Vendola, comunista a parole, anticomunista nei fatti

Nichi Vendola vince a sorpresa le primarie indette il 16 gennaio scorso dall'Ulivo per scegliere il candidato a governatore della Puglia che sfiderà ad inizio aprile il governatore uscente, il forzista Raffaele Fitto. L'esponente del PRC ha battuto col 50,9% di preferenze il candidato del "centro-sinistra", Francesco Boccia della Margherita.
Il fatto ha sconvolto un po' i piani, specie di D'Alema e Fassino, e riaperto le polemiche sulle primarie all'interno della Gad. Ma in buona sostanza nessuno si è doluto del fatto che il candidato governatore del "centro-sinistra" e Rifondazione sia un personaggio come Vendola. Piace a tutti, alla destra come alla "sinistra" borghese. Nessuno può avere paura di un comunista a parole, ma anticomunista nei fatti come Vendola.
E infatti a sostenere la sua candidatura non c'erano solo Rifondazione, i Verdi e il "correntone" DS, ma hanno chiesto voti per lui anche il presidente di Pax Christi, Tonino Bello (di cui Vendola si considera un "discepolo"), don Ciotti, don Angelo Cassano, parroco di San Sabino. A dire il vero anche il capo dei gladiatori, Francesco Cossiga, in un duetto televisivo con Bertinotti che gli aveva chiesto un sostegno a Vendola per le primarie, così aveva risposto "Caro Fausto, stampate pure un opuscolettino elettorale con il mio articolo sul giornale a favore di Nichi Vendola e scriveteci a chiare lettere 'Autorizzato dall'uomo di Gladio"'.
Non c'è da stupirsi. Vendola in passato era riuscito persino a suscitare l'entusiasmo dei fascisti de il "Secolo d'Italia" che recensendo la sua ultima raccolta di poesie, "L'ultimo mare", ne avevano esaltato "il leopardiano pensiero poetante": "La voce della sua poesia riconsegna ai mutamenti una grande speranza".

Il percorso nel PCI revisionista
Vendola nasce a Bari il 26 agosto 1958, ma vive a Terlizzi distante circa 30 chilometri dal capoluogo, dove adolescente inizia la sua carriera politica. Il padre e lo zio sono dirigenti della sezione del PCI revisionista di Terlizzi. Due "comunisti di tipo nuovo" come li definisce lo stesso Vendola. Infatti sono figli della buona borghesia del paese. Il padre (e nonno di Nichi) era Don Giovanni Vendola, detto l'"inglese" per l'eleganza anglosassone, proprietario di una cava di pietre. Il padre di Nichi Vendola è in gioventù un fervente fascista, capo balilla che partì in guerra volontario per "servire l'impero". Si convertì soltanto dopo la guerra.
Ma non voleva che il figlio Nichi diventasse comunista, "non prima di aver conseguito la laurea", racconta lo stesso esponente del PRC. E prosegue: lo "zio mi diceva di leggere la Bibbia, perché un comunista non deve avere paraocchi deve viceversa spaziare nel tempo e nello spazio, deve coltivare più dubbi che certezze, deve essere sempre curioso e possibilmente anche allegro" ("Liberazione" del 24 ottobre 1999). Ancora oggi Vendola sostiene che "Il libro più importante per un comunista come me è la Bibbia".
Si può facilmente capire dunque perché Vendola alla trasmissione "L'Infedele" di sabato 22 gennaio si è così descritto: "Ho avuto un'educazione cattolica non comunista. Comunque sono un comunista particolare: ho condannato Stalin, i gulag e le foibe e sono fautore della nonviolenza".
Vendola si iscrive alla Fgci, l'organizzazione giovanile del PCI, già a 14 anni, nel 1972. Si laurea in lettere e filosofia discutendo una tesi su Pierpaolo Pasolini. Diventa giornalista professionista. è fra i promotori dell'Arcigay e della Lila (Lega italiana lotta all'Aids). Nel 1985, si trasferisce a Roma, entra a far parte della segreteria nazionale della Fgci diretta da Pietro Folena (con cui condivide le radici cattoliche) e ne diventa il numero due. Insieme a lui c'è un altro pugliese, Franco Giordano. Entrambi diventeranno i pupilli di Bertinotti. Esce dalla Fgci nel 1988 e va a lavorare a "Rinascita" durante la direzione del trotzkista-operaista Alberto Asor Rosa. Nel 1990 entra a far parte del Comitato centrale del PCI. è un gramsciano di destra fino al midollo, antistalinista viscerale. Il suo stesso nome lo testimonia. Battezzato Nicola, viene subito nominato Nichi, in onore di Nikita Krusciov e della sua destalinizzazione.
Proprio in funzione antistalinista e anticomunista rivendica tutta l'esperienza del PCI revisionista da Gramsci, a Togliatti, a Longo, a Berlinguer. Così ripercorre enfaticamente questa esperienza nel 1999 su "Liberazione": "Gramsci già negli anni della carcerazione aveva intuito le degenerazioni della lotta intestina del dopo-Lenin e tutta la sua titanica riflessione ruotò attorno a categorie e temi che erano il contrario dello stalinismo. Togliatti, che nel gelo moscovita visse da dirigente internazionale, tornato dall'esilio inaugurò con vigore la 'via italiana' e il 'partito nuovo': e la sua riflessione approdò allo scandalo di quel 'memoriale di Yalta' che Longo, all'indomani della morte del Migliore, volle pubblicare nonostante la interdizione sovietica. Il dramma ungherese, nel 1956, fu l'ultimo capitolo del legame di ferro tra comunisti italiani e la casa madre russa. Nel '68 l'invasione della Cecoslovacchia fu condannata con energia e il PCI indicò nella 'primavera di Praga', piuttosto che nei carriarmati, un paradigma: il 'socialismo dal volto umano'. Enrico Berlinguer portò a compimento lo strappo con le liturgie terzinternazionaliste e con la soggezione al modello sovietico: del quale vide prima i 'limiti' e gli 'errori' e poi ne intese la natura organicamente totalitaria. Strappò con un tentativo generoso ma troppo presto strozzato, incubato negli anni Trenta nella camera iperbarica dello stalinismo e congelato nella lunga stagione della stagnazione brezneviana. Non strappò la bandiera guardò avanti, ad una 'terza via', che non era l'autostrada liberista di Tony Blair, bensì la ricerca di un'alternativa di società 'oltre' e 'contro' la modellistica ingessata e mortifera del 'socialismo reale"'.

