manifaccessoacqua.gif (22686 byte) Le responsabilità dell'imperialismo e della superpotenza europea
1 miliardo e 400 milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile
Il Sud del mondo è maggiormente colpito. Ogni anno 2 milioni e 200 mila persone muoiono a causa di malattie legate alla scarsa igiene dell'acqua
Lottiamo contro la privatizzazione e la mercificazione dell'acqua
Il 2003 è stato dichiarato dalle Nazioni Unite l'anno internazionale dell'acqua. Da Stoccolma a Porto Alegre a Johannesburg (2002), per finire con la conferenza mondiale di Kyoto nel marzo di quest'anno, è stato un susseguirsi di riunioni mondiali atte a mettere a fuoco la questione e raggiungere il consenso dell'imperialismo sugli obiettivi. Di dati ne sono usciti, eccome. Un miliardo e quattrocento milioni di persone, più o meno un sesto della popolazione mondiale, non hanno accesso ad acqua sicura. Due miliardi e 400 milioni di persone, il 40% della popolazione del pianeta, non dispongono di impianti igienici adeguati. Come conseguenza diretta di tutto questo, ogni anno 2 milioni e 200mila persone muoiono a causa di malattie legate alla scarsa igiene dell'acqua, come il colera e altre malattie diarroiche che colpiscono soprattutto i bambini. A tale riguardo seimila bambini muoiono ogni giorno per malattie causate da acqua inquinata e da livelli di igiene inadeguati. A essere maggiormente colpito è il Sud del mondo. In pratica l'80% delle malattie presenti nei paesi del Terzo mondo è causato dall'acqua non potabile e da impianti igienici carenti ed il 90% delle acque reflue (provenienti da scarichi civili o industriali) viene eliminato senza subire alcun genere di trattamento. Sempre nei paesi più poveri il 50% dell'acqua potabile viene sprecato per dispersioni e carenze degli impianti.
Al ritmo attuale oltre la metà della popolazione mondiale non avrà accesso all'acqua potabile entro i prossimi venti anni. Siamo insomma al disastro idrico, denuncia anche l'Unesco, un disastro che "va a toccare la possibilità stessa della nostra sopravvivenza".

Una conseguenza della globalizzazione imperialista
Tali cifre testimoniano il fallimento e le conseguenze nefaste della globalizzazione capitalista e imperialista, forgiata dalle politiche selvagge e neoliberiste, di rapina, saccheggio e sfruttamento, proposte e praticate attraverso le istituzioni preposte dall'imperialismo mondiale, quali l'FMI, la Banca mondiale e il WTO, al fine di mettere il loro lucchetto ai mari, fiumi e laghi dell'intero pianeta. è opera di questi vampiri la subordinazione della concessione di prestiti a paesi poveri in cambio della gestione dei servizi idrici a società private estere.
L'acqua è il principio della vita. E' fondamentale per qualsiasi organismo vivente e niente può sostituirla. La maggior parte dell'acqua si trova nei mari e la concentrazione salina la rende impropria al consumo. Solo il 3% dell'acqua del pianeta è dolce; il 99% di questa percentuale è contenuta nei ghiacciai o negli strati profondi della terra. Abbiamo dunque accesso solo all'1% delle riserve idriche. Ciononostante questa quantità sarebbe sufficiente ad alimentare il doppio o persino il triplo della popolazione mondiale attuale.
Ed oggi costoro sentenziano che in venti anni, 1970-1990, la disponibilità di acqua procapite è diminuita di un terzo, nei prossimi venti anni diminuirà di un altro terzo. Le cause? Siccità, desertificazione, inquinamento, impoverimento delle falde sotterranee, salinizzazione degli estuari. E poi l'instabilità climatica determinata dall'"effetto serra", ossia l'eccessiva immissione nell'atmosfera di gas prodotti dal mondo industrializzato (anidride carbonica, metano, composti clorurati, ossidi di azoto) che provoca un lento graduale aumento della temperatura media terrestre con alterazioni del ciclo delle acque. Ma di chi è la colpa se non della distruzione ambientale perpetrata dall'imperialismo, della sua sete di profitto capitalista, dei suoi maggiori esecutori su scala mondiale come gli Usa che si rifiutano di siglare accordi come quello di Kyoto sul tetto di gas nell'atmosfera? Del resto come affermato da Bush padre prima di recarsi al vertice di Rio de Janeiro del 1992 sullo "sviluppo sostenibile", e come ripetuto da Bush figlio con il ritiro della firma degli Usa dal protocollo di Kyoto, il modo di produzione e di consumo degli Stati Uniti non può essere messo in discussione, ed essendo l'acqua sempre più rara, a loro dire non è possibile che tutti gli abitanti della Terra raggiungano il livello di vita occidentale, pena il "disastro ecologico globale".
