilupparsi un vasto movimento di sostegno e di solidarietà internazionalista alla giovane Repubblica sovietica alle prese con la controrivoluzione interna e l'aggressione delle potenze imperialistiche. A quest'aggressione la classe operaia e i lavoratori di molti paesi risposero con un'unica parola d'ordine: "Giù le mani dalla Russia!".
Insieme alla solidarietà alla Repubblica sovietica di Russia, si ebbe anche un'intensificazione e uno sviluppo assai importante della lotta di classe in vari paesi. Questo, assieme all'azione politica messa in atto dal I Congresso della III Internazionale, consentirono alle idee comuniste di consolidarsi tra la classe operaia e le forze di progresso in molti Stati dell'Europa e degli altri continenti.
Nacquero i partiti comunisti anche in Jugoslavia, Bulgaria, Danimarca, Olanda, negli Stati Uniti e in Messico. Primi gruppi e nuclei comunisti si formarono anche in Francia, Italia e Inghilterra; mentre in Cina, Mao a Changsha fondava i primi circoli marxisti nel grande paese asiatico.
Al Comintern aderirono il partito socialista britannico e quello italiano. Nel 1920 stessa scelta fece anche il partito socialista greco a conclusione del suo secondo congresso; sempre in quell'anno, vennero fondati i partiti comunisti di Spagna, Turchia, Persia, Indonesia ed Uruguay.
Ma, come il bolscevismo si era fortemente temprato sul piano ideologico combattendo per lunghi anni sui due fronti dell'opportunismo di destra e dell'estremismo dogmatico di sinistra, anche l'Internazionale comunista dovette affrontare le sue battaglie contro queste "dottrine" che, per essa, costituivano dei seri pericoli al suo sviluppo e alla sua saldezza sul piano delle attività teorico e pratica. Ciò soprattutto perché nella nuova organizzazione internazionale operaia entrarono a far parte esponenti "centristi" provenienti dai partiti socialisti e che si erano pronunciati per l'uscita dalla II Internazionale, ma anche dall'inesperienza dei giovani partiti comunisti appena formatisi e che erano inevitabilmente vulnerabili e influenzabili sia dalle vecchie tradizioni opportunistiche sviluppate dalla socialdemocrazia, dal ribellismo piccolo-borghese e anarchicheggiante dell'estremismo di sinistra velleitario e pseudo-rivoluzionario che sfociavano e si manifestavano - in quanto non suffragati da un'analisi concreta della situazione reale dei diversi paesi - in atteggiamenti dogmatici pregiudizialmente contrari alla partecipazione dei comunisti all'attività parlamentare o al lavoro sindacale; restii alle forme di disciplina di partito e, finanche, ai principi del centralismo democratico.
Lenin, grande ispiratore, fautore e organizzatore della III Internazionale, fu anche in questo caso il dirigente politico che seppe demolire tutte le false dottrine che, a parole si ammantavano di ideologie rivoluzionarie, ma che, nei fatti, rappresentavano la negazione totale del marxismo-leninismo e dei suoi principi.
Tutto ciò è reso esplicito, nel modo chiaro e diretto tipico dell'espressione sia verbale che scritta di Lenin, nelle "Tesi sui compiti fondamentali del II congresso dell'Internazionale Comunista". Queste "Tesi" di Lenin vennero pubblicate il 20 luglio 1920 sul n. 12 del Kommunisticeski Internatsional.
"1. Nello sviluppo del movimento comunista internazionale il momento presente è caratterizzato dal fatto che in tutti i paesi capitalistici i migliori rappresentanti del proletariato rivoluzionario hanno pienamente compreso i principi fondamentali dell'Internazionale comunista, cioè la dittatura del proletariato e il potere dei soviet, e si sono schierati con illuminato entusiasmo dalla parte dell'Internazionale comunista. La simpatia incondizionata per questi principi fondamentali, che si manifesta dappertutto, non solo tra le grandi masse del proletariato urbano, ma anche tra gli operai agricoli, più evoluti, è un nuovo passo in avanti, un passo ancor più grande e importante.
D'altra parte, nel movimento comunista internazionale, che si sviluppa con straordinaria rapidità, si sono manifestati due errori o debolezze. La prima debolezza, che è assai grave e costituisce un pericolo immenso e immediato per il trionfo della causa dell'emancipazione del proletariato, sta nel fatto che alcuni vecchi capi e alcuni vecchi partiti della II Internazionale, talora cedendo inconsapevolmente ai desideri e alla pressione delle masse, talora ingannando consapevolmente le masse per conservare la loro vecchia funzione di agenti e ausiliari della borghesia in seno al movimento operaio, danno la loro adesione condizionata, o addirittura incondizionata, alla III Internazionale, mentre in realtà, in tutta la pratica del lavoro politico e di partito, rimangono al livello della II Internazionale. Questo stato di cose è assolutamente inammissibile, perché immette tra le masse un elemento di corruzione, compromette il prestigio della III Internazionale e fa correre il rischio di nuovi tradimenti simili a quello dei socialdemocratici ungheresi, che si erano frettolosamente ribattezzati comunisti. Il secondo errore, assai meno grave, e che è piuttosto una malattia di crescenza del movimento, è la tendenza all''estremismo', la quale conduce a una valutazione sbagliata della funzione e dei compiti del partito verso la classe e verso la massa e dell'obbligo che impegna i comunisti rivoluzionari a lavorare nei parlamenti borghesi e nei sindacati reazionari.
I comunisti hanno il dovere di non tacere le debolezze del loro movimento, devono anzi criticarle apertamente, per liberarsene al più presto e nel modo più radicale. A tal fine è anzitutto necessario definire concretamente, soprattutto in base all'esperienza pratica di cui ormai disponiamo, il contenuto dei concetti di 'dittatura del proletariato' e di 'potere sovietico'; è inoltre necessario indicare quale può e quale deve essere in tutti i paesi il lavoro preparatorio, immediato e sistematico, attraverso il quale si giunge a realizzare queste parole d'ordine; è infine necessario indicare le vie e i metodi per correggere i difetti del nostro movimento.

L'essenza della dittatura del proletariato e del potere sovietico

2. la vittoria del socialismo (come prima fase del comunismo) sul capitalismo esige che il proletariato, in quanto unica classe effettivamente rivoluzionaria, assolva i tre compiti seguenti. Il primo consiste nel rovesciare gli sfruttatori, e anzitutto la borghesia, quale loro principale rappresentante economica e politica; nell'infliggere agli sfruttatori una sconfitta definitiva; nello schiacciare la loro resistenza; nel rendere impossibile qualsiasi loro tentativo di restaurare il capitale e la schiavitù salariata. Il secondo compito consiste nel conquistare e nel condurre al seguito dell'avanguardia rivoluzionaria del proletariato, del suo partito comunista, non soltanto tutto il proletariato, o la sua stragrande, schiacciante maggioranza, ma anche tutta la massa dei lavoratori e degli sfruttati dal capitale; nell'istruirli, organizzarli, educarli, disciplinarli nel corso stesso di una lotta audace, risoluta, implacabile e condotta con abnegazione contro gli sfruttatori; nello strappare questa schiacciante maggioranza della popolazione di tutti i paesi capitalistici alla sua soggezione nei confronti della borghesia e nell'ispirarle attraverso l'esperienza pratica, fiducia nella funzione dirigente del proletariato e della sua avanguardia rivoluzionaria. Il terzo compito consiste nel neutralizzare o nel rendere inoffensive le inevitabili oscillazioni tra il proletariato e la borghesia, tra la democrazia borghese e il potere sovietico, da parte della classe dei piccoli proprietari rurali e dei piccoli industriali e commercianti, che, pur costituendo una minoranza della popolazione, sono ancora abbastanza numerosi in quasi tutti i paesi progrediti, e da parte dello strato degli intellettuali, degli impiegati, ecc., corrispondente a questa classe.
Il primo e il secondo sono compiti a sé stanti, e ognuno di essi esige speciali metodi d'azione nei riguardi degli sfruttatori e degli sfruttati. Il terzo compito deriva dai primi due e richiede soltanto una combinazione abile, duttile e tempestiva dei metodi validi per i primi due compiti, in rapporto alle circostanze concrete di ogni singolo caso di esitazione.
3. Nella situazione concreta, creata in tutto il mondo, e soprattutto nei paesi capitalistici più progrediti, più potenti, più colti e più liberi, dal militarismo, dall'imperialismo, dall'oppressione delle colonie e dei paesi deboli, dalla carneficina imperialistica mondiale, dalla 'pace' di Versailles, qualsiasi concessione all'idea di una pacifica sottomissione dei capitalisti alla volontà della maggioranza degli sfruttati e di un passaggio pacifico, riformistico, al socialismo non è soltanto una manifestazione di estrema ottusità piccolo-borghese, ma è anche un vero e proprio inganno nei confronti degli operai, un abbellimento della schiavitù salariata capitalistica, un occultamento della verità. La verità è che, fin da ora, la borghesia più illuminata e democratica non arretra davanti a nessun inganno, a nessun delitto, non arretra dinanzi al massacro di milioni di operai e di contadini per salvare la proprietà privata dei mezzi di produzione. Solo il rovesciamento violento della borghesia, la confisca delle sue proprietà, la completa distruzione del suo apparato statale, dal basso in alto, degli organi parlamentari, giudiziari, militari, burocratici, amministrativi, comunali, ecc., fino all'esilio e all'internamento degli sfruttatori più pericolosi e ostinati, la più severa sorveglianza sugli sfruttatori per combattere i loro inevitabili tentativi di resistere e di restaurare la schiavitù capitalistica, solo questi provvedimenti possono assicurare l'effettiva subordinazione dell'intera classe degli sfruttatori.
D'altra parte, rappresenta un analogo abbellimento del capitalismo e della democrazia borghese e un inganno nei confronti degli operai l'idea, comunemente ammessa dai vecchi partiti e dai vecchi capi della II Internazionale, che nelle condizioni create dalla schiavitù capitalistica e sotto il giogo della borghesia (il quale riveste forme infinitamente varie e tanto più raffinate e al tempo stesso crudeli e implacabili quanto più è civile il paese capitalistico in questione) la maggioranza dei lavoratori e degli sfruttati possa acquisire una chiara coscienza socialista, dei convincimenti e un carattere saldamente socialisti. In realtà, solo quando l'avanguardia del proletariato, sostenuta da tutta la classe, che è l'unica classe rivoluzionaria, o dalla sua maggioranza, avrà rovesciato gli sfruttatori, spezzato la loro resistenza, liberato gli sfruttati dal loro stato di schiavitù, migliorato le loro condizioni di vita a spese dei capitalisti espropriati, solo allora e nel corso stesso di un'aspra lotta di classe sarà possibile istruire, educare, organizzare attorno al proletariato, sotto la sua influenza e direzione, le grandi masse dei lavoratori e degli sfruttati, vincere il loro egoismo, la loro dispersione, le loro debolezze, i loro difetti, generati dalla proprietà privata, e trasformare queste masse in una libera associazione di liberi lavoratori.