Fondatore del PRC
Non è quindi da posizioni autenticamente comuniste che Vendola nel '91 si oppone allo scioglimento del PCI e fonda, insieme a Garavini, Cossutta e altri, il "Movimento per la rifondazione comunista" che darà poi vita al PRC. Fin da allora egli è un precursore di quello che solo recentemente Rifondazione oserà operare ufficialmente: la rottura aperta con l'esperienza storica del movimento operaio nazionale e internazionale e della dittatura del proletariato, e l'assunzione della strategia della nonviolenza.
Già quando era dirigente della Fgci e redattore del mensile "Jonas" teorizza la "nuova libertà", vagheggia castronerie tipo l'"interdipendenza", il "bisogno di una perestrojka planetaria", la "nonviolenza cervello progettuale della libertà solidale" (relazione al convegno Fgci "Percorsi di nuova libertà" - Venezia 7/8 novembre 1988). Nell'ultimo congresso della Fgci a cui partecipa, nel dicembre '88, accusa il PCI di aver praticato un riformismo "debole".
Nel convegno della poi defunta DP sulla "Nuova sinistra", svoltosi a Milano nell'aprile 1991, attacca i maestri del proletariato da Engels a Stalin, esorcizza la lotta di classe e la dittatura del proletariato. Riconosce alla "Nuova sinistra" il "merito grande" di "aver tenuto aperto uno spazio di 'comunismo eretico"'. E aggiunge: "Ritengo vecchio e di destra un giudizio, che qui ho sentito pronunciare con apparente estremismo, per cui il problema sarebbe la rottura violenta, la conquista del potere. Su questo terreno siamo morti, e comprendendolo possiamo rinascere, a partire da quanto bene diceva il compagno Preve e cioè dalla ripresa in mano di tutti i perché della sconfitta della rivoluzione in Occidente, che fa allontanare Gramsci dal paradigma leniniano della conquista del potere e gli fa costruire la teoria dell'egemonia, dettandogli una lettura della società con la stupenda topografia delle casematte e del come si conquistano".
Il suo antimarxismo-leninismo è netto e furioso. In un'intervista rilasciata al quotidiano craxiano "Avanti!" del 12 dicembre 1991, commentando il primo congresso di fondazione del PRC dichiara: "Credo che sia un fatto salutare che si introduca un elemento di rottura rispetto a qualunque concezione dogmatica delle ideologie: quindi anche la concezione dogmatica del cosiddetto marxismo-leninismo è bene che possa essere fracassata".
Non altrettanto duro lo è con gli ex terroristi cosiddetti "rossi", con molti dei quali, a iniziare da Prospero Gallinari, intrattiene fraterne amicizie. Il 15 marzo 1991 su "il manifesto" riprende un tema a lui caro, quello di "oltrepassare la logica degli 'anni di piombo"'. Lo riprende per dire che non pensa più alle "BR" come "sedicenti" e "nemici, al soldo dei servizi stranieri, camuffati di rosso", ma le attesta come "eversione di sinistra", "fenomeno reale e con basi relativamente di massa". La stessa tesi sostenuta allora da Cossiga.
Nel PRC in un primo tempo ricopre l'incarico di responsabile delle politiche giovanili. Si impegna in prima persona per lanciare il mito del Guevara fra la base di Rifondazione e i giovani di sinistra proprio in contrapposizione ai maestri del proletariato internazionale e alla via universale dell'Ottobre. Nel dicembre '92 promuove a Roma una manifestazione sul tema "Il nostro Ernesto Che Guevara". Così lo racconta su "Liberazione" del 1 gennaio 1993. "Perché il Che? Intanto perché quel giovane medico argentino ha scritto alcune delle pagine più belle e meno scontate della storia del comunismo novecentesco... Abbiamo raccontato del fascino e della lucidità di quel 'piccolo condottiero del ventesimo secolo' che pensò alla guerriglia come ad un processo di riforma sociale, di quel ministro della nuova Cuba in permanente polemica contro ogni degenerazione burocratica... Di quel comunista che rifuggì dalle imbalsamazioni dogmatiche del marxismo, che mise costantemente l'accento sulla soggettività e sul ruolo degli individui nella traduzione in politica, che cercò di coniugare il mutamento delle fasi materiali della società con la costruzione dell''uomo nuovo"'.
Il "comunismo rifondato" di Vendola è insomma pregnato di liberalismo, di anarchismo, di individualismo piccolo-borghese, e persino di misticismo cattolico. "Sento tutto il fascino di un magistero millenario - ha dichiarato a 'Liberazione' del 16 febbraio 2000 -, perché mi sento sfidato e interrogato dal mistero della fede e dalla straordinaria parabola di Cristo crocefisso, perché la speranza nella liberazione umana non può non incrociare la sapienza e l'esperienza della chiesa".
La sua nonviolenza esasperata lo porta anche ad essere un sostenitore convinto della rinuncia alla lotta armata da parte dei popoli sotto il giogo imperialista e capitalista in Chiapas come in Guatemala e altrove. "La guerriglia è stata una delle forme necessitate della ribellione e dell'agire politico. Ciò che conta è che, nel fuoco della lotta guerrigliera, si sono formate forze politiche capaci di giungere alla trattativa e all'accordo, capaci di perseguire con lucida determinazione l'obiettivo del trascendimento della lotta armata a condizione di una pace equa e di un pluralismo effettivo. A parte il penoso caso del narco-terrorismo di matrice polpottiana di Sendero Luminoso, la gran parte delle forze guerrigliere di questo spicchio di mondo ha saputo imporre all'avversario e a sé il passaggio dalla politica delle armi alle armi della politica" ("Liberazione" del 18 gennaio 1997).