Non per niente al 3 Forum mondiale sull'acqua svoltosi a Kyoto dal 17 al 22 marzo scorsi nella dichiarazione finale non è stata inserita la definizione di acqua come diritto fondamentale della persona. Addirittura non è passata neppure la proposta francese di un osservatorio mondiale sui progressi nella "lotta alla sete", mentre il suo finanziamento è rimasto fermo a 80 miliardi di euro, quando è stato calcolato che ne servirebbero 180. Di più, la maggior parte dei finanziamenti stanziati andranno a aziende private, o a progetti che riguardano le città, quando l'84% delle popolazioni che non hanno accesso all'acqua risiede in zone rurali.
E l'Onu che fa? Quelle Nazioni Unite a cui tanti si rivolgono credendola ancora la panacea di tutti i mali. Per poter parlare di condizioni accettabili di vita occorrono non meno di 50 litri d'acqua al giorno per ogni essere umano. Per l'Onu è "un'utopia", tanto che ha fissato in 40 litri il diritto all'acqua come obiettivo di mobilitazione delle sue "giornate mondiali" che cadono a marzo di ogni anno. Un modo per avallare la politica e le teorie dell'imperialismo americano.
Nel 2000 la Banca mondiale aveva sentenziato che "le guerre del prossimo secolo non si faranno per motivi politici o per il petrolio, ma per l'acqua". Del resto la presenza militare Usa in Colombia ha tra le "molte ragioni" il controllo di un'area dove si trova il 25% delle risorse idriche di superficie del pianeta. E la Turchia che, costruendo dighe nel sud del paese dove nascono il Tigri e l'Eufrate e dove vivono i curdi, usa l'acqua per strozzare questo popolo. Mentre le compagnie idriche israeliane continuano a scavare pozzi nei territori occupati della Palestina e poi rivendono l'acqua ai palestinesi a peso d'oro. Egitto e Sudan sono in tensione da anni per il Nilo.

La selvaggia politica delle privatizzazioni
L'acqua è ormai un oggetto di mercato, un bene prezioso, non a caso è stato coniato l'appellativo di "oro blu", e la sua penuria ci dice che ormai il capitalismo, lungi dal mantenere le promesse di abbondanza, produce scarsità e cerca cinicamente di apporfittarne facendo delle privatizzazioni la leva del suo dominio. Altro che diritto universale all'acqua, bene pubblico e non privatizzabile, come è scritto solennemente nei libelli dell'Onu o nei documenti degli Stati nazionali capitalisti. Il cambiamento di strategia l'imperialismo l'aveva deciso a L'Aja, in Olanda, al 2 Forum mondiale sull'acqua, tenutosi dal 17 al 22 marzo 2000. Voluto dal Consiglio mondiale sull'acqua, un organismo nato nel 1994 su iniziativa della Banca mondiale, a cui partecipano i rappresentanti dei governi e le aziende private, non a caso attualmente il suo vicepresidente è anche vicepresidente della Suez, una delle maggiori multinazionali di acqua minerale del mondo, il Forum affrontò il problema delle risorse idriche, trovando a suo dire una "soluzione globale". L'acqua cambiava status: da diritto umano svincolato dalle leggi di mercato diventava un "bisogno umano", che quindi poteva essere regolato dalle leggi della domanda e dell'offerta. A livello globale l'11% della popolazione, quello che controlla l'84% della ricchezza prodotta, consuma l'88% dell'acqua. Si passa da una disponibilità media di 425 litri al giorno di un abitante degli Stati Uniti ai 10 litri al giorno di un abitante del Madagascar. E, dato che non basta a irrigare la quantità di terra necessaria a sostenere la crescita dei consumi, in molti paesi si forza il ciclo del ricambio naturale con un prelievo superiore alla capacità di rigenerazione delle sorgenti. Le imprese private multinazionali dell'acqua potabile o in bottiglia tendono ad assicurarsi la proprietà d'accesso a giacimenti acquiferi non ancora sfruttati. Coca Cola e Nestlè ad esempio hanno comprato recentemente due acquiferi in Brasile, mentre la Danone ha acquisito la gestione di sorgenti in Indonesia e Cina.
Il mercato privato dell'acqua potabile è dominato nel mondo da tre società europee: le francesi Suez (con la divisione Ondeo) e Vivendi (ex Compagnie Générale des Eaux) e la tedesca Rwe (con la divisione Thames Water). Secondo un'inchiesta, in Europa e Nord America nei prossimi quindici anni il 65-75% degli acquedotti pubblici sarà controllato da queste tre società. Suez è presente in 130 nazioni e serve 115 milioni di consumatori: il settore acqua nel 2001 ha fruttato circa 9 miliardi di dollari di guadagni. Attualmente il mercato potenziale che si muove intorno alla gestione del sistema idrico mondiale è calcolato intorno ai 1.000 miliardi di dollari.
