Il governo Prodi vara la Finanziaria 2007 di 33,4 miliardi di euro, tra le più pesanti del dopoguerra, anche con i voti del PRC e del PdCI
La stangata c'è e colpisce anche i poveri
Tagli drastici alle Regioni e agli enti locali. Scippato il Tfr dei lavoratori. Aumentati i ticket sanitari. Solo rinviate le ennesime controriforme su pensioni e pubblica amministrazione. Solo 6 su 10 il turn-over nel pubblico impiego. Via libera a nuove tasse comunali. Parziale e insufficiente redistribuzione a favore dei redditi medio-bassi. Soldi alle imprese. Aumentate le spese militari
I vertici sindacali confederali danno il loro via libera per un "piatto di lenticchie"
Il governo dell'Unione di Prodi ha varato la sua prima manovra economica e finanziaria per il 2007, con proiezione triennale e quinquennale per alcuni aspetti che riguardano i dati macroeconomici (Pil, debito, tasso occupazionale, ecc.) e l'applicazione di alcune misure approvate. Lo ha fatto nella riunione del consiglio dei ministri di sabato 30 settembre, durata ben 10 ore e con il voto unanime di tutti i ministri, ivi compresi quelli del PRC, del PdCI e dei Verdi. Si tratta di una manovra molta ampia e complessa (oltre 200 articoli) composta: da un disegno di legge che contiene la legge finanziaria, di un decreto legge contenente vari provvedimenti fiscali e di una legge delega concernente le misure, da precisare nei prossimi mesi, sulla tassazione delle rendite, l'aggiornamento degli estimi catastali, i metodi di accertamento e di riscossione. Si tratta di una manovra economica fiscale e finanziaria tra le più pesanti, per dimensione, degli ultimi 60 anni, seconda solo a quella del governo Amato del '92 (93 mila miliardi di lire).
Le cifre parlano da sole. Il complesso dei provvedimenti varati ammontano a 33,4 miliardi di euro. Così suddivisi: 20 miliardi e 395 milioni di euro di tagli ed entrate extrafiscali e 13 miliardi di euro di nuove entrate. Nella prima voce troviamo: tagli a enti locali e patto di stabilità per 4,3 miliardi di euro; minori spese di 3 miliardi euro nella sanità; 5,265 miliardi in campo previdenziale; 5 miliardi dal Tfr dei lavoratori; 2,83 miliardi di euro di risparmi dalla pubblica amministrazione. Sono tagli strutturali, chiarisce Padoa Schioppa, che permettono già nel 2007 di portare il rapporto debito-Pil al 2,8%, cioè sotto quel 3% richiesto dalla Unione europea.
La Finanziaria uscita dal consiglio dei ministri, frutto di un compromesso tra le varie "anime" della maggioranza di governo, è risultata parzialmente differente da quanto previsto nel Dpef (Documento di programmazione economica) e nelle bozze che giravano sui tavoli nei giorni immediatamente prima del varo ufficiale. Parzialmente differente nell'entità, si parlava di 35 miliardi, poi di 30 e infine la scelta è caduta sui 33,4. Parzialmente diversa nei contenuti, visto che nei due casi precedenti erano state prospettate misure ancora più pesanti nei confronti dei lavoratori pubblici, sulla previdenza, la scuola. Mitigati anche a seguito della minaccia dello sciopero generale dei sindacati e dal possibile voto contrario dei partiti di Bertinotti e Diliberto.
Ma questa mossa tattica dei volponi Prodi e del ministro per l'Economia Padoa Schioppa non deve ingannare sulla reale natura della Finanziaria. Non bisogna dar troppo credito alle dichiarazioni demagogiche e con poco fondamento del presidente del consiglio quando afferma che la sua manovra economica è all'insegna della giustizia sociale e a favore dei ceti più deboli fortemente impoveriti negli ultimi anni in conseguenza delle politiche liberiste del precedente governo di Berlusconi. Né bisogna dar credito agli apprezzamenti davvero esagerati espressi da Bertinotti, dal ministro Ferrero e dal segretario del PRC Giordano che parlano addirittura di una "svolta" di politica economica e fiscale, quasi che la Finanziaria approvata sia più loro che di Prodi e Padoa Schioppa. Noi non vediamo nessuna svolta. Vediamo solo delle parziali e insufficienti modifiche rispetto alla politica berlusconiana, nella gestione del bilancio, in campo fiscale, economico e sociale.