4. La vittoria sul capitalismo esige giusti rapporti tra il partito comunista dirigente, la classe rivoluzionaria, il proletariato, e la massa, cioè tutto il complesso dei lavoratori e degli sfruttati. Soltanto il partito comunista, se è realmente l'avanguardia della classe rivoluzionaria, se conta nelle sue file i migliori rappresentanti di questa classe, se è composto di comunisti pienamente coscienti e devoti, educati e temprati dall'esperienza di una tenace lotta rivoluzionaria, se ha saputo legarsi indissolubilmente a tutta la vita della sua classe e, attraverso di essa, a tutta la massa degli sfruttati, se ha saputo ispirare a questa classe e a questa massa una fiducia completa, soltanto questo partito è capace di guidare il proletariato nella lotta più risoluta e implacabile, nella lotta finale contro tutte le forze del capitalismo. D'altra parte, soltanto sotto la direzione di un tale partito il proletariato può dispiegare tutta la potenza del proprio impeto rivoluzionario, annientando l'inevitabile apatia e la parziale resistenza opposta dall'esigua minoranza dell'aristocrazia operaia corrotta dal capitalismo, dei vecchi dirigenti dei sindacati, delle cooperative, ecc., può sviluppare tutta la sua forza, che, in virtù della struttura economica della società capitalistica, è infinitamente più grande della sua entità numerica in rapporto alla popolazione. Infine, solo dopo essersi effettivamente liberata dall'oppressione della borghesia, e dell'apparato statale borghese, solo dopo aver conquistato la possibilità effettiva di organizzarsi liberamente (dagli sfruttatori) nei suoi soviet, la massa, cioè l'insieme dei lavoratori e degli sfruttati, potrà spiegare, per la prima volta nella storia, tutta l'iniziativa e l'energia delle decine di milioni di uomini oppressi dal capitalismo. Solo quando i soviet saranno diventati l'unico apparato statale sarà possibile realizzare la partecipazione effettiva di tutte le masse sfruttate alla gestione dello Stato, dalla quale, anche nella democrazia borghese più progredita e più libera, restano sempre escluse di fatto per il novantanove per cento. Soltanto nei soviet la massa degli sfruttati impara realmente, non dai libri, ma dalla propria esperienza pratica, a costruire il socialismo, a creare una nuova disciplina sociale e una libera associazione di liberi lavoratori.

Che cosa si deve fare per prepararsi subito e dappertutto alla dittatura del proletariato?

5. L'attuale fase di sviluppo del movimento comunista internazionale è caratterizzata dal fatto che, nella stragrande maggioranza dei paesi capitalistici, la preparazione del proletariato alla realizzazione della sua dittatura non è portata a compimento e anzi, molto spesso, non è stata ancora intrapresa in modo sistematico. Da questo non deriva che la rivoluzione proletaria sia impossibile nell'immediato avvenire. La rivoluzione è pienamente possibile, perché la situazione economica e politica è eccezionalmente carica di sostanze infiammabili, e sono assai numerosi i motivi che possono accenderle d'improvviso. Esiste poi l'altra condizione per la rivoluzione, oltre alla preparazione del proletariato, cioè la crisi generale di tutti i partiti di governo e di tutti i partiti borghesi. Da quanto si è detto deriva che i partiti comunisti non hanno oggi il compito di accelerare la rivoluzione, ma di intensificare la preparazione del proletariato. D'altra parte, gli episodi indicati più sopra della storia di numerosi partiti socialisti ci costringono a vigilare perché la dittatura del proletariato non venga 'riconosciuta' soltanto a parole.
Nel momento attuale, dal punto di vista del movimento proletario internazionale, il compito principale dei partiti comunisti consiste pertanto nel raggruppare tutte le forze comuniste disperse, nel costituire in ogni paese un partito comunista unico (o nel rafforzare e rinnovare i partiti già esistenti) al fine di decuplicare il lavoro di preparazione del proletariato alla conquista del potere statale e precisamente alla conquista del potere nella forma della dittatura del proletariato. Il consueto lavoro socialista dei gruppi e partiti che accettano il principio della dittatura del proletariato è ben lontano dall'essere trasformato e rinnovato radicalmente, come sarebbe necessario perché possa venir considerato un lavoro comunista, adeguato ai compiti che bisogna assolvere alla vigilia della dittatura del proletariato.
6. La conquista del potere politico non mette fine alla lotta di classe del proletariato contro la borghesia, anzi la rende particolarmente ampia, acuta e implacabile. Tutti i gruppi, partiti e militanti del movimento operaio che accettano in tutto o in parte le tesi del riformismo, del 'centro', ecc., si schierano inevitabilmente, con l'estremo acuirsi della lotta, o dalla parte della borghesia o tra gli esitanti o vanno a finire (il che è soprattutto pericoloso) tra gli amici malsicuri del proletariato vittorioso. Perciò la preparazione della dittatura del proletariato non esige soltanto l'intensificazione della lotta contro le tendenze riformistiche e 'centristiche', ma anche una trasformazione del carattere di questa lotta. La lotta non può limitarsi a mettere in chiaro gli errori di queste tendenze, ma deve smascherare inflessibilmente, implacabilmente ogni militante del movimento operaio che manifesti tali tendenze, perché in caso contrario il proletariato non può sapere con quali uomini affronta la lotta decisiva contro la borghesia. Questa lotta è tale che ad ogni istante può sostituire - e, come l'esperienza ha già dimostrato, sostituisce - all'arma della critica la critica delle armi. Ogni incoerenza o debolezza nel denunciare coloro che si rivelano come riformisti o 'centristi' rende subito più forte il rischio che il potere del proletariato venga rovesciato dalla borghesia, la quale domani utilizzerà per la controrivoluzione ciò che oggi sembra ai miopi soltanto un 'dissenso teorico'.
7. In particolare, non ci si può limitare alla consueta negazione di principio di ogni collaborazione del proletariato con la borghesia, di ogni 'collaborazionismo'. Ciò che in regime di proprietà privata dei mezzi di produzione è una semplice difesa della 'libertà' e dell''uguaglianza', in regime di dittatura del proletariato, che non potrà mai eliminare completamente d'un sol tratto la proprietà privata, si trasforma in una 'collaborazione' con la borghesia che mina direttamente il potere della classe operaia. Dittatura del proletariato significa infatti consolidamento e difesa, ad opera di tutto l'apparato del potere statale, della 'non libertà' per gli sfruttatori di perpetuare la loro oppressione e il loro sfruttamento, della 'non uguaglianza' tra il proletariato (cioè tra colui che si impadronisce personalmente di determinati mezzi di produzione creati dal lavoro sociale) e il nullatenente. Ciò che fino alla vittoria del proletariato sembra soltanto un dissenso teorico sulla 'democrazia' diventerà inevitabilmente, domani, dopo la vittoria, una questione che si risolverà con la forza delle armi. Pertanto, senza una trasformazione radicale di tutto il carattere della lotta contro i 'centristi' e contro i 'difensori della democrazia' è impossibile anche la preventiva preparazione delle masse alla realizzazione della dittatura del proletariato.
8. La dittatura del proletariato è la forma più energica e rivoluzionaria della lotta di classe del proletariato contro la borghesia. Questa lotta può risultare vittoriosa solo quando l'avanguardia più rivoluzionaria guida la
stragrande maggioranza del proletariato. La preparazione della dittatura del proletariato esige quindi non soltanto la denuncia del carattere borghese di ogni riformismo e di ogni difesa della democrazia in regime di conservazione della proprietà privata dei mezzi di produzione, non soltanto lo smascheramento di simili tendenze, che significano in pratica una difesa della borghesia nelle file del movimento operaio, ma anche la sostituzione dei vecchi capi con dei comunisti in tutte le organizzazioni proletarie senza eccezioni, non solo nelle organizzazioni politiche, ma anche in quelle sindacali, cooperative, educative, ecc. Quanto più lungo, completo e solido è stato in un paese determinato il dominio della democrazia borghese, tanto più la borghesia è riuscita a collocare nei posti di direzione dei capi e dei militanti, che essa ha educato, imbevuto di idee e pregiudizi borghesi e molto spesso comprato direttamente o indirettamente. È necessario eliminare con audacia centuplicata i rappresentanti dell'aristocrazia operaia o degli operai imborghesiti da tutti i posti che occupano, sostituendoli con operai anche più inesperti, purché siano legati alla massa degli sfruttati e godano della sua fiducia nella lotta contro gli sfruttatori. La dittatura del proletariato imporrà la designazione di questi operai inesperti alle funzioni governative di maggiore responsabilità, altrimenti il potere del governo operaio sarà debole e non sarà appoggiato dalle masse.
9. La dittatura del proletariato realizza nel modo più completo la direzione di tutti i lavoratori e di tutti gli sfruttati, che la classe dei capitalisti opprime, abbrutisce, schiaccia, terrorizza, divide, inganna, da parte dell'unica classe che tutta la storia del capitalismo abbia addestrato a questa funzione di guida. Pertanto la preparazione della dittatura del proletariato deve essere iniziata subito e dappertutto ricorrendo, tra l'altro, al metodo seguente. In tutte le organizzazioni, leghe, associazioni, nessuna esclusa, anzitutto in quelle proletarie, ma poi anche in quelle delle masse lavoratrici e sfruttate non proletarie (politiche, sindacali, militari, cooperative, educative, sportive, ecc.), si devono costituire dei gruppi o delle cellule comuniste, di preferenza legali, ma anche clandestine, come s'impone ogni volta che sia prevedibile il loro scioglimento, l'arresto o l'espulsione dei loro membri da parte della borghesia. Queste cellule, strettamente legate tra loro e con il centro del partito, scambiandosi i risultati della loro esperienza, svolgendo il lavoro di agitazione, propaganda e organizzazione, intervenendo energicamente in tutti i campi della vita sociale, lavorando tra tutte le diverse categorie in cui si suddividono le masse lavoratrici, devono educare sistematicamente, per mezzo di quest'azione molteplice, sé stesse, il partito, la classe e le masse. È qui molto importante l'elaborazione pratica dei metodi di lavoro necessariamente diversi, da una parte, nei riguardi dei 'capi' o dei 'rappresentanti responsabili', irrimediabilmente corrotti molto spesso da pregiudizi imperialistici e piccolo-borghesi e che devono essere implacabilmente smascherati e cacciati via dal movimento operaio, e, dall'altra parte, nei riguardi delle masse, le quali, soprattutto dopo la carneficina imperialistica, sono per lo più disposte ad accogliere e a far propria la dottrina della necessità della direzione proletaria come unica via d'uscita dalla schiavitù capitalistica. Bisogna imparare ad avvicinarsi alle masse con particolare pazienza e cautela per poter comprendere le caratteristiche peculiari, i tratti psicologici originali di ogni strato, di ogni mestiere, ecc., in seno alle masse.
10. In particolare, c'è un gruppo o una cellula di comunisti che merita la massima attenzione e sollecitudine del partito: è il gruppo parlamentare, cioè il gruppo degli iscritti al partito che fanno parte delle istituzioni rappresentative borghesi (anzitutto del parlamento, ma anche delle amministrazioni locali, municipali, ecc.). Da un lato, gli strati più larghi delle masse lavoratrici arretrate e imbevute di pregiudizi piccolo-borghesi attribuiscono a questa tribuna un'importanza molto grande, e pertanto i comunisti hanno l'obbligo di svolgere da questa tribuna un lavoro di propaganda, di agitazione, di organizzazione, di chiarificazione, spiegando alle masse perché è stato necessario in Russia (come a suo tempo sarà necessario in ogni paese) lo scioglimento del parlamento borghese da parte del congresso nazionale dei soviet. Dall'altro lato, la democrazia borghese, nel corso della sua storia, soprattutto nei paesi progrediti, ha trasformato la tribuna parlamentare nella principale arena o in una delle principali arene dove si commettono truffe inaudite, inganni finanziari e politici ai danni del popolo, dove regnano l'arrivismo, l'ipocrisia, l'oppressione dei lavoratori. L'odio appassionato dei migliori rappresentanti del proletariato rivoluzionario per i parlamenti è quindi pienamente giustificato. Ed è pertanto necessario che i partiti comunisti e tutti i partiti aderenti alla III Internazionale - soprattutto quando non si sono costituiti mediante una scissione dai vecchi partiti e attraverso una lotta lunga e ostinata contro di essi, ma col semplice passaggio (spesso nominale) dei vecchi partiti su nuove posizioni - assumano l'atteggiamento più severo verso i loro gruppi parlamentari: subordinazione completa dei gruppi parlamentari al controllo e alle direttive del Comitato centrale del partito; immissione prevalente di operai rivoluzionari nei gruppi parlamentari; esame attentissimo sulla stampa e nelle assemblee di partito dei discorsi dei deputati, dal punto di vista della loro coerenza comunista; incarico ai deputati di svolgere un lavoro di agitazione tra le masse; espulsione dal gruppo degli elementi inclini alle tendenze della II Internazionale, ecc.
