Le bugie dei sostenitori della privatizzazione della previdenza sociale
Meglio il Tfr che i fondi pensione

I sostenitori della privatizzazione della previdenza sociale, ossia il governo Prodi, come l'ex governo Berlusconi, i sindacati confederali e, naturalmente, la Confindustria, per convincere i lavoratori a privarsi del loro Tfr (Trattamento di fine rapporto) a favore dei fondi pensione complementari propagandano una serie di tesi, a loro dire incontrovertibili e indiscutibili. In realtà si tratta di tesi di parte, strumentali, che possono essere contestate e smentite.

Il debito dell'Inps
La prima tesi si fonda sul presunto debito dell'Inps (Istituto nazionale previdenza sociale). Una tesi rilanciata costantemente almeno dagli anni '90 in poi e ancora sventolata per giustificare il taglio della spesa pensionistica (cosa avvenuta in modo drastico e pesantissimo) e le controriforme liberiste che si sono succedute a partire dal governo Amato fino all'attuale governo Prodi, passando dai governi Ciampi, Dini, Prodi 1, D'Alema, Berlusconi. Questa affermazione, in buona sostanza, è sempre stata strumentale, anche perché si è continuato a caricare sulle casse dell'Inps spese improprie di tipo assistenziale di competenza del Tesoro. Ma che oggi è falsa. All'inizio del 2007 risulta che l'Inps è in attivo di 431 milioni di euro. Nel 2005 ha chiuso il bilancio con un attivo di oltre 2,3 miliardi di euro. Nel 2004 questo risultato è stato di 5,26 miliardi di euro. Il patrimonio netto attuale raggiunge i 24,2 miliardi di euro.
Ciò è avvenuto e avviene nonostante che: le casse dell'Inps siano state "prosciugate" da una serie di spese assistenziali e non previdenziali; gli aiuti alle aziende (fiscalizzazione degli oneri sociali) abbiano sottratto risorse; il fondo dei lavoratori dipendenti abbia dovuto intervenire periodicamente per ripianare i deficit dei fondi di altre categorie, come commercianti e coltivatori diretti; l'immensa evasione contributiva da parte delle aziende (circa il 30%) solo per il 2006 è stata stimata per un valore di 50 milioni di euro.
E dire che c'è una legge, la n. 88/1989, che stabiliva l'obbligo di separare le spese assistenziali da mettere a carico dello Stato e della fiscalità generale, da quella previdenziale a carico dell'Inps, rimasta lettera morta, mai applicata sia dai governi di "centro-sinistra" sia da quelli di "centro-destra".

Insufficiente la pensione pubblica per vivere
La seconda tesi è che che il sistema pensionistico pubblico, specie per le nuove generazioni, copre al massimo appena il 50% del salario percepito al momento dell'età pensionabile. E tale tesi è vera, purtroppo. La previdenza sociale pubblica di miglior favore, varata nel 1968 sulla spinta delle grandi lotte sociali operaie, studentesche e popolari, è stata con più interventi negli anni demolita con controriforme liberiste le quali da un lato hanno peggiorato le normative, ridotto le prestazioni e tagliato il valore dell'assegno pensionistico, dall'altro hanno favorito la crescita di un sistema pensionistico privato, attraverso l'introduzione dei fondi pensione integrativi (chiusi e aperti) anche se a tutt'oggi stentano a prendere campo a livello di massa. Le controriforme hanno agito essenzialmente sull'innalzamento dell'età pensionabile, sulla limitazione della pensione anticipata d'anzianità, sul taglio del rendimento dei contributi soprattutto sostituendo il metodo di calcolo retributivo con quello contributivo. Accanto, agevolazioni fiscali di vario tipo per la costituzione dei fondi pensione, in particolare per quelli di tipo negoziale e contrattuale.
Se dunque, al punto cui si è giunti, la pensione pubblica non è sufficiente per vivere, diventa inevitabile, sostengono all'unisono governo, sindacati e padronato, farsi ognuno per conto suo, pagandola di propria tasca, la pensione integrativa. Scartando completamente la via opposta, quella del rilancio e dell'adeguamento normativo, fiscale ed economico del sistema pensionistico pubblico.