La manovra prodiana va valutata nel suo insieme. Non perdendo di vista, anzi denunciando con forza i tagli alla spesa sociale e pubblica, che ci sono e tanti per via diretta e per via indiretta, denunciando il rincaro delle vecchie e l'immissione di nuove tasse che regioni ed enti locali dovranno per forza di cose attuare; denunciando l'estensione dei ticket sanitari, lo scippo del trattamento di fine rapporto di lavoro (Tfr) dei lavoratori, il dilazionamento dei finanziamenti per i contratti del pubblico impiego, la parziale copertura del turn-over, l'aumento delle spese militari per i contingenti all'estero, le regalie fiscali e in soldi ai padroni. Denunciando le misure che ci sono e quelle che mancano in materia di precariato e "mercato del lavoro", che rimane sostanzialmente regolato dalla legge 30. Considerando, inoltre, che le controriforme (ennesime) su pensioni e pubblica amministrazione annunciate nel Dpef sono solo state rinviate di qualche mese. "Anche i sindacati - afferma il ministro degli Esteri e vicepremier D'Alema - lo devono sapere. Da marzo sulle pensioni noi puntiamo a una revisione profonda del sistema previdenziale". E per quanto riguarda la pubblica amministrazione, "faremo anche questa riforma - aggiunge - che in Finanziaria abbiamo solo parzialmente avviato. Una ragionevole riduzione del personale... si farà nel tempo". Gli fa eco il ministro DS per le Attività produttive Bersani che dice: "non potevamo fare ora la riforma delle pensioni, ma con questa manovra abbiamo preso un accordo con il sindacato per un'ulteriore fase di riforma del sistema previdenziale da chiudere entro marzo". Se si tiene presente questo quadro d'insieme, ne esce molto ridimensionata la redistribuzione della ricchezza a favore dei redditi medio-bassi attraverso la modifica dell'Irpef (Imposta sulle persone fisiche) e la riduzione del "cuneo fiscale".

I PROVVEDIMENTI
Enti locali
. Un capitolo tra i più pesanti e peggiori della Finanziaria riguarda le Regioni e gli enti locali ai quali viene imposto una riduzione delle spese pari a 4,3 miliardi di euro (2,2, alle province e ai comuni). Un salasso persino più consistente di quello attuato da Berlusconi (1,8 miliardi) con la Finanziaria 2006 con conseguenze devastanti per l'amministrazione delle città, l'erogazione dei servizi pubblici e il sostentamento dell'assistenza sociale che ormai passa in gran parte a livello territoriale. Accanto ai tagli, aumento delle vecchie tasse e immissione di nuove: questo dovranno fare gli amministratori regionali e comunali per fronteggiare le esigenze di bilancio. Quindi rincari nelle addizionali Irpef, nell'Ici e utilizzo delle nuove imposte previste in Finanziaria, come quella di scopo e quella di soggiorno. Il tutto nel nome del federalismo fiscale. Appare una beffa la concessione dell'innalzamento del 2,6% del tetto dell'indebitamento.
Sanità. Un altro capitolo non così bello come si vorrebbe far credere è quello della sanità. Qui con una mano si dà e con l'altra si piglia. Nel senso che nel prossimo anno è prevista una "razionalizzazione" della spesa con un risparmio di 3 miliardi di euro. Gli stessi 3 miliardi saranno destinati in un arco di tre anni all'ammodernamento degli ospedali e all'apertura di nuovi servizi sanitari. Più un miliardo per le Regioni in maggiori difficoltà finanziarie. L'aspetto più odioso: l'imposizione di nuovi ticket sanitari. Il ticket sul pronto soccorso di 23 euro per i cosiddetti "codici bianchi", cioè non urgenti + altri 18 euro (41 in totale) se, nello stesso caso, saranno fatti accertamenti diagnostici. Una quota fissa di 10 euro a ricetta per visite specialistiche, che si vanno ad aggiungere alle spese per l'impegnativa già in vigore.
Pubblico impiego. Anche se le misure più dure saranno prese in seguito, la manovra non prevede nulla di buono, anzi. Il governo, è vero, ha aumentato gli stanziamenti per il rinnovo dei contratti di lavoro, peraltro scaduti da diversi mesi, a 3.225 miliardi di euro ma dilazionati, per due terzi,nel 2008. Questo significa, di fatto, uno slittamento dei tempi contrattuali e perdite di stipendio per gli interessati. La riduzione del personale passa da una copertura parziale del turn over, che non va oltre la sostituzione di 6 dipendenti, di cui 4 precari, su 10 che vanno in pensione.
Previdenza. In attesa della controriforma fissata per marzo prossimo, scampato il pericolo della chiusura di una finestra delle quattro previste nel 2007 per le pensioni di anzianità, la manovra stabilisce l'aumento dei contributi previdenziali per i lavoratori parasubordinati (i co.co.co) portandoli dal 18,5% al 23% e ai lavoratori autonomi dal 17,5 al 20% dal 1° gennaio 2008. Oltre a ciò il governo scippa il Tfr di quei lavoratori che non hanno scelto se destinarlo ai fondi oppure mantenerlo, per un importo pari al 60%, da versare in un nuovo fondo Inps. Così si intende anticipare l'entrata in vigore della "riforma" della previdenza complementare Maroni al 1° luglio 2007. Per i datori di lavoro, che tanto sbraitano come fossero soldi loro, sono fissate delle compensazioni con l'esonero dal versamento dei contributi sociali dovuti per assegni familiari, maternità, e disoccupazione.