11. Una delle principali fonti di difficoltà per il movimento operaio rivoluzionario dei paesi capitalistici progrediti sta nel fatto che, mediante i possedimenti coloniali e i sovrapprofitti del capitale finanziario, il capitale è riuscito a fare dell'aristocrazia operaia uno strato relativamente più ampio e stabile, benché costituito da un'esigua minoranza. L'aristocrazia operaia gode di condizioni salariali migliori e, in particolare, è imbevuta di un ristretto spirito corporativo e di pregiudizi piccolo-borghesi e imperialistici. Essa è l'effettivo 'sostegno' sociale della II Internazionale, dei riformisti e dei 'centristi', e nel momento attuale è forse il principale sostegno sociale della borghesia. Nessuna preparazione del proletariato al rovesciamento della borghesia può essere realizzata senza una lotta immediata, sistematica, ampia e aperta contro questo strato che (come l'esperienza ha già dimostrato pienamente) fornirà senza dubbio un buon numero di elementi alle guardie bianche della borghesia dopo la vittoria del proletariato. Tutti i partiti aderenti alla III Internazionale devono ad ogni costo tradurre in pratica la parola d'ordine: 'Più profondamente tra le masse', 'in più stretto collegamento con le masse', intendendo per masse tutto il complesso dei lavoratori e degli sfruttati del capitale e, soprattutto, gli elementi meno organizzati, meno istruiti, più oppressi, meno capaci di organizzarsi.
Il proletariato diventa rivoluzionario solo in quanto non si confina in un angusto corporativismo, in quanto interviene in tutte le manifestazioni e in tutti i campi della vita sociale come guida di tutte le masse lavoratrici e sfruttate e non potrà instaurare la propria dittatura, se non sarà preparato ai sacrifici più gravi, se non sarà capace di affrontarli per vincere la borghesia. A questo riguardo, assume un'importanza teorica e pratica l'esperienza della Russia, dove il proletariato non avrebbe potuto instaurare la sua dittatura, non avrebbe potuto conquistarsi il rispetto generale e la fiducia in tutte le masse lavoratrici, se non si fosse addossato i sacrifici maggiori, se non avesse sofferto la fame più di tutti gli altri strati di queste masse, nelle ore più difficili dell'assalto, della guerra e del blocco da parte della borghesia mondiale.
In particolare, l'appoggio più completo e incondizionato del partito comunista e di tutto il proletariato d'avanguardia è soprattutto necessario per l'ampio e spontaneo movimento di massa degli scioperi, che, sotto il giogo del capitale, è l'unico capace di risvegliare, scuotere, istruire, organizzare realmente le masse ed educarle alla massima fiducia nella funzione dirigente del proletariato rivoluzionario. Senza questa preparazione la dittatura del proletariato non può essere realizzata, e coloro che si pronunciano apertamente contro gli scioperi, come fanno Kautsky in Germania e Turati in Italia, non possono essere tollerati in alcun modo nelle file dei partiti aderenti alla III Internazionale. Naturalmente, questo è ancor più valido per quei capi parlamentari e sindacali che spesso tradiscono gli operai, servendosi dell'esperienza degli scioperi per insegnare il riformismo e non la rivoluzione (per esempio, in Inghilterra e in Francia negli ultimi anni).
12. In tutti i paesi, anche nei più liberi, 'legali' e 'pacifici' nel senso di una minore asprezza della lotta di classe è giunto a completa maturazione un periodo nel quale, per ogni partito comunista, è assolutamente necessario combinare sistematicamente il lavoro legale con quello illegale, l'organizzazione legale con l'organizzazione illegale. Infatti, nei paesi più progrediti e liberi, nei paesi dove il regime democratico borghese è più 'stabile', i governi, a dispetto delle loro dichiarazioni ipocrite e bugiarde, ricorrono già metodicamente alla compilazione di liste nere di comunisti, a infinite violazioni delle loro stesse Costituzioni, per incoraggiare più o meno segretamente le guardie bianche e l'assassinio dei comunisti in tutti i paesi, preparano nell'ombra l'arresto dei comunisti, introducono nelle file comuniste dei provocatori, ecc. Soltanto chi è dominato dalla mentalità piccolo-borghese più reazionaria, nonostante le belle frasi 'democratiche' e pacifistiche dietro le quali si nasconde, può negare questo fatto o la conseguenza che da esso deriva di necessità, cioè che tutti i partiti comunisti legali devono costituire immediatamente delle organizzazioni clandestine per svolgere un sistematico lavoro illegale per prepararsi completamente al momento in cui avranno inizio le persecuzioni borghesi. Il lavoro illegale è particolarmente necessario nell'esercito, nella marina, nella polizia, perché dopo la grande carneficina imperialistica tutti i governi del mondo intero hanno cominciato ad aver paura degli eserciti nazionali, aperti agli operai e ai contadini, e ricorrono in segreto, con tutti i mezzi possibili, alla formazione di reparti, scelti accuratamente in seno alla borghesia e forniti di armi particolarmente perfezionate.
D'altra parte, in tutte le circostanze, nessuna esclusa, è necessario non limitarsi all'attività illegale ma svolgere anche il lavoro legale, superando quindi tutte le difficoltà, fondando giornali e organizzazioni legali, con le denominazioni più varie e, in caso di bisogno, cambiando spesso tali denominazioni. Così fanno i partiti comunisti illegali in Finlandia e in Ungheria e, in una certa misura, in Germania, in Polonia, in Lettonia, ecc. Così devono fare gli 'operai industriali del mondo' (IWW) in America. Così dovranno fare tutti i partiti comunisti oggi legali, se la magistratura vorrà perseguirli in base alle risoluzioni dei congressi dell'Internazionale comunista, ecc.
L'assoluta necessità di principio di collegare l'azione legale con quella illegale non è determinata soltanto dall'insieme di condizioni particolari del periodo attuale, periodo di preparazione della dittatura del proletariato, ma anche della necessità di dimostrare alla borghesia che non ci sono e non possono esserci campi e sfere di attività che i comunisti non conquistino; ed è soprattutto determinata dal fatto che in ogni paese esistono ancora vasti strati proletari, nonché masse lavoratrici e sfruttate non proletarie, che continuano ad avere fiducia nella legalità della democrazia borghese e che è per noi molto importante disingannare.
13. In particolare, la situazione della stampa nei paesi capitalistici più progrediti dimostra in modo lampante quanto siano menzognere la libertà e l'uguaglianza nella democrazia borghese e dimostra la necessità di combinare metodicamente l'attività legale con quella illegale. Nella Germania vinta come nell'America vittoriosa tutta la potenza dell'apparato statale della borghesia e tutte le truffe dei re della finanza sono messe in opera per privare gli operai della loro stampa: persecuzioni e arresti (o assassinii per mezzo di sicari prezzolati) di redattori, proibizione delle spedizioni postali, confisca della carta, ecc. Inoltre, i servizi d'informazione indispensabili per i quotidiani sono nelle mani delle agenzie telegrafiche borghesi, e la pubblicità senza la quale un grande giornale non può coprire le spese, è a 'libera' disposizione dei capitalisti. In breve, la borghesia, con l'inganno e con la pressione del capitale e dello Stato borghese, toglie al proletariato rivoluzionario la sua stampa.
Per lottare contro questa situazione i partiti comunisti devono creare un nuovo genere di stampa periodica da diffondere in grande quantità tra gli operai: in primo luogo, pubblicazioni legali, che dovranno imparare a servirsi di qualsiasi possibilità legale, senza dichiararsi comuniste e senza rivelare la loro appartenenza al partito, come hanno fatto i bolscevichi sotto lo zarismo, dopo il 1905; in secondo luogo, fogli clandestini, anche in piccola quantità e pubblicati irregolarmente, ma riprodotti dagli operai in un gran numero di tipografie (clandestinamente o, se il movimento è forte, impadronendosi con un'azione rivoluzionaria delle tipografie), i quali diano al proletariato un'informazione libera e rivoluzionaria e parole d'ordine rivoluzionarie.
Senza una lotta rivoluzionaria di massa per la libertà della stampa comunista, la preparazione della dittatura del proletariato è impossibile.

Correzione della linea - e in parte della composizione - dei partiti che aderiscono o che vogliono aderire all'Internazionale comunista

14. Il grado di preparazione del proletariato dei paesi più importanti - dal punto di vista dell'economia e della politica mondiale - alla realizzazione della propria dittatura è caratterizzato con la massima obiettività e precisione dal fatto che i partiti più autorevoli della II Internazionale - il Partito socialista francese, il Partito socialdemocratico indipendente di Germania, il Partito laburista indipendente inglese, il Partito socialista americano - sono usciti da questa Internazionale gialla e hanno deciso, i primi tre condizionatamente e il quarto addirittura senza condizioni, di aderire alla III Internazionale. Risulta così che non soltanto l'avanguardia, ma anche la maggioranza del proletariato rivoluzionario, persuasa da tutto il corso degli avvenimenti, comincia a passare dalla nostra parte. L'essenziale sta oggi nel saper portare a compimento questo passaggio e nel consolidare stabilmente, organizzativamente, i risultati raggiunti al fine di poter avanzare, senza la minima esitazione, su tutta la linea.
15. Tutta l'attività dei partiti menzionati sopra (ai quali si deve aggiungere il Partito socialdemocratico della Svizzera, se le informazioni telegrafiche sulla sua decisione di aderire alla III Internazionale sono esatte) dimostra - e qualsiasi pubblicazione periodica di tali partiti lo conferma con la massima evidenza - che essa non è ancora un'attività comunista e che spesso va addirittura contro i principi fondamentali della III Internazionale, cioè contro il riconoscimento della dittatura del proletariato e del potere sovietico invece della democrazia borghese. Il II congresso dell'Internazionale comunista deve pertanto deliberare che non ritiene possibile l'ammissione immediata di questi partiti, che conferma la risposta data dal Comitato esecutivo della III Internazionale agli 'indipendenti' tedeschi, che conferma di essere pronto a condurre trattative con ogni partito il quale esca dalla II Internazionale e intenda avvicinarsi alla III Internazionale, che garantisce voto consultivo ai delegati di questi partiti in tutti i congressi e conferenze della III Internazionale, che pone le seguenti condizioni per la completa adesione di questi (e analoghi) partiti all'Internazionale comunista:
1. pubblicazione di tutte le decisioni di tutti i congressi dell'Internazionale comunista e del suo Comitato esecutivo in tutte le pubblicazioni periodiche del partito;
2. discussione di queste decisioni in assemblee speciali di tutte le sezioni e organizzazioni locali del partito;
3. convocazione, dopo questo dibattito, di un congresso speciale del partito per trarre le conclusioni e procedere alla
4. epurazione del partito dagli elementi che continuano ad agire nello spirito della II Internazionale;
5. trasferimento di tutti gli organi periodici del partito nelle mani dei comitati redazionali esclusivamente comunisti.