Tfr o fondi?
La terza tesi si fonda sull'assunto che il rendimento della liquidazione depositata nei fondi pensione sarebbe più alta e più conveniente rispetto alla scelta di mantenere il Tfr in azienda. Questo è forse l'aspetto più ingannatorio e più efficace su cui puntano governo, sindacati confederali e Confindustria per convincere i lavoratori ad aderire ai fondi. Ma da una disamina approfondita e completa del problema si giunge a una conclusione opposta e cioè che conviene tenersi il Tfr. Anche perché, se fosse come dicono loro, che bisogno avevano di introdurre il meccanismo truffaldino del silenzio-assenso?
I lavoratori devono sapere che il Tfr garantisce un rendimento certo e al passo con il tasso dell'inflazione, mentre mercati finanziari all'interno dei quali agiscono i fondi non possono farlo: tutto dipende dalle congiunture economiche e dall'abilità di chi gioca in Borsa. Devono sapere che il passaggio del Tfr ai fondi è irreversibile, cioè non può essere ripensato in futuro. Devono sapere che non potranno disporre, salvo casi eccezionali e solo parzialmente, dei loro soldi versati finché non andranno in pensione. Devono sapere che il loro Tfr diventa capitale di rischio, con la possibilità quindi non affatto remota, di perdere tutto in caso di fallimento dei fondi pensione ai quali sono iscritti. Devono sapere che le imprese per il fatto di "privarsi" del Tfr (cioè salario differito dei lavoratori) a favore dei fondi pensione saranno compensate con agevolazioni fiscali, con soldi della collettività, dunque anche dei lavoratori stessi.

I rendimenti
Esaminando la questione dal lato strettamente economico non si arriva a conclusioni diverse. Com'è noto le aziende prelevano ogni anno dalla retribuzione dei propri dipendenti, il 6,9% del salario come accantonamento per l'indennità di fine rapporto. Complessivamente l'insieme del Tfr di tutti i lavoratori configura una cifra enorme che fa gola ai pescecani capitalisti. L'ammontare del Tfr viene rivalutato annualmente di un 1,5%, più il 75% dell'inflazione (aumento dei prezzi al consumo, il costo della vita). Esempio, se alla fine dell'anno l'aumento dei prezzi al consumo è stato del 2,7%, il rendimento del Tfr sarà per quell'anno del 3,52% (75% di 2,7 più la rivalutazione fissa dell'1,5%). Al di là delle tante considerazioni sopra richiamate: i fondi possono fare meglio? In teoria potrebbe avvenire, in pratica non avviene. I fondi che operano attualmente in Italia non prevedono infatti nessuna forma di garanzia di rendimento minimo. Il rischio finanziario è interamente a carico del lavoratore.
È vero che c'è investimento e investimento. Ci sono le obbligazioni e i titoli di Stato più sicuri ma meno redditizi, con costi di commissione molto più alti; ci sono le azioni meno sicure e più volatili ma più redditizie al momento che salgono. Il fatto è che che i fondi pensione devono essere in grado non solo di avere un rendimento superiore a quello del Tfr, talmente superiore da compensare il maggior rischio del mercato, da compensare l'elevata volatilità dei mercati rispetto a quella (prossima allo zero) del Tfr, talmente superiore da ripagare anche oneri e commissioni dei gestori finanziari. Alcuni studi mostrano che tra il 1970 e il 1995 i rendimenti azionari sono stati negativi. Comunque anche gli studi più ottimisti presentano tassi di rendimento in linea, se non inferiori, a quelli del Tfr.

Salari, profitti e rendimenti pensionistici
Vi è un aspetto di carattere generale forse poco chiaro ai più e che va tenuto in gran conto. Riguarda la contraddizione e il conflitto che si vengono a determinare tra la dinamica dei salari e la crescita dei rendimenti finanziari previdenziali. La condizione necessaria perché i fondi pensione siano convenienti per gli aderenti è che ci sia un continuo trasferimento di ricchezza dai salari e dal lavoro verso le rendite e quindi le pensioni. Il che porterebbe a un conflitto generazionale nel quale lavoratori e pensionati tendono ognuno a massimizzare i propri profitti a discapito dell'altro. Il sistema pensionistico retributivo favoriva una solidarietà intergenerazionale. Ora invece i pensionati, per massimizzare i profitti derivanti dalle rendite finanziarie sarebbero interessati a che i salari, e quindi i redditi da lavoro, crescano il meno possibile per non intaccare gli utili delle imprese.
Esiste inoltre il problema legato all'inflazione: nel sistema a capitalizzazione un periodo di elevata inflazione fa sì che il capitale perda rapidamente valore. Se poi esplode una situazione iperinflattiva si creano le condizioni per crolli finanziari e fallimenti con la perdita dei risparmi pensionistici dei lavoratori. Il caso drammatico dell'Argentina è fresco e lampante. Non per caso lì stanno tornando a un sistema pensionistico pubblico.

28 febbraio 2007