Altresì le statistiche mostrano che la parte di popolazione mondiale rifornita dal privato è passata da 90 miliardi del 1988 a circa 200 milioni nel 1998, pari a 250 milioni nel 2000.
Oggi la liberalizzazione e la privatizzazione su scala planetaria dei servizi idrici (acquedotti, reti distributive, fognature, depuratori) avviene attraverso la trasformazione della personalità giuridica dell'ente gestore, da pubblica a Spa privata, operante con le regole e le finalità del mercato capitalista e dove il pubblico, anche se mantenesse la maggioranza del pacchetto azionario, non può che diventare un imprenditore privato, la cui finalità principale è quella degli utili, dei dividendi, della conquista di nuovi mercati, essendo sottoposto alle regole del mercato e della concorrenza delle multinazionali che controllano l'acqua in centinaia di paesi del mondo. Come succede nel caso dell'italiana Acea. Le bollette che pagano i cittadini di Erevan, capitale dell'Armenia, finiscono nelle casse del Comune di Roma, titolare del 51% delle azioni dell'Acea che gestisce l'acquedotto locale. Il sistema definito "PPP" ossia "Partenariato pubblico privato" si propone orientando tutto il diritto al bere verso le acque in bottiglia, attraverso le concessioni all'imbottigliamento delle sorgenti e ora anche dell'acqua del rubinetto, concesse per pochi centesimi di vecchie lire al litro, acque di proprietà pubblica, cedute semplicemente in gestione a multinazionali come Nestlè o Danone, che dominano il mercato delle fonti, o a Parmalat, che imbottiglia l'acqua del rubinetto e dell'acquedotto, o a Coca Cola, che domina il mercato delle bevande e delle acque purificate in damigiana, oggi l'unica fonte potabile e carissima, nei paesi in via di sviluppo. A Delhi, in India, ad esempio, chi non può permettersi un rubinetto è costretto a pagare 5 euro per un metro cubo d'acqua ai proprietari delle cisterne che l'acquistano a qualche cents. Oppure a Lima, in Perù, dove le famiglie povere pagano tre dollari a metro cubo ai venditori d'acqua, ossia ben venti volte di più di ciò che paga una famiglia della media borghesia collegata all'acqua corrente. Si propone altresì attraverso la costruzione delle grandi opere su fiumi e laghi, in particolare nel Sud del mondo, invasi, dighe, canalizzazioni e gestioni derivate (energia elettrica, irrigazione, ecc.), ad opera di altrettante multinazionali.

Il ruolo della superpotenza europea
Sull'acqua l'Unione europea sta giocando un ruolo sporco. Nella bozza di Costituzione in discussione alla conferenza intergovernativa di Roma l'acqua non è stata considerata come bene inalienabile e come diritto per tutti, non esiste proprio, non viene neppure citata.
Questa superpotenza imperialista è per contro all'avanguardia dei processi di privatizzazione dei servizi dell'acqua, il più accanito sostenitore della liberalizzazione dei servizi idrici su scala mondiale. Nel 2002 ha sferrato duri colpi verso i paesi più poveri. Prima con il varo del "Partenariato strategico" con i paesi africani. Il presidente dell'Ue di turno, allora danese, e della Commissione europea, Romano Prodi, imposero che nella dichiarazione comune fosse sottolineata la dipendenza della realizzazione dell'obiettivo di sconfiggere la sete mondiale dal "nuovo partenariato strategico a lungo termine tra i governi, le parti interessate, la società civile e il settore privato". Come si potesse esprimere questo partenariato lo ha poi illustrato a febbraio di quest'anno il commissario Ue al commercio Pascal Lamy, che ha chiamato pubblicamente a uno scambio mortale tra l'imperialismo europeo e i paesi del Sud del mondo. Acqua in cambio di accesso più facile dei loro prodotti agricoli nella Ue. Lo stesso Lamy nel luglio 2002 aveva intimato a ben 72 paesi di aprire il loro servizio idrico nazionale.
Una linea, quella dell'Unione europea, che si ripropone a suon di privatizzazioni anche al suo interno. In Gran Bretagna la privatizzazione dell'acqua è stata introdotta nel 1989, a premiare gli sforzi dei governi della Thatcher, con effetti disastrosi per le masse popolari; in Francia, dove la privatizzazione è vista da destra e "sinistra" come delega del servizio pubblico, si è avuto un aumento medio del prezzo dell'acqua del 50%, a Parigi in particolare del 54%; in Italia, dove un terzo degli abitanti non gode ancora di un accesso regolare e sufficiente all'acqua potabile, ci ha pensato l'infame articolo 35 della Finanziaria 2002 varata dal governo del neoduce Berlusconi e votato congiuntamente da "centro-destra" e "centro-sinistra" che ha fatto obbligo a tutti i comuni di mettere sul mercato i propri acquedotti.