Il II congresso della III Internazionale deve affidare al suo Comitato esecutivo il mandato di ammettere formalmente nella III Internazionale i partiti menzionati sopra o analoghi, dopo aver controllato che tutte queste condizioni siano state effettivamente applicate e che l'attività dei partiti abbia assunto un carattere comunista.
16. Quanto alla questione dell'atteggiamento che devono assumere i comunisti, che si trovino attualmente in minoranza negli organismi dirigenti dei partiti menzionati sopra e di altri partiti analoghi, il II congresso della III Internazionale deve stabilire che, in considerazione della crescente e sincera simpatia per il comunismo manifestata dagli operai appartenenti a questi partiti, non è opportuno che i comunisti ne escano, fino a quando avranno la possibilità di svolgervi la loro attività ispirata al riconoscimento della dittatura del proletariato e del potere sovietico e fino a quando si potranno criticare gli opportunisti e i centristi che rimangono nelle file di questi partiti.
Il II congresso della III Internazionale deve in pari tempo pronunciarsi per l'adesione delle organizzazioni e dei gruppi comunisti o simpatizzanti per il comunismo operanti in Inghilterra al Labour Party, benché questo partito aderisca alla II Internazionale. Infatti, fino a quando il partito laburista lascerà alle organizzazioni che ne fanno parte l'attuale libertà di critica, la libertà di svolgere un'azione di propaganda, di agitazione e di organizzazione per la dittatura del proletariato e per il potere sovietico, fino a quando esso conserverà il suo carattere di unione di tutte le organizzazioni sindacali della classe operaia, i comunisti dovranno fare di tutto e giungere a certi compromessi per avere la possibilità di esercitare un'influenza sulle grandi masse operaie smascherando i loro capi opportunisti dalla tribuna più alta e più visibile alle masse, affrettare il passaggio del potere politico dalle mani dei rappresentanti diretti della borghesia nelle mani dei 'luogotenenti operai della classe capitalistica' e dissipare così, nel modo più rapido, le ultime illusioni delle masse a questo proposito.
17. Riguardo al Partito socialista italiano, il II congresso della III Internazionale ritiene sostanzialmente giusta la critica al partito e le proposte pratiche enunciate come proposte al Consiglio nazionale del Partito socialista italiano, a nome della sezione torinese del partito stesso, nella rivista 'L'ordine nuovo' dell'8 maggio 1920. Tali proposte corrispondono pienamente a tutti i principi fondamentali della III Internazionale.
Il II congresso della III Internazionale invita pertanto il Partito socialista italiano a convocare un congresso straordinario per esaminare queste proposte, nonché tutte le decisioni dei due congressi dell'Internazionale comunista, al fine di correggere la linea del partito e al fine di epurare il partito stesso, e in particolare il suo gruppo parlamentare, dagli elementi non comunisti.
18. Il II congresso della III Internazionale ritiene sbagliate le idee sui rapporti del partito con la classe operaia e con la massa e sulla non obbligatorietà della partecipazione dei partiti comunisti ai parlamenti borghesi e ai sindacati reazionari, che vengono sostenute in pieno soprattutto dal 'Partito operaio comunista di Germania', e in parte anche dal 'Partito comunista della Svizzera', dalla rivista viennese
Kommunismus, organo del segretariato dell'Internazionale comunista per l'Europa orientale, dal segretariato di Amsterdam, oggi disciolto, e da alcuni compagni olandesi, nonché da alcune organizzazioni comuniste in Inghilterra, per esempio, dalla 'Federazione operaia socialista', ecc., dagli 'operai industriali del mondo' in America, dal 'Shop Stewerds Committees' in Inghilterra, ecc. Il congresso ha ampiamente confutato queste idee in apposite risoluzioni.
Non di meno il II congresso della III Internazionale ritiene possibile e auspicabile l'immediata adesione all'Internazionale comunista di quelle tra le organizzazioni suddette che non abbiano ancora dato la loro adesione ufficiale, perché in questo caso, soprattutto per ciò che concerne gli 'Operai industriali del mondo' in America e in Australia o in 'comitati dei delegati di fabbrica' in Inghilterra, siamo in presenza di un movimento profondamente proletario e di massa, che di fatto si trova nella sua sostanza sul terreno dei principi fondamentali dell'Internazionale comunista. In queste organizzazioni le idee sbagliate sulla partecipazione ai parlamenti borghesi sono dovute meno all'influenza di elementi provenienti dalla borghesia, i quali portano con sé le loro concezioni piccolo-borghesi, come sono spesso le concezioni degli anarchici, che non all'inesperienza politica di proletari pienamente rivoluzionari e legati alle masse.
Il II congresso della III Internazionale invita pertanto tutte le organizzazioni e tutti i gruppi comunisti dei paesi anglosassoni a condurre nei confronti degli 'operai industriali del mondo', dei 'comitati dei delegati di fabbrica', delle masse che simpatizzano per loro una politica di rapporti molto amichevoli e di avvicinamento, persino nel caso in cui tali organizzazioni non aderiscano subito alla III Internazionale; a far loro comprendere amichevolmente, in base all'esperienza di tutte le rivoluzioni e in specie delle tre rivoluzioni russe del XX secolo, l'erroneità delle idee indicate sopra; a non desistere dai reiterati tentativi di fondersi con queste organizzazioni in un partito comunista unico.
19. Il congresso richiama a questo proposito l'attenzione di tutti i compagni, in particolare dei paesi latini e anglosassoni, sul fatto che in tutto il mondo si sta delineando, dopo la guerra, una profonda differenziazione ideale tra gli anarchici intorno all'atteggiamento da prendere verso la dittatura del proletariato e il potere sovietico. Proprio tra gli elementi proletari, sospinti verso l'anarchismo da un odio del tutto legittimo per l'opportunismo e per il riformismo della II Internazionale, si registra una comprensione particolarmente giusta di questi principi, la quale tanto più si diffonde quanto più l'esperienza della Russia, della Finlandia, dell'Ungheria, della Lettonia, della Polonia e della Germania è conosciuta da vicino.
Il congresso ritiene perciò doveroso per tutti i compagni di aiutare in ogni modo il passaggio di tutti gli elementi proletari dall'anarchismo alla III Internazionale. Il congresso sottolinea che il buon esito dell'attività svolta dai partiti effettivamente comunisti deve essere misurato, tra l'altro, in base ai risultati che essi conseguiranno nell'attrarre dalla loro parte gli elementi anarchici, non intellettuali né piccolo-borghesi, ma appartenenti alle masse proletarie".
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Il II Congresso dell'Internazionale Comunista si svolse dal 19 luglio al 7 agosto 1920 in due diverse città: Pietrogrado, dalla seduta iniziale fino al 22 luglio; Mosca dalla seduta del 23 luglio fino al termine dei lavori.
Oltre alle "Tesi sui compiti fondamentali", Lenin sottopose al II Congresso un altro importante documento: "Le condizioni di ammissione all'Internazionale Comunista", da lui preparato ed articolato in venti punti.
"Il primo congresso, costitutivo, dell'Internazionale comunista non ha elaborato condizioni precise per l'ammissione dei singoli partiti alla III Internazionale. Al tempo della convocazione del primo congresso nella maggior parte dei paesi esistevano soltanto tendenze e gruppi comunisti.
Il secondo congresso mondiale dell'Internazionale comunista si riunisce in altre condizioni. Attualmente, nella maggior parte dei paesi, esistono non soltanto correnti e tendenze, anche
organizzazioni e partiti comunisti.
All'Internazionale comunista si rivolgono sempre più spesso partiti e gruppi, che ancora recentemente aderivano alla II Internazionale, che desiderano aderire oggi alla III Internazionale, ma che di fatto non sono ancora diventati comunisti. La II Internazionale è definitivamente sconfitta. I partiti intermedi e i gruppi del 'centro', consapevoli della situazione disperata in cui versa la II Internazionale, tentano di appoggiarsi all'Internazionale comunista, che si rafforza sempre più, ma sperano tuttavia di conservare un''autonomia', che consenta loro
di realizzare la vecchia politica opportunistica 'centristica'. Fino a un certo punto l'Internazionale comunista è di moda.
Il desiderio di alcuni gruppi dirigenti del 'centro' di aderire oggi alla III Internazionale conferma indirettamente che l'Internazionale comunista si è conquistata le simpatie della stragrande maggioranza degli operai coscienti di tutto il mondo e che la sua forza diventa ogni giorno più grande.
In queste circostanze l'Internazionale comunista può essere minacciata dal pericolo di un'invasione di gruppi oscillanti e irresoluti, che non si sono ancora sbarazzati dell'ideologia della II Internazionale. Inoltre, alcuni grandi partiti (l'italiano, lo svedese), nei quali la maggioranza accetta i principi del comunismo, hanno ancora nel loro seno un'ala riformista e socialpacifista consistente, che aspetta soltanto l'occasione per rialzare la testa, per iniziare il sabotaggio attivo della rivoluzione proletaria e aiutare così la borghesia e la II Internazionale.
Nessun comunista deve dimenticare gli insegnamenti che derivano dall'esperienza della repubblica dei soviet d'Ungheria. L'unità dei comunisti ungheresi con i riformisti è costata cara al proletariato ungherese.
Per tali motivi il secondo congresso mondiale ritiene di dover fissare, con la massima precisione, le condizioni di ammissione di nuovi partiti all'Internazionale comunista e di dover inoltre indicare ai partiti già ammessi gli obblighi a cui essi sono impegnati.
Il secondo congresso dell'Internazionale comunista delibera che le condizioni di ammissione all'Internazionale sono le seguenti.
1. La propaganda e l'agitazione quotidiane devono avere un carattere realmente comunista. Tutti gli organi di stampa, che si trovano nelle mani del partito, devono essere diretti da comunisti fidati, che abbiano dato prova della loro dedizione alla causa della rivoluzione proletaria. Della dittatura del proletariato non bisogna parlare semplicemente come di una formula corrente, imparata a memoria; bisogna invece propagandare la dittatura del proletariato in modo che la necessità risulti dai fatti stessi della vita quotidiana, messi in rilievo metodicamente, giorno per giorno, dalla nostra stampa, per ogni semplice operaio, per ogni operaia, per ogni contadino o soldato. Dalle pagine dei giornali, nelle assemblee popolari, nei sindacati, nelle cooperative, in ogni luogo in cui abbiano accesso, i sostenitori della III Internazionale dovranno bollare sistematicamente e implacabilmente non solo la borghesia, ma anche i suoi complici, i riformisti di ogni tinta.
2. Ogni organizzazione che voglia aderire all'Internazionale comunista ha l'obbligo di
allontanare, metodicamente e in modo pianificato, i riformisti e i fautori del 'centro' da qualsiasi posto di responsabilità del movimento operaio (organizzazione del partito, redazione di giornali, sindacato, gruppo parlamentare, cooperative, municipi, ecc.) e dovrà sostituirli con dei comunisti fidati senza preoccuparsi se qualche volta, all'inizio, bisognerà sostituire dei militanti 'esperti' con dei semplici operai.