Candidato di tutto il "centro-sinistra"
Vendola dal '92 ha inaugurato anche la sua carriera parlamentare e da allora è quasi ininterrottamente membro della Commissione antimafia.
Ora potrebbe essere la volta del salto a governatore della Puglia, ad assumere quindi un ruolo governativo e anche il suo già lodato "moderatismo" e il suo già essere un "comunista eretico e libertario" ha bisogno di un'ulteriore sterzata a destra. Prima delle primarie aveva già mandato un chiaro messaggio rassicurante alla borghesia locale: "Considero la Puglia un laboratorio speciale. La Puglia è nel sud ciò che la Lombardia è nel nord. Una regione che ha sempre avuto una borghesia d'impresa molto dinamica, molto fantasiosa. è un polo di grande fermento intellettuale; è una regione che può diventare il laboratorio per una nuova stagione del meridionalismo" ("Liberazione" del 12 novembre 2004).
Altrettanto "rassicuranti" sono state le dichiarazioni successive al suo "successo" aprendo di fatto la sua campagna elettorale: "Se posso fare un paragone assolutamente irriguardoso, vorrei usare le parole di Giovanni Paolo II quando si affacciò sulle società ibernate dell'est europeo: non abbiate paura. Vorrei dire al centrosinistra che non bisogna avere paura di innovare profondamente, di scommettere nella propria gente, di immettere nel circuito della politica la linfa vitale dei nuovi alfabeti che vengono dalle storie del femminismo, del pacifismo, dell'ecologismo, delle contestazioni giovanili, del nuovo conflitto di classe, del radicalismo cristiano" ("il manifesto" del 18 gennaio 2005). E ancora: "Da oggi vivo una realtà completamente mutata della mia vita: dismetterò i panni che ho vestito per 30 anni, quelli di un battitore libero, e indosserò i panni che sono quelli di guida di una coalizione, di guida e di garanzia di tutte le differenze" ("la Repubblica" del 19 gennaio 2005).
Intanto, per non lasciare dubbi, all'indomani del voto primario, da vero cattolico praticante qual è, è andato a messa nella cattedrale di Bari. Non una messa qualunque perché a celebrarla c'era il cardinale Camillo Ruini, in Puglia per presiedere il consiglio permanente della Cei.
A questo punto la domanda è d'obbligo: com'è possibile che chi vuol liberarsi dal capitalismo e conquistare il socialismo possa votare un anticomunista come Vendola? Gli anticapitalisti e i fautori del socialismo non hanno altra scelta che votare per il PMLI astenendosi.

26 gennaio 2005