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Relazione di Massimiliano Luce all'incontro regionale tenutosi il 19 dicembre a Milano in vista della campagna elettorale astensionista alle regionali di marzo Stroncare coll'astensionismo la giunta Formigoni e il neofascista "modello lombardo" Non dare alcun credito al rinnegato Penati e alla complice "sinistra" borghese Qui di seguito pubblichiamo il testo integrale della relazione presentata da Massimiliano Luce all'incontro regionale del PMLI tenutosi a Milano il 19 dicembre scorso per preparare la campagna astensionista alle elezioni regionali di marzo. Care compagne e cari compagni, la giornata di oggi è dedicata all'approfondimento delle nostre conoscenze sulla situazione politica, sociale ed economica della nostra regione, in preparazione delle prossime elezioni regionali e della redazione del nostro programma d'azione ed elettorale. I temi su cui dovremo insistere tra le masse, come vedremo, riguardano sanità, servizi sociali, formazione e istruzione, acqua ed energia, infrastrutture e ambiente: ambiti del vivere comune e sociale che in 15 anni di Giunta Formigoni sono stati fagocitati tutti dalla logica del profitto neofascista. È qui, in Lombardia, la regione più importante d'Italia, dove oggi viene prodotto il 20% del Pil nazionale, che la borghesia ha storicamente generato i peggiori mostri - Mussolini, Craxi, Bossi e Berlusconi - riuscendo a imporli sulla scena nazionale. Oggi è il "modello lombardo" di Formigoni, peraltro travolto da scandali e corruzioni, a porsi come punto di riferimento della nascente terza repubblica. Nel 2008 il Consiglio regionale ha approvato, senza neppure un voto contrario da parte della "sinistra" borghese e "radicale", il nuovo Statuto d'autonomia. Esso in virtù del presidenzialismo, del federalismo, dell'autonomismo e della sussidiarietà segna un'uscita definitiva e da destra dai principi universalistici contenuti nella Costituzione antifascista del 1948, ridotta ormai a carta straccia. Infatti, il nuovo Statuto d'autonomia ha definitivamente costituzionalizzato 15 anni di politiche sociali ed economiche gravemente antipopolari e antisociali. Esso ha legittimato un modello smaccatamente neofascista, pronto a essere esportato nel resto del Paese non appena le due nere Camere, Montecitorio e Palazzo Madama, cominceranno la discussione sui costi standard in vista dell'approvazione dei decreti attuativi sul federalismo fiscale. Dibattito che di fatto costringerà le altre regioni ad adottare largamente il "modello lombardo". Come mai la "sinistra" borghese regionale non ha combattuto il "modello lombardo"? Perché essa si è limitata, al massimo, ad emendarlo e puntellarlo? Perché esso è espressione non solo degli interessi economici delle aziende associate alla Compagnia delle Opere, come noto, ma anche di Lega Coop. Nello specifico la Cdo è una galassia di 30 mila imprese, di cui mille "no-profit", con 70 miliardi di fatturato. In nome della sussidiarietà, esse svuotano la regione dall'interno. Associandosi e intrecciandosi in diversi casi proprio a Lega Coop, in nome del profitto e del malaffare bipartisan, regnano su ogni genere di appalti, dalla sanità alle opere pubbliche, dalla formazione all'housing sociale, dal catering alle cave. Dal centralismo nazionale al centralismo regionale per meglio servire la borghesia monopolistica lombarda Il federalismo partorito dalla sciagurata "riforma" del Titolo V della Costituzione da parte del governo di "centro-sinistra" Amato (2001), ha consentito a Formigoni di sostituire al bistrattato centralismo statale il centralismo regionale. Ciò ha reso la Regione Lombardia il comitato d'affari della frazione monopolistica della borghesia lombarda, con salde radici non solo nel mondo dell'impresa, ma anche del terzo settore, del "volontariato" e del "no-profit" di matrice reazionaria cattolica. In tutti questi anni, parlare di Formigoni, di Comunione e liberazione e della Compagnia delle opere è stato sempre un tutt'uno. La salda fusione di impresa e sociale sotto la stretta direzione regionale è dimostrata dalla centralizzazione con cui sono gestite, in una logica di mercato, sanità, assistenza, formazione e istruzione. Inoltre, se si analizzano i bilanci degli enti locali e della Regione, sono solo i primi ad annaspare e a essere in forte difficoltà. Il neonato