3. In tutti i paesi nei quali, a causa dello stato d'assedio o delle leggi eccezionali, i comunisti non hanno la possibilità di svolgere legalmente tutta la loro attività, è assolutamente necessario collegare il lavoro legale con il lavoro illegale. In quasi tutti i paesi d'Europa e d'America la lotta di classe sta entrando nella fase della guerra civile. In queste condizioni i comunisti non possono aver fiducia nella legalità borghese. Essi hanno l'obbligo di creare
dappertutto un apparato illegale parallelo all'organizzazione legale, che possa nel momento decisivo aiutare il partito a compiere il suo dovere verso la rivoluzione.
4. È necessario svolgere nell'esercito una propaganda e un'agitazione sistematiche e tenaci e costituire cellule comuniste in tutte le unità militari. I comunisti dovranno compiere questo lavoro in gran parte illegalmente; ma rifiutarsi di svolgerlo significherebbe tradire il dovere rivoluzionario ed è cosa incompatibile con l'appartenenza alla III Internazionale.
5. È necessario condurre un'agitazione sistematica e metodica nelle campagne. La classe operaia non può consolidare la sua vittoria, se non ha l'appoggio almeno di una parte dei salariati agricoli e dei contadini più poveri e se, con la sua politica, non ha neutralizzato una parte della rimanente popolazione rurale. Nel momento attuale l'azione comunista nelle campagne assume un'importanza primaria. Bisogna svolgerla principalmente per mezzo di
operai comunisti rivoluzionari, che abbiano dei collegamenti con la campagna. Rinunciare a questo lavoro o affidarlo alle mani insicure dei semiriformisti significa rinunciare alla rivoluzione proletaria.
6. Ogni partito che voglia far parte della III Internazionale ha l'obbligo di smascherare non soltanto il socialpatriottismo dichiarato, ma anche l'ipocrisia e la falsità del socialpacifismo: deve dimostrare sistematicamente agli operai che, senza il rovesciamento rivoluzionario del capitalismo, nessuna corte arbitrale internazionale, nessuna trattativa sulla riduzione degli armamenti nessuna riorganizzazione 'democratica' della Società delle nazioni potrà salvare il genere umano da nuove guerre imperialistiche.
7. I partiti che vogliono far parte dell'Internazionale comunista hanno l'obbligo di riconoscere la necessità di una rottura completa e definitiva con il riformismo e con la politica del 'centro' e di propagandare questa rottura tra tutti gli iscritti al partito. Senza di ciò è impossibile una politica comunista coerente.
L'Internazionale comunista esige assolutamente e in forma ultimativa che tale rottura sia realizzata entro il più breve termine. L'Internazionale comunista non può tollerare che dei riformisti dichiarati, come, ad esempio, Turati, Modigliani, ecc., abbiano il diritto di considerarsi membri della III Internazionale. Da un tale costume deriverebbe che la III Internazionale finirebbe per rassomigliare in larga misura alla defunta II Internazionale.
8. Nella questione delle colonie e delle nazionalità oppresse, è necessario che i partiti dei paesi la cui borghesia possiede colonie e opprime altre nazioni assumano una posizione particolarmente chiara e definita. Ogni partito che voglia far parte della III Internazionale ha l'obbligo di denunciare implacabilmente le malefatte dei 'propri' imperialisti nelle colonie, di appoggiare non a parole ma nei fatti ogni movimento di liberazione nelle colonie, di esigere che gli imperialisti del proprio paese siano cacciati via dalle colonie, di educare gli operai del proprio paese a un atteggiamento veramente fraterno verso la popolazione lavoratrice delle colonie e delle nazionalità oppresse, di svolgere nelle unità militari del proprio paese un'agitazione metodica contro ogni oppressione dei popoli coloniali.
9. Ogni partito che voglia far parte dell'Internazionale comunista ha l'obbligo di svolgere un lavoro comunista sistematico e tenace nei sindacati, nelle cooperative e nelle altre organizzazioni operaie di massa. All'interno di queste associazioni bisogna costituire delle cellule comuniste, che attraverso un lavoro lungo e perseverante devono conquistare i sindacati alla causa del comunismo. Queste cellule, nel corso di tutto il loro lavoro quotidiano, hanno l'obbligo di denunciare il tradimento dei socialpatrioti e le esitazioni del 'centro'. Queste cellule comuniste devono essere interamente subordinate al partito nel suo insieme.
10. I partiti che fanno parte dell'Internazionale comunista hanno l'obbligo di condurre una lotta ostinata contro l''Internazionale' sindacale gialla di Amsterdam. Con una propaganda perseverante tra gli operai organizzati nei sindacati, essi devono dimostrare la necessità di una rottura con l'Internazionale gialla di Amsterdam. Essi devono sostenere con tutti i mezzi la nascente unione internazionale dei sindacati rossi aderenti all'Internazionale comunista.
11. I partiti che vogliono far parte della III Internazionale hanno l'obbligo di rivedere la composizione dei loro gruppi parlamentari, di allontanare da essi gli elementi infidi, di subordinare questi gruppi, non a parole ma nei fatti, ai rispettivi Comitati centrali, di esigere da ogni proletario comunista la subordinazione di ogni sua attività agli interessi della propaganda e dell'agitazione effettivamente rivoluzionaria.
12. Analogamente, la stampa periodica e non periodica e tutta l'attività editoriale devono essere interamente subordinate al Comitato centrale del partito, indipendentemente dal fatto che il partito nel suo complesso si trovi, in un momento dato, in una situazione di legalità o di illegalità; è inammissibile che le organizzazioni editoriali, abusando dell'autonomia, conducano una politica non pienamente di partito.
13. I partiti che fanno parte dell'Internazionale comunista devono essere strutturati secondo il principio del centralismo democratico. Nell'epoca attuale di aspra guerra civile il partito comunista potrà assolvere il suo dovere soltanto se sarà organizzato nel modo più centralizzato, se in esso dominerà una disciplina ferrea, confinante con la disciplina militare, se il centro del partito sarà un organo autorevole di potere, dotato di ampi poteri, e godrà della fiducia generale degli iscritti al partito.
14. I partiti comunisti dei paesi dove i comunisti svolgono legalmente il loro lavoro devono procedere a epurazioni periodiche degli iscritti alle loro organizzazioni (nuova registrazione) al fine di liberare in modo sistematico il partito dagli elementi piccolo-borghesi che vi si infiltrano inevitabilmente.
15. Ogni partito che voglia far parte dell'Internazionale comunista ha l'obbligo di appoggiare senza riserve ogni repubblica dei soviet nella sua lotta contro le forze controrivoluzionarie. I partiti comunisti devono condurre una propaganda permanente per convincere gli operai a rifiutarsi di trasportare il materiale bellico destinato ai nemici delle repubbliche sovietiche, e devono svolgere, in modo legale e illegale, propaganda tra le unità militari inviate a soffocare le repubbliche operaie, ecc.
16. I partiti che conservano tuttora i vecchi programmi socialdemocratici hanno l'obbligo di sottoporli a revisione; entro il termine più breve, e di elaborare un nuovo programma comunista adeguato alle condizioni specifiche del proprio paese e conforme alle decisioni dell'Internazionale comunista. Di regola, i programmi di ogni partito aderente all'Internazionale comunista devono essere convalidati dal congresso mondiale ordinario dell'Internazionale comunista o dal suo Comitato esecutivo. Nel caso in cui il programma di un partito non venga convalidato dal Comitato esecutivo dell'Internazionale comunista, il partito in questione ha diritto di appellarsi al congresso dell'Internazionale comunista.
17. Tutte le decisioni dei congressi dell'Internazionale comunista, nonché quelle del suo comitato esecutivo, sono impegnative per tutti i partiti aderenti. L'Internazionale comunista, che opera in una situazione di aspra guerra civile, deve essere strutturata in modo molto più centralizzato rispetto alla II Internazionale. Naturalmente, l'Internazionale comunista e il suo Comitato esecutivo hanno l'obbligo, in tutta la loro attività, di tener conto della grande disparità di condizioni in cui i vari partiti devono lottare e lavorare e hanno l'obbligo di prendere decisioni impegnative per tutti i partiti soltanto nelle questioni in cui tali decisioni sono possibili.
18. In relazione a tutto ciò che precede, tutti i partiti che vogliano far parte dell'Internazionale comunista devono cambiare il loro nome. Ogni partito che intenda aderire all'Internazionale comunista deve prendere il nome di partito
comunista del tal paese (sezione della III Internazionale comunista). La questione del nome è soltanto formale, ma assume grande importanza politica. L'Internazionale comunista ha sferrato una lotta energica contro tutto il mondo borghese e contro tutti i partiti socialdemocratici gialli. È quindi necessario che la differenza tra i partiti comunisti e i vecchi partiti 'socialdemocratici' o 'socialisti' ufficiali, che hanno tradito la bandiera della classe operaia, sia assolutamente chiara per ogni semplice lavoratore.
19. Dopo la conclusione dei lavori del secondo congresso mondiale dell'Internazionale comunista, tutti i partiti che vogliono far parte dell'Internazionale devono convocare entro il più breve termine un congresso straordinario del loro partito per ratificare ufficialmente, a nome dell'intero partito, gli impegni sopra esposti.

La ventesima condizione di ammissione all'Internazionale comunista

I partiti che desiderino aderire attualmente alla III Internazionale, ma che non hanno fino a questo momento cambiato radicalmente la loro vecchia tattica, devono prima dell'adesione adoperarsi perché, almeno nella misura di due terzi, facciano parte del loro Comitato centrale e di tutti i più importanti organi centrali del partito quei compagni che, ancor prima del II congresso dell'Internazionale comunista, si sono pronunciati pubblicamente e senza equivoci per l'adesione alla III Internazionale. Eccezioni possono essere ammesse con l'approvazione del Comitato esecutivo della III Internazionale. Il Comitato esecutivo dell'Internazionale comunista ha il diritto di fare delle eccezioni anche per i rappresentanti del 'centro' menzionati al paragrafo 7".
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Il secondo congresso della III Internazionale fu particolarmente importante per l'attività e lo sviluppo futuro di quest'organismo, fornendo a tutti i militanti e alle singole istanze, gli strumenti adeguati e necessari per il lavoro politico e organizzativo da svolgere. Sul n. 3-4 della rivista "Kommunistka" dell'agosto-settembre 1920, Lenin traccia il seguente bilancio del II congresso dell'Internazionale comunista: "Il secondo congresso dell'Internazionale comunista si è concluso il 7 agosto. Poco più di un anno è trascorso dalla fondazione dell'Internazionale comunista e in questo breve periodo si sono ottenuti successi immensi, decisivi.
Un anno fa, al primo congresso, si è solo issata la bandiera del comunismo, intorno alla quale dovevano raggrupparsi le forze del proletariato rivoluzionario; è stata dichiarata guerra alla II Internazionale, all'Internazionale gialla, la quale raccoglie i socialtraditori, che sono passati dalla parte della borghesia contro il proletariato e che si alleano con i capitalisti contro la rivoluzione operaia.
Una riprova dell'imponente successo realizzato in un anno si ha, fra l'altro, nel fatto che la crescente simpatia delle masse operaie per il comunismo ha costretto a uscire dalla II Internazionale i principali partiti d'Europa e d'America che ne facevano parte: il Partito socialista francese, i partiti 'indipendenti' tedesco e inglese, il partito indipendente americano.