Scuola. Nella Finanziaria c'è la promessa dell'assunzione di 150 mila docenti precari nei prossimi tre anni. A fronte però, di una uscita per pensionamento di 280 mila unità solo nel 2007. A questo proposito è nota l'intenzione del governo di alzare il rapporto tra docenti e alunni (compresi quelli di appoggio) creando inevitabilmente personale in "esubero".
Spese militari. Aumenta invece la spesa per il finanziamento dei contingenti militari all'estero: Iraq, Afghanistan, Libano, ecc. E non solo. L'art.188 della Finanziaria istituisce un apposito fondo attivato con decreto legge semestrale del governo, previa informazione del presidente della repubblica, che salta e rende superflua l'approvazione del parlamento.
Irpef. La modifica dell'Irpef, sia nella parte degli scaglioni di reddito, sia in quella dell'aliquota d'imposta che nelle detrazioni è considerata dal governo la misura principe attraverso la quale passa la sventolata redistribuzione della ricchezza a favore dei redditi medio-bassi. C'è un aumento della no-tax area, cioè delle esenzioni, che passa da 7 mila a 7.500 euro per i pensionati e da 7.500 a 8.000 per i lavoratori. C'è un ritorno a un sistema a cinque aliquote (23% su 15.000 euro; 27% da 15 a 28.000 euro; 38% da 28 a 55 mila euro; 41% da 55 a 75.000 euro; 43% oltre 75.000 euro), che prendono il posto delle vecchie quattro della controriforma Tremonti (23% fino a 26 mila euro; 33% da 26 a 33.500 euro; 39% da 33.550 a 100 mila euro: 43% oltre questa soglia). C'è un sistema di detrazioni finalizzato a sgravare le famiglie numerose, detrazioni che decrescono e si annullano in relazione al reddito percepito. Non c'è dubbio che questo sistema aumenta il prelievo sui redditi alti (oltre i 75.000 euro) e lo riduce su quelli inferiori ai 40 mila. Ma va detto con tutta chiarezza che questa redistribuzione in termini concreti, in soldi, è poca cosa. Non è sufficiente nemmeno a recuperare quanto scippato dal governo Berlusconi. Si poteva e si doveva fare di più!
Cuneo fiscale. Nella manovra è confermata la riduzione di 5 punti del cuneo fiscale (9 miliardi di euro) da dividere 60% alle aziende e 40% ai lavoratori, sia pure dilazionata nei prossimi due anni. Per le imprese questo grosso bonus si concretizza con uno sconto dell'Irap e il riconoscimento di un importo deducibile, pari a 5 mila euro, su base annua per ogni dipendente a tempo indeterminato impiegato nel periodo dell'imposta; deduzione che sale a 10.000 euro per le regioni del Mezzogiorno.
Altre misure fiscali. Riguardano gli studi di settore che saranno aggiornati ogni tre anni anziché quattro e la revisione dell'aliquota di imposizione sulle rendite finanziarie (titoli di Stato e obbligazioni di nuova emissione, plusvalenze azionarie, fondi d'investimento, dividendi) che passa dal 12,5% al 20%; mentre per i depositi e le obbligazioni sotto i 18 mesi l'aliquota scende dal 27 al 20%. Il tutto però farà parte di una legge delega affidata al ministero per l'economia da varare nei prossimi sei mesi.
Queste nell'essenziale le misure principali della Finanziaria. Le quali hanno trovato il consenso immediato e servizievole dei vertici sindacali confederali. I segretari di Cgil, Cisl e Uil si sono espressi pubblicamente a favore della manovra. Ad Epifani, Bonanni e Angeletti è stato sufficiente che il governo correggesse il tiro sui contratti del pubblico impiego, separasse la manovra finanziaria e la "riforma" previdenziale, operasse la suddetta modifica dell'Irpef per cancellare ogni proposito di mobilitazione. Insomma si sono accontentati del solito "piatto di lenticchie". Diverso il giudizio dei sindacati extraconfederali che hanno espresso un netto dissenso e promettono mobilitazioni. E i leader della sinistra sindacale, i vari Rinaldini e Cremaschi, non hanno nulla da dire?
Occorre fare un'opera di sensibilizzazione e di chiarificazione tra i lavoratori e le masse popolari per sviluppare, da sinistra, un movimento critico e di lotta. Anche perché questo testo della Finanziaria potrebbe anche peggiorare, e tanto, nel corso della discussione parlamentare. Non solo ad opera dell'azione della Casa del fascio, ma anche di parti dell'Unione (Margherita, Udeur, Rosa nel pugno) che hanno già detto di voler modificare da destra la manovra. Il "centro-destra" ha anche minacciato una manifestazione.
Sarebbe davvero un grave errore lasciare ad esso il monopolio della piazza!
In ogni caso la stangata c'è e colpisce anche i poveri, e per questo va respinta.

4 ottobre 2006