patto di stabilità territoriale su base regionale conferma la supremazia della Regione, al punto da consentirle di ricoprire le funzioni economico-finanziarie di una nuova statualità. Da un punto di vista politico, poi, questo accentramento assume una cifra assolutamente affaristica e neofascista. Affaristica per la scandalosa mancanza di trasparenza del bilancio regionale, neofascista per il trasferimento di attività fondamentali a società regionali il cui controllo è in capo alla sola giunta, espropriando le competenze del consiglio regionale. Si consideri ad esempio una società come Infrastrutture Lombarde Spa, che rappresenta la gestione di un pezzo consistente del bilancio regionale. La società per azioni creata dalla Regione Lombardia per promuovere le nuove infrastrutture (costruzioni di ospedali, svincoli autostradali ecc.), consente al solo Presidente della Regione la supervisione di tutti gli appalti, togliendo ogni possibilità di controllo al Consiglio regionale. Col sistema dei finanziamenti, sostegni e concessioni di risorse dirette o indirette, Regione Lombardia ha edificato un sistema di potere lobbistico, accentrando e vincolando a sé reti di imprese accreditate. Queste ultime erogano servizi in un'ottica di sussidiarietà estrema a persone rese "libere" di scegliere grazie a buoni e doti. Questo modello, che può essere classificato come "economia sociale di mercato" di stampo cattolico e neofascista, reputando in modo metafisico il mercato arbitro di se stesso, non riconosce al Sindacato Confederale alcun ruolo concertativo né tantomeno conflittuale, ma soltanto neocorporativo, fondamentalmente di negoziazione formale e infine di assenso. Ciò ha permesso alla Regione di innalzare un muro di indifferenza verso i problemi concreti dei lavoratori in generale e della classe operaia nello specifico, per la quale anzi prova una profonda avversione, come se il movimento operaio fosse un reperto novecentesco di cui liberarsi al più presto, come dimostra la chiusura dell'Alfa di Arese, dove sarebbe dovuto sorgere il polo dell'auto ecologica, per favorire la speculazione immobiliare legata all'Expo 2015. Supermarket sanità: come i padroni sono entrati in sala operatoria Il "modello lombardo" si è delineato in primo luogo nella sanità, attraverso una serie di provvedimenti, succedutisi a partire dalla legge di riordino 31/97, che dietro la facciata dell'introduzione del principio della "libertà di scelta" da parte del cittadino, ha sancito in realtà la parificazione pubblico-privato e persino il superamento di un sistema universalistico. Formigoni ha creato un sistema sanitario regionale privato e assicurativo, definito "modello'' per le altre regioni per il fatto che spalanca le porte degli ospedali e delle aziende ospedaliere al capitale privato (trasformandoli in fondazioni). Trasformando la sanità in un mercato e il malato in cliente-consumatore, questo modello ha portato fin dalla sua nascita all'esplosione delle prestazioni (non sempre necessarie e appropriate al fine di ottenere i rimborsi regionali), dei ricoveri ambulatoriali e della spesa, con un netto travaso di risorse dal pubblico al privato. Senza peraltro essere in grado di ridurre i tempi d'attesa, che era indicato come l'obiettivo principale della "riforma". All'aumento della spesa, poi, la giunta ha cercato di porre rimedio introducendo i ticket sui farmaci, la diagnostica e il pronto soccorso e aumentando le imposte (IRPEF) ai cittadini. La sanità è divenuta la prima terra di conquista di interessi privati ai danni della collettività. Non per nulla più della metà del budget dell'ultima manovra finanziaria regionale da 23 miliardi (una cifra da piccolo Stato) serve per la sanità, ovvero è destinata ai soggetti accreditati a fornire le prestazioni. Non si dimentichi però che denunciare la natura antipopolare della sanità lombarda significa mettere con le spalle al muro entrambi i poli del regime neofascista. Il modello privatistico e di mercato della stipula dei contratti con società accreditate infatti è stato introdotto dal D. Lgs 229/99 ("riforma" Bindi) e adottato da Formigoni. Il "modello lombardo" - potremmo chiamarlo Bindi-Formigoni - per trovare un suo equilibrio finanziario ha penalizzato le strutture pubbliche, determinando il ridimensionamento dell'offerta, nei presidi ospedalieri e sul territorio, con un