In tutti i paesi del mondo i rappresentanti migliori degli operai rivoluzionari sono ormai passati dalla parte del comunismo, del potere dei soviet, della dittatura del proletariato. In tutti i paesi progrediti d'Europa e d'America si sono ormai costituiti dei partiti comunisti o numerosi gruppi comunisti. E al congresso, che si è concluso il 7 agosto, si sono già riuniti non soltanto i precursori, gli elementi d'avanguardia della rivoluzione proletaria, ma i delegati di organizzazioni forti e potenti, collegate alle masse proletarie. C'è un esercito mondiale del proletariato rivoluzionario che oggi è per il comunismo e che ha ricevuto dal recente congresso una organizzazione e un programma d'azione chiaro, preciso, particolareggiato.
Il congresso si è rifiutato di accogliere subito nell'Internazionale comunista i partiti che, come quelli ricordati sopra, usciti dalla II Internazionale, dall'Internazionale gialla, non hanno ancora espulso dalle loro file i rappresentanti autorevoli del 'menscevismo', del socialtradimento, dell'opportunismo.
Il congresso, in una serie di risoluzioni molto precise, ha respinto qualsiasi concessione all'opportunismo, esigendo la rottura completa con esso. E al congresso sono stati comunicati dei dati incontestabili, i quali dimostrano che le masse operaie sono con noi e che gli opportunisti saranno completamente sconfitti. Il congresso ha corretto gli errori commessi in alcuni paesi dai comunisti che vogliono andare assolutamente 'a sinistra', che negano la necessità di lavorare nei parlamenti borghesi e nei sindacati reazionari, là dove si trovano milioni di operai ancora turlupinati dai capitalisti e dai loro servitori nel campo operaio, cioè dai membri della II Internazionale, dell'Internazionale gialla.
Il congresso ha instaurato nei partiti comunisti di tutto il mondo una unità e una disciplina che non hanno precedenti e che permettono all'avanguardia della rivoluzione operaia di progredire a passi giganteschi verso il suo grande fine, verso l'abbattimento del giogo capitalistico.
Il congresso, attraverso la conferenza internazionale delle operaie, organizzata nei giorni stessi dal congresso, rinsalderà i collegamenti con il movimento comunista femminile.
Al congresso erano rappresentati anche i gruppi e i partiti comunisti dell'oriente, delle colonie e dei paesi arretrati, che l'alleanza 'civile' delle nazioni predatrici saccheggia, violenta e asserve con tanta ferocia. Il movimento rivoluzionario dei paesi progrediti sarebbe in realtà solo un inganno, senza l'unità più completa e più stretta tra gli operai in lotta contro il capitale in Europa e in America e le centinaia di milioni di schiavi 'coloniali', oppressi da quel capitale.
Grandi sono state le vittorie militari riportate dalla repubblica sovietica degli operai e dei contadini contro i grandi proprietari terrieri e i capitalisti, contro gli Judenic e i Kolciak, contro i Denikin, i polacchi bianchi e i loro sostenitori: la Francia, l'Inghilterra, l'America e il Giappone.
Ma ancora più grande è la nostra vittoria nella mente e nel cuore degli operai, dei lavoratori, delle masse oppresse dal capitalismo, la vittoria delle idee e delle organizzazioni comuniste in tutto il mondo.
La rivoluzione del proletariato, il rovesciamento del giogo del capitalismo si avvicinano e si avvereranno in tutti i paesi del mondo".
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Subito dopo la fine della prima guerra mondiale il movimento rivoluzionario aveva registrato a livello internazionale un grande sviluppo, soprattutto a causa di una situazione economica di grave crisi che investiva i diversi paesi e della confusione e della paura di cui erano preda le classi dirigenti anche a causa dello scacco subito dopo la sconfitta registrata nel loro attacco alla repubblica sovietica che, non solo aveva respinto il tentativo di annientamento operato dalle potenze capitalistiche, ma si consolidava giorno dopo giorno attraverso difficili battaglie e altrettanto esaltanti vittorie che dimostravano la saldezza del legame esistente tra la classe operaia, le masse lavoratrici, il potere sovietico in Russia e il Partito comunista russo (b).
Per contro, le vittorie rivoluzionarie seguite all'Ottobre sovietico assieme alla formazione delle organizzazioni e dei partiti comunisti nei vari paesi ed alla nascita del Komintern, favorirono lo sviluppo di lotte operaie e popolari soprattutto nell'occidente europeo. Questo primo periodo postbellico di crescita della lotta di classe non vide, purtroppo, l'affermarsi in altri paesi di nuovi poteri rivoluzionari e socialisti. Pur permanendo, infatti, nei paesi capitalistici una situazione oggettivamente rivoluzionaria in quanto le borghesie nazionali non erano ancora riuscite a ridare una piena stabilità ai loro regimi, esse riuscirono a mettere sulla difensiva i movimenti di massa. La "giovinezza" delle organizzazioni comuniste e la loro conseguente mancanza di "esperienza politica", che molto spesso sfociava in un pericoloso estremismo di sinistra che faceva scambiare la realtà concreta con i propri desideri, non favorì certo un evolversi diverso della situazione.
Queste tematiche ebbero ampio spazio nell'ambito del terzo congresso dell'Internazionale Comunista che iniziò i suoi lavori a Mosca il 22 gennaio 1921.
Il rapporto a questo congresso fu tenuto da Zinoviev. Lenin intervenne sponendo le Tesi e il Rapporto sulla tattica del partito comunista in Russia e con due importanti e significativi discorsi sulla questione italiana e in difesa dell'Internazionale comunista.
Nel "Discorso sulla questione italiana", Lenin si espresse in questi termini: "Compagni, vorrei rispondere in special modo al compagno Lazzari. Egli ha detto: 'Citate fatti concreti, non parole'. Benissimo. Ma se noi esaminiamo lo sviluppo delle tendenze riformiste-opportuniste in Italia, che cosa citiamo: parole o fatti? Nei vostri discorsi e in tutta la vostra politica dimenticate una circostanza molto significativa per il movimento socialista in Italia: dimenticate cioè che già da lungo tempo esiste non soltanto una tendenza, ma anche un raggruppamento riformista-opportunista. Ricordo ancora molto bene il tempo nel quale Bernstein iniziava la sua propaganda opportunista che è finita nel socialpatriottismo, nel tradimento e nel fallimento della II Internazionale. Fin da allora conosciamo Turati non soltanto di nome, ma anche per la propaganda svolta nel partito italiano e nel movimento operaio italiano del quale egli è stato il disorganizzatore nei vent'anni trascorsi da allora... Dopo il II Congresso dell'Internazionale comunista, in una discussione con Serrati e con i suoi amici, avevamo detto loro apertamente ed esattamente quale era, a nostro avviso, la situazione. Abbiamo detto che il partito italiano non può diventare comunista finché tollera nelle sue file gente come Turati.
Sono fatti politici questi, o sono ancora soltanto parole? E quando noi, dopo il II Congresso dell'Internazionale comunista, abbiamo detto apertamente al proletariato italiano: 'Non unitevi con i riformisti, con Turati', e quando Turati ha cominciato a pubblicare sui giornali italiani una serie di articoli contro l'Internazionale comunista e ha convocato un convegno speciale dei riformisti, si trattava forse soltanto di parole? Tutto ciò era più di una scissione, era già la creazione di un nuovo partito. Bisogna essere ciechi per non vederlo. Questo documento ha un'importanza decisiva per la questione che ci interessa. Tutti coloro che hanno preso parte al convegno di Reggio Emilia devono essere espulsi dal partito: essi sono dei menscevichi; non dei menscevichi russi, ma dei menscevichi italiani. Lazzari ha detto: 'Noi conosciamo la psicologia del popolo italiano'. Io personalmente non oserei affermare una cosa simile a proposito del popolo russo, ma non importa. 'I socialisti italiani comprendono bene lo spirito del popolo italiano', ha detto Lazzari. È possibile, non discuto. Ma il menscevismo italiano, se si considerano i dati concreti e l'ostinazione nel non volerlo sradicare, essi non lo conoscono. Siamo costretti a dire: per quanto sia penoso, bisogna confermare la deliberazione del nostro Comitato esecutivo. Non può far parte dell'Internazionale comunista un partito che tollera nelle sue file opportunisti e riformisti della specie di Turati.
'Perché cambiare il nome del partito? - domanda il compagno Lazzari - Esso ci soddisfa pienamente'. Ma noi non possiamo condividere una simile opinione. Conosciamo la storia della II Internazionale, la sua caduta, il suo fallimento. Non conosciamo forse la storia del partito della Germania? E non sappiamo forse che la più grande disgrazia del movimento operaio tedesco è di non essere giunto alla rottura ancor prima della guerra? Ciò costò la vita a 20.000 operai, che i seguaci di Scheidemann e i centristi, a causa delle loro polemiche e delle loro diatribe contro i comunisti tedeschi, hanno dato in mano al governo tedesco.
E oggi, non vediamo forse la stessa cosa in Italia? Il partito italiano non è mai stato veramente rivoluzionario. La sua più grande disgrazia sta nel non aver rotto con i menscevichi e con i riformisti ancor prima della guerra, sta nel fatto che i riformisti hanno continuato a restare nel partito. Il compagno Lazzari ha detto: 'Riconosciamo pienamente la necessità della rottura con i riformisti; l'unica divergenza sta in questo: che noi non abbiamo ritenuto necessario addivenire alla rottura al Congresso di Livorno'. Ma i fatti parlano diversamente. Non è la prima volta che discutiamo la questione del riformismo italiano. L'anno scorso, discutendo con Serrati, gli abbiamo chiesto: 'Scusate, ma perché dunque nel partito italiano non si può far subito la scissione? Perché bisogna rinviarla?'. Che cosa ci ha risposto Serrati? Niente. E il compagno Lazzari, quando cita l'articolo di Frossard nel quale si dice che 'bisogna essere abili e intelligenti', pensa evidentemente che questo sia un argomento in suo favore e contro di noi. Mi pare che sbagli. Al contrario, questo è un ottimo argomento in nostro favore e contro il compagno Lazzari. Quando egli sarà costretto a spiegare la sua uscita dall'Internazionale comunista e la sua condotta agli operai italiani, che cosa diranno questi ultimi? Se essi giudicheranno la nostra tattica intelligente e abile in confronto con gli zigzag della sedicente sinistra comunista - di quella sinistra che molte volte non è neanche semplicemente comunista, poiché ricorda molto di più l'anarchia - che cosa risponderete loro?
Che cosa significano tutte quelle chiacchiere di Serrati e del suo partito, secondo cui i russi vorrebbero soltanto essere copiati dagli altri? Noi esigiamo precisamente il contrario. Non basta sapere a memoria le risoluzioni comuniste e adoperare a ogni occasione dei giri di frase rivoluzionari. Questo è poco e noi siamo a priori contro i comunisti che sanno a memoria questa o quella risoluzione. La prima condizione del vero comunismo è la rottura con l'opportunismo. Ai comunisti che accettano questa condizione, parleremo con tutta libertà e chiarezza e avremo il pieno diritto e il coraggio di dir loro: 'Non fate sciocchezze; siate intelligenti e abili'. Ma parleremo così soltanto ai comunisti che hanno rotto con gli opportunisti, cosa che non si può ancora dire di voi. E perciò ripeto: spero che il congresso confermi la risoluzione del Comitato esecutivo. Il compagno Lazzari ha detto: 'Siamo in un periodo di preparazione'. È la pura verità. Siete in un periodo di preparazione. La prima fase di questo periodo è la rottura con i menscevichi, simile alla rottura alla quale siamo giunti noi nel 1903 con i nostri menscevichi, tutta la classe operaia tedesca soffre, durante questo lungo e penoso periodo postbellico della storia della rivoluzione tedesca!