La lotta delle masse è l'unica risposta
L'esperienza concreta a livello mondiale ha dimostrato che solo la lotta delle masse può arrestare o infliggere duri colpi al processo di privatizzazione dell'acqua. A Manila, capitale delle Filippine, la multinazionale francese Suez si aggiudicò nel 1997 la gestione e fornitura dell'acqua con la promessa di rifornire tutta la popolazione. Dopo sei anni il prezzo dell'acqua era aumentato del 500% ed il 10% del reddito di una famiglia media era destinato a coprire i costi relativi ai consumi idrici. La popolazione si oppose dando vita a un movimento di lotta che costrinse la Suez a ritirarsi, non senza chiedere all'amministrazione di Manila un risarcimento pari a 350 miliardi di dollari.
A Grenoble, in Francia, la privatizzazione avvenuta alla fine degli anni '80 ha subito una battuta d'arresto e la gestione dell'acqua riportata a servizio pubblico, grazie ai comitati popolari sorti spontaneamente allorché i prezzi lievitarono fino a diventare insopportabili per le masse. Risultato: il costo della bolletta è diminuito del 44%. Nel 1999 in Bolivia la svendita degli acquedotti a società private causò un aumento dei prezzi del 50%. Il risultato fu che circa la metà della popolazione fosse esclusa di fatto dalla possibilità di aprire i rubinetti. La rivolta popolare scoppiò forte a Cochabamba, la terza città boliviana, e il costo di vite umane pagato per la repressione governativa fu alto. Era stata la Banca mondiale a proporre al governo locale di privatizzare le acque in cambio della parziale estinzione del debito estero del paese. A Cochabamba nel giro di un anno le tariffe aumentarono del 200% innescando la rivolta dei campesinos locali e delle donne. Sotto la loro pressione il governo boliviano disdisse la concessione con l'americana Bechtel, la quale per rappresaglia chiese un risarcimento di 25 miliardi di dollari.
Sempre nel 1999 a Montreal, in Canada, una manifestazione di decine di migliaia di persone fece recedere le autorità del Quebec dalla messa in atto del piano di privatizzazione dell'acqua. In concomitanza analogamente a Panama la popolazione locale vinse la prima battaglia contro la concessione dell'acqua ai privati. E ancora in India ogni capofamiglia spende circa il 25% del proprio reddito ogni giorno per l'acqua, eppure la disponibilità pro-capite è sempre più ridotta. Il 9 agosto 2002 5mila contadini hanno marciato sul villaggio Bhanera per protestare contro l'istallazione della conduttura-mostro di 3,25 metri di diametro che sottrarrà acqua al fiume Gange per incanalarla verso l'impianto di trattamento e di distribuzione di Delhi. Il progetto co-promosso dalla solita Suez e dal governo indiano, che ha versato nelle casse della multinazionale francese 50 miliardi di dollari, sottrarrà 635 milioni di litri d'acqua al giorno ai villaggi e alle coltivazioni locali provocando un aumento spropositato delle tariffe.
Sulla questione dell'acqua anche nel nostro Paese si sta sviluppando un'ampia rete che contesta le privatizzazioni e la mercificazione di questo bene vitale. Purtuttavia dobbiamo constatare che anche il Forum alternativo svoltosi a Firenze il 21 e 22 marzo scorsi, in contrapposizione con quello di Kyoto, non ha saputo e voluto andare a fondo sulla questione "dell'acqua bene comune dell'umanità". Gli organizzatori, dal Comitato italiano per il "Contratto mondiale sull'acqua", a molte altre associazioni e organizzazioni non governative, ai rappresentanti di numerosi enti locali, tra cui il governatore della Regione Toscana, il Ds Claudio Martini, che non si è minimamente vergognato di presentarsi essendo costui un consenziente artefice della privatizzazione delle acque di questa regione, economisti progressisti e attivisti dei diritti umani intervenuti da tutto il mondo, partendo dal cosiddetto "Manifesto mondiale dell'acqua" hanno sposato la sterile proposta di istituire un "Parlamento mondiale dell'acqua". Ossia ricondurre il tutto, in sedi legalitarie e istituzionali, a un tavolo di confronto che non esclude nessuno, dai governi alle multinazionali. L'imperialismo, che come abbiamo visto è il primo e diretto responsabile, non viene mai nominato, né nei documenti preparatori, né nelle conclusioni e proposte operative. Parlare di "oligarchia mondiale dell'acqua", denunciare le multinazionali, senza chiamare in causa il loro mandante, senza tirare le dovute conclusioni non serve a niente. Se non a perpetrare questa inaccettabile situazione.