Il compagno Lazzari dice che il partito italiano attraversa un periodo di preparazione. Sono perfettamente d'accordo. E la prima tappa è una rottura seria, definitiva, netta e decisa con il riformismo. Dopo, le masse passeranno completamente dalla parte del comunismo. La seconda tappa non consisterà certo nel rimasticare parole d'ordine rivoluzionarie. Essa consisterà nell'accettare le nostre risoluzioni, che saranno sempre intelligenti e abili e che ripeteranno sempre: i principi rivoluzionari fondamentali debbono essere adatti alle particolarità dei diversi paesi.
La rivoluzione in Italia non si svolgerà come si è svolta in Russia. Essa incomincerà in un altro modo. In che modo precisamente? Non lo sappiamo né io né voi. I comunisti italiani non sempre sono abbastanza comunisti. Durante l'occupazione delle fabbriche si è forse rivelato un solo comunista? No; in quel momento il comunismo non esisteva ancora in Italia. Si può parlare di una certa anarchia ma, certo, non di comunismo marxista. Quest'ultimo dev'essere creato, infuso negli operai unicamente attraverso l'esperienza della lotta rivoluzionaria. E il primo passo su questa via deve consistere nella rottura definitiva con i menscevichi i quali, per più di vent'anni, hanno lavorato, collaborato con il governo borghese. È molto probabile che Modigliani, che ho avuto occasione di conoscere un poco alle Conferenze di Zimmerwald e di Kienthal, sia un politico abbastanza abile per non entrare in un governo borghese e restare su una posizione di centro nel partito socialista, dove egli può essere molto più utile alla borghesia. Ma la posizione teorica stessa e tutta la propaganda del gruppo di Turati e dei suoi amici rappresentano già una collaborazione con la borghesia. Ciò non è forse dimostrato dalle numerose citazioni di Gennari? Sì, è questo il fronte unico che Turati ha già preparato. Perciò debbo dire al compagno Lazzari: con discorsi come il vostro e come quello che Serrati ha pronunziato qui non si prepara, ma si disorganizza la rivoluzione.
A Livorno avete avuto una maggioranza notevole. Avete ottenuto 98.000 voti contro 14.000 ai riformisti e 58.000 ai comunisti. Per un movimento puramente comunista che è appena all'inizio in un paese come l'Italia di cui conosciamo le tradizioni, e senza una sufficiente preparazione della scissione, questa cifra costituisce un grande successo per i comunisti.
È un grande successo; è una prova tangibile che attesta che il movimento operaio si svilupperà in Italia più rapidamente del nostro movimento in Russia, perché, se conoscete le cifre concernenti il nostro movimento, saprete che nel febbraio 1917, dopo la caduta dello zarismo e durante la repubblica borghese, noi eravamo ancora una minoranza rispetto ai menscevichi. Così stavano le cose dopo quindici anni di lotta accanita e di scissioni. Da noi l'ala destra non si è più sviluppata; ma ciò non è stato così semplice come pensate voi, parlando sprezzantemente della Russia. Certo, in Italia le cose procederanno in modo completamente diverso. Dopo quindici anni di lotta contro i menscevichi e dopo la caduta dello zarismo, noi abbiamo incominciato a lavorare con un numero molto minore di seguaci. Voi avete 58.000 operai animati da spirito comunista contro 98.000 centristi unificati, i quali stanno su una posizione indefinita. È una prova, è un fatto che deve necessariamente convincere chiunque non voglia chiudere gli occhi davanti al movimento di massa degli operai italiani. Non si può ottenere tutto in una volta. Ma questa è già la prova che le masse operaie - non i vecchi capi, non i burocrati, non i professori, non i giornalisti, ma la classe effettivamente sfruttata, l'avanguardia degli sfruttati - sono con noi. E questa è la prova del grande errore che voi avete commesso a Livorno. Questo è un fatto. Voi disponevate di 98.000 voti, ma avete preferito restare con i 14.000 riformisti piuttosto che andare con i 58.000 comunisti. Anche se questi non fossero stati dei veri comunisti, anche se fossero stati soltanto dei sostenitori di Bordiga - e così non è, perché Bordiga, dopo il II Congresso, ha dichiarato con perfetta lealtà di rinunciare a ogni anarchismo e antiparlamentarismo - voi avreste dovuto andare con loro. Che cosa avete fatto? Avete preferito l'unione con i 14.000 riformisti e la rottura con i 58.000 comunisti, e questa è la migliore dimostrazione del fatto che la politica di Serrati è stata una disgrazia per l'Italia. Noi non abbiamo mai preteso che Serrati copiasse in Italia la rivoluzione russa. Sarebbe sciocco pretenderlo. Siamo abbastanza intelligenti e flessibili per evitare una sciocchezza simile. Ma Serrati ha dimostrato che la sua politica in Italia era sbagliata. Può darsi che dovesse destreggiarsi: è l'espressione che un anno fa ripeteva qui più frequentemente. Egli diceva: 'Noi sappiamo destreggiarci. Non vogliamo un'imitazione servile che sarebbe un'idiozia. Dovremo barcamenarci per arrivare al distacco dall'opportunismo. Voi russi non sapete farlo. Noi italiani abbiamo maggiori capacità in questo campo. Lo vedrete'. Che cosa abbiamo visto? Serrati si è magnificamente destreggiato. Ha rotto con i 58.000 comunisti. E adesso vi sono dei compagni che vengono qui e dicono: 'Se ci respingete, le masse si disorienteranno'. No, compagni, voi sbagliate. Le masse operaie in Italia sono disorientate adesso, e sarà utile che noi diciamo loro: 'Scegliete, compagni; scegliete, operai italiani, tra l'Internazionale comunista, la quale non pretenderà mai che voi copiate servilmente i russi, e i menscevichi che noi conosciamo da vent'anni e che non tollereremo mai al nostro fianco nelle file dell'Internazionale comunista, veramente rivoluzionaria'. Ecco che cosa diremo agli operai italiani. Non abbiamo dubbi sui risultati. Le masse operaie ci seguiranno".
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Intervenendo poi "In difesa della tattica dell'Internazionale comunista" Lenin afferma: "... dopo aver ascoltato il discorso del compagno Terracini e dopo aver visto gli emendamenti delle tre delegazioni, desideravo vivamente passare all'offensiva: a vero dire, contro le opinioni sostenute da Terracini e da queste tre delegazioni, una azione offensiva è necessaria. Se il congresso non condurrà una energica offensiva contro simili errori, contro simili sciocchezze 'di sinistra', tutto il movimento sarà condannato alla rovina. Questa è la mia profonda convinzione. Ma noi siamo marxisti organizzati e disciplinati. Non possiamo accontentarci di discorsi contro determinati compagni. Queste frasi di sinistra ci hanno tediati, noi russi, fino alla nausea. Siamo uomini che hanno il senso dell'organizzazione. Nell'elaborazione dei nostri piani, dobbiamo procedere in modo organizzato e sforzarci di trovare la linea giusta. Certo, non è un segreto per nessuno che le nostre tesi sono un compromesso. E perché non dovrebbero essere così? Tra comunisti che sono già al loro III Congresso e hanno elaborato tesi fondamentali precise, i compromessi, in determinate condizioni, sono necessari. Le nostre tesi, proposte dalla delegazione russa, sono state studiate e preparate nel modo più scrupoloso e sono il risultato di lunghe riflessioni e riunioni con varie delegazioni. Esse hanno per scopo di stabilire la linea fondamentale dell'Internazionale comunista e sono necessarie soprattutto ora che abbiamo già condannato formalmente i veri centristi, non solo, ma li abbiamo anche espulsi dal partito. Questi sono i fatti. Io debbo prendere la difesa di queste tesi. E quando Terracini viene a dirci che dobbiamo continuare la lotta contro i centristi e a raccontarci come ci si appresta a condurre questa lotta, io rispondo che se questi emendamenti debbono esprimere un certo indirizzo, una lotta implacabile contro questo indirizzo è necessaria, perché diversamente, non c'è comunismo e non c'è Internazionale comunista. Mi meraviglio che il Partito operaio comunista della Germania non abbia apposto la sua firma a questi emendamenti. Sentite, sentite che cosa sostiene Terracini e che cosa dicono questi emendamenti. Essi incominciano così: 'Nella prima pagina, prima colonna, riga 19, si deve cancellare: 'Maggioranza'. Maggioranza! Ecco qualche cosa di estremamente pericoloso! Poi, più sotto, invece delle parole: 'le tesi fondamentali' mettere 'i fini'. Le tesi fondamentali e i fini sono due cose diverse: sui fini anche gli anarchici saranno d'accordo con noi, perché sono anch'essi per la distruzione dello sfruttamento e delle differenze di classe.
Durante la mia vita mi sono incontrato e ho parlato con pochi anarchici, ma ne ho nondimeno visti abbastanza. Sono riuscito ad accordarmi con loro sui fini, ma sulla questione dei principi mai. I principi non sono il fine, non sono il programma, non sono la tattica e non sono la teoria. La tattica e la teoria non sono i principi. Che cosa ci distingue dagli anarchici sul terreno dei principi? I principi del comunismo consistono nell'instaurazione della dittatura del proletariato e nell'applicazione della costrizione statale durante il periodo di transizione. Questi sono i principi, ma non il fine del comunismo. E i compagni che hanno presentato l'emendamento hanno commesso un errore.
In secondo luogo è scritto: 'Si deve cancellare la parola 'maggioranza'. Leggete tutto: 'Il III Congresso dell'Internazionale comunista inizia la revisione delle questioni tattiche in un momento nel quale la situazione obiettiva, in parecchi paesi, si è inasprita in senso rivoluzionario, e si sono organizzati parecchi partiti comunisti di massa, nessuno dei quali, però, ha preso nelle sue mani l'effettiva direzione della maggioranza della classe operaia nella sua lotta veramente rivoluzionaria'.
Ed ecco che si vuol sopprimere la parola 'maggioranza'. Se non possiamo accordarci su cose tanto semplici, non comprendo come potremmo lavorare insieme e condurre il proletariato alla vittoria. E allora non c'è da stupirsi se non possiamo giungere a un accordo neanche sulla questione dei principi. Indicatemi un partito che abbia già conquistato la maggioranza della classe operaia. A Terracini non è neppure passato per la testa di portare qualche esempio. Del resto simili esempi non esistono neppure... Noi, che siamo impegnati nella lotta più dura, non abbiamo paura di dire la verità, ed ecco qui tre delegazioni le quali vogliono cominciare con una menzogna, perché se il congresso sopprimerà la parola 'maggioranza' dimostrerà di volere la menzogna. Ciò è chiarissimo.
... Chi non capisce che in Europa - dove quasi tutti gli operai sono organizzati - dobbiamo conquistare la maggioranza della classe operaia, è perduto per il movimento comunista, e non imparerà mai nulla, se non ha imparato nulla durante i tre anni della grande rivoluzione.
Terracini dice che in Russia abbiamo vinto, benché il partito fosse molto piccolo. Egli non è contento di ciò che dicono le tesi sulla Cecoslovacchia. Su questo punto vi sono ventisette emendamenti e, se volessi criticarli, dovrei, al pari di altri, parlare almeno tre ore. Si è detto qui che in Cecoslovacchia il partito comunista conta da 300 a 400 mila membri, che è necessario conquistare la maggioranza, creare una forza invincibile e continuare la conquista di nuove masse operaie. Terracini è qui pronto all'attacco. Egli dice: se nel partito vi sono 400 mila operai, che bisogno abbiamo di averne di più? Cancellare! Egli ha paura della parola 'masse' e la vuol cancellare. Il compagno Terracini non ha capito molto della rivoluzione russa.
Noi, in Russia, eravamo un piccolo partito, ma avevamo con noi la maggioranza dei soviet dei deputati operai e contadini di tutto il paese. E voi? Avevamo con noi quasi la metà dell'esercito, che allora contava per lo meno dieci milioni di uomini. Avete forse voi la maggioranza dell'esercito? Citatemi un paese simile. Se queste opinioni del compagno Terracini sono condivise da tre delegazioni, ciò significa che nell'Internazionale non va tutto per il meglio! Allora dobbiamo dire: 'Alt! Lotta decisa! Altrimenti l'Internazionale comunista è rovinata'.
... Io, tutti noi, e la delegazione russa, dobbiamo quindi insistere perché nelle tesi non si cambi neppure una virgola. Non soltanto noi abbiamo condannato i nostri elementi di destra: li abbiamo scacciati. Però, se della lotta contro la destra si vuol fare uno sport, come fa Terracini, dobbiamo dire: 'Basta! Altrimenti il pericolo diventa troppo grave!'.
Terracini ha sostenuto la teoria della lotta offensiva. I famosi emendamenti propongono formule lunghe due o tre pagine. Non abbiamo bisogno di leggerle. Sappiamo che cosa c'è scritto. Terracini ha detto molto chiaramente di che cosa si tratta. Egli ha difeso la teoria dell'offensiva richiamandosi alle 'tendenze dinamiche' e al 'passaggio dalla passività all'attività'. Noi in Russia abbiamo già un'esperienza politica sufficiente nella lotta contro i centristi. Quindici anni or sono lottavamo già contro i nostri opportunisti e i centristi e anche contro i menscevichi e abbiamo riportato la vittoria non soltanto sui menscevichi, ma anche sui semianarchici. Se non l'avessimo fatto, non saremmo stati in grado di tenere il potere nelle nostre mani, non dico per tre anni e mezzo, ma neppure per tre settimane e mezza, e non avremmo potuto convocare qui congressi comunisti. 'Tendenze dinamiche', 'passaggio dalla passività all'attività': son tutte frasi che i socialisti-rivoluzionari di sinistra lanciavano contro di noi. Oggi essi sono in prigione, e là difendono 'i fini del comunismo' e riflettono sul 'passaggio dalla passività all'attività'.
... Se esistono centristi, mascherati o aperti, che contestino la teoria dell'offensiva bisogna senz'altro espellerli. È un problema che non può sollevare discussioni. Ma che, dopo tre anni di esistenza dell'Internazionale comunista si discuta di 'tendenze dinamiche' e di 'passaggio dalla passività all'attività', è una vergogna e un'infamia.
... Il nostro primo passo è stata la creazione di un vero partito comunista per sapere con chi abbiamo a che fare e in chi possiamo avere piena fiducia. La parola d'ordine del I e del II Congresso era: 'Abbasso i centristi!'. Se non ci separiamo su tutta la linea e in tutto il mondo dai centristi e semicentristi (che noi, in Russia, chiamiamo menscevichi), persino l'abbiccì del comunismo ci rimarrà inaccessibile. Il nostro primo problema era di creare un partito veramente rivoluzionario e di romperla con i menscevichi. Ma questa non era che una scuola preparatoria. Siamo già al III Congresso ed il compagno Terracini continua sempre a ripetere come prima che il problema della scuola preparatoria consiste nell'espellere, perseguire e smascherare i centristi e i semicentristi. Grazie tante! Ci siamo già occupati abbastanza di questa faccenda. Abbiamo già detto al II Congresso che i centristi sono i nostri nemici. Ma si deve andare avanti. Il secondo passo, dopo esserci organizzati in partito, consiste nell'imparare a preparare la rivoluzione. In molti paesi non abbiamo neanche imparato come prendere nelle nostre mani la direzione. Abbiamo vinto in Russia, non soltanto perché avevamo con noi la maggioranza incontestabile della classe operaia (nel momento delle elezioni del 1917, la maggioranza schiacciante degli operai era con noi, contro i menscevichi), ma anche perché la metà dell'esercito, subito dopo la presa del potere, fu con noi, e i nove decimi dei contadini, nello spazio di alcune settimane, passarono dalla nostra parte; abbiamo vinto perché non abbiamo preso il nostro programma agrario, ma quello dei socialisti-rivoluzionari e lo abbiamo attuato praticamente. La nostra vittoria è consistita appunto nell'attuare il programma dei socialisti-rivoluzionari: ecco perché questa vittoria è stata così facile. Potete forse illudervi di avere voi, in Occidente, condizioni simili? È ridicolo! Confrontate dunque le condizioni economiche concrete, compagno Terracini e voi tutti che avete firmato la proposta di emendamenti! Quantunque la maggioranza si sia schierata così rapidamente dalla nostra parte, le difficoltà sorte dinnanzi a noi dopo la vittoria sono state grandissime. Ma ci siamo egualmente aperta la strada, perché non abbiamo dimenticato non soltanto i nostri fini, ma neppure i nostri principi e non abbiamo tollerato nel nostro partito coloro che tacevano sui principi e parlavano dei fini, di 'tendenze dinamiche' e di 'passaggio dalla passività all'attività'. Ci si farà forse una colpa di preferire di tenere questi signori in prigione. Ma altrimenti la dittatura non è possibile. Dobbiamo preparare la dittatura, e ciò significa lottare contro simili frasi e simili emendamenti. Nelle nostre tesi si parla sempre della massa. Ma, compagni, bisogna capire che cos'è la massa. Il Partito operaio comunista della Germania, i compagni della sinistra abusano troppo di questa parola. Ma neanche il compagno Terracini e tutti coloro che hanno messo la loro firma sotto questi emendamenti sanno che cosa si deve intendere per 'massa'.
Ho già parlato troppo a lungo e vorrei perciò dire soltanto poche parole sul concetto di 'massa'. Il concetto di 'massa' muta col mutare del carattere della lotta. All'inizio della guerra migliaia di operai effettivamente rivoluzionari sono sufficienti per poter parlare di massa. Se il partito riesce ad attrarre nella lotta non soltanto i suoi iscritti, se riesce a scuotere anche i senza partito, questo è già il principio della conquista delle masse. Nel corso delle nostre rivoluzioni vi sono stati casi in cui alcune migliaia di operai rappresentavano una massa. Nella storia del nostro movimento, nella storia della nostra lotta contro i menscevichi, troverete molti esempi dai quali risulta che, in una città, bastavano alcune migliaia di operai per rendere evidente il carattere di massa del movimento. Se alcune migliaia di operai senza partito, che conducono ordinariamente una vita piatta e abitudinaria, che trascinano una misera esistenza, che non hanno mai sentito parlare di politica, cominciano ad agire rivoluzionariamente, avete dinanzi a voi la massa. Il movimento, estendendosi e approfondendosi, si sviluppa, gradualmente, in vera rivoluzione. L'abbiamo visto nel 1905 e nel 1917, durante tre rivoluzioni, e anche voi avrete occasione di convincervene. Quando la rivoluzione è già preparata in misura sufficiente, il concetto di 'massa' è un altro: alcune migliaia di operai non costituiscono già più una massa. Questa parola comincia a significare qualcosa di diverso. Il concetto di 'massa' cambia in quanto, con questa parola, s'intende la maggioranza di tutti gli sfruttati, e non soltanto la maggioranza degli operai; un'interpretazione diversa è inammissibile per un rivoluzionario, e ogni altro senso di questa parola diventa incomprensibile. È possibile che anche un piccolo partito, quello inglese o quello americano, per esempio, dopo aver ben studiato l'andamento dello sviluppo politico e dopo aver conosciuto la vita e le abitudini delle masse senza partito, susciti, nel momento opportuno, un movimento rivoluzionario (il compagno Radek ha citato come esempio lo sciopero dei minatori). Se un partito simile, in un simile momento, si presenterà con le sue parole d'ordine e riuscirà a farsi seguire da un milione di operai, avrete un movimento di massa. Non nego in modo assoluto che la rivoluzione possa essere iniziata anche da un partito molto piccolo e portata a una fine vittoriosa. Ma si deve sapere con quali metodi bisogna conquistare le masse. A tale scopo è necessario preparare a fondo la rivoluzione. Ma ecco dei compagni i quali chiedono di rinunciare immediatamente all'esigenza delle 'grandi' masse. È necessario combattere questi compagni. Senza una profonda preparazione, non riuscirete a ottenere la vittoria in nessun paese. Basta un partito piccolissimo per condurre le masse al proprio seguito. In determinati momenti non c'è bisogno di grandi organizzazioni.
Ma per vincere bisogna avere la simpatia delle masse. La maggioranza assoluta non è sempre necessaria, ma per vincere, per conservare il potere, occorre non soltanto la maggioranza della classe operaia - io adopero qui l'espressione 'classe operaia' nel senso dell'Europa occidentale, cioè nel senso di proletariato industriale - ma anche la maggioranza degli sfruttati e dei lavoratori rurali. Ci avete pensato? Troviamo noi nel discorso di Terracini un solo accenno a un'idea di questo genere? No, vi si parla soltanto di 'tendenze dinamiche', di 'passaggio dalla passività all'attività'. Sfiora forse, il compagno Terracini, sia pure con una sola parola, la questione dei prodotti alimentari? Eppure gli operai esigono che l'approvvigionamento sia assicurato, quantunque possano sopportare molto e soffrire la fame, come abbiamo visto, in una certa misura, in Russia. Dobbiamo perciò attrarre a noi non soltanto la maggioranza della classe operaia, ma anche la maggioranza della popolazione lavoratrice e sfruttata delle campagne. Avete preparato questo? Quasi in nessun luogo.
E perciò ripeto: io debbo difendere incondizionatamente le nostre tesi e considero questa difesa obbligatoria per me. I centristi li abbiamo non soltanto condannati, ma anche espulsi dal partito. Adesso dobbiamo rivolgerci contro un'altra parte, che consideriamo a sua volta pericolosa. Nella norma più garbata, dobbiamo dire la verità ai compagni (e nelle nostre tesi la verità è detta gentilmente e con urbanità) in modo che nessuno si senta offeso: dinanzi a noi stanno altre questioni che sono più gravi della lotta contro i centristi. Di questa lotta ci siamo già occupati a sazietà. Invece i compagni dovrebbero imparare a condurre una lotta veramente rivoluzionaria. I compagni della Germania hanno già cominciato. Centinaia di migliaia di proletari hanno combattuto eroicamente in questo paese. Si deve espellere immediatamente chiunque si esprima contro questa lotta. Ma, fatto questo, non ci si deve affaccendare in chiacchiere vuote; si deve invece cominciare immediatamente a studiare, a imparare dagli errori commessi, a studiare come organizzare meglio la lotta. Non dobbiamo temere di far conoscere al nemico i nostri errori. Chi ha questo timore non è un rivoluzionario. Al contrario, se diremo apertamente agli operai: 'Sì, abbiamo commesso errori', vorrà dire che nell'avvenire non li ripeteremo e che sapremo scegliere meglio il momento. E se durante la lotta avremo dalla nostra parte la maggioranza dei lavoratori, non solo degli operai, ma di tutti gli sfruttati e gli oppressi, allora vinceremo sicuramente''.
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