indebolimento di consultori, servizi per le tossicodipendenze, per l'handicap, per gli anziani,... Al tempo stesso è cresciuta in modo esponenziale l'attività delle strutture private, spesso focalizzate sull'erogazione dei servizi e delle prestazioni più remunerative. Appena una settimana fa la Corte dei Conti ha di nuovo accusato la Regione di favorire eccessivamente i privati. Sotto il profilo meramente finanziario il "modello lombardo" ha trovato oggi un suo equilibrio. In fondo, è bastato togliere al pubblico per dare ai privati. Un Robin Hood al rovescio. Ma tanto basta affinché esso, nella prospettiva del federalismo fiscale, si ritenga pronto a essere ammirato al tavolo del confronto nazionale sui costi standard e infine esportato. Immaginiamo con tutti gli annessi e i connessi, ossia la moltiplicazione di casi Santa Rita, non l'unico ma semmai il più clamoroso scandalo che ha toccato la sanità lombarda. Altro che modello da esportazione. Nel modello di Formigoni, non universalistico né tanto meno equo, non ci sono solo i predoni di risorse pubbliche. Ci sono anche i macellai in camice bianco! La "riforma" dei servizi sociali e socio-sanitari: un attacco neofascista ai diritti delle donne Prima ancora di fare scuola a livello nazionale, il "modello lombardo" sanitario, basato sul federalismo e la sussidiarietà, ha permeato lo sviluppo del sistema dei servizi sociali e socio-sanitari regionali. La loro gestione è fortemente centralizzata dalla Regione, con i Comuni ridotti a soggetti acquirenti di prestazioni. La logica di mercato e di impresa anche qui è divenuta pervasiva. In questo modello, il mercato si conferma il luogo deputato a fornire i servizi sociali ai cittadini. Lo strumento fornito dalla Regione per scardinare il pubblico a favore del privato, posti ora in concorrenza, è il vaucher o il buono. Col DPEFR 2002-2004 Formigoni inaugurò per la prima volta il passaggio dallo Stato sociale, modello universalistico costruito grazie alle lotte degli operai e dei lavoratori, alla welfare community, a una sussidiarietà orizzontale per cui le funzioni pubbliche sono affidate a erogatori privati, nell'ottica ultra-reazionaria della società civile corporativa e auto-organizzata. Il teorico delle welfare community, ricordiamo, è stato il filosofo nazista Carl Schmitt, il cui pensiero fu sdoganato e portato per la prima volta in Italia da Gianfranco Miglio, padre del federalismo fascio-leghista e costituzionalista craxiano della prima ora. Il soggetto di riferimento delle politiche di tutela sociale e socio-sanitario della Regione non è più l'individuo in quanto tale ma la famiglia tradizionale, cattolica e prolifica, capace di orientarsi "liberamente" sul supermarket dei servizi. Si è costruita così di fatto un tipo di tutela, quella del "quoziente famigliare", di stampo neofascista e che notoriamente penalizza i single, i redditi più bassi e scoraggia il lavoro delle donne. Sono proprio quest'ultime, le donne, le più colpite dalla furia cattoneofascista di Formigoni, dato che per Statuto, prima ancora che alla tutela delle famiglie, la Regione "attua tutte le azioni positive a favore del diritto della vita in ogni sua fase", quindi embrione compreso. Un attacco diretto, fascista, alle conquiste storiche ottenute dal movimento operaio a favore delle donne e delle lavoratrici. Da qui il tentativo spavaldo di Formigoni, nel corso dell'ultima legislatura, di modificare con atto regionale la legge nazionale 194/78 sull'interruzione di gravidanza, atto bocciato sia dal Tar Lombardia sia dal Consiglio di Stato; la presa di posizione del governatore e di 41 consiglieri di "centro-destra" e "centro-sinistra" contro la pillola abortiva paragonata, con accenti da Santa Inquisizione e con un atteggiamento profondamente antiscientifico, a un "veleno" che "non aiuta la vita, la stronca sul nascere"; l'intervento eversivo di Formigoni contro il pronunciamento della Corte d'Appello di Milano nel caso di Eluana Englaro, fino ad arrivare, poi, al culmine della colpevolizzazione e intimidazione delle donne, alla legge regionale sulla sepoltura dei feti, che aveva visto il voto favorevole degli ex DS e, "per errore" (!), persino del PRC. Tornando ai soggetti di riferimento delle politiche sociali, separati, divorziati, single, anziani soli, ma anche famiglie impoverite dalla crisi o non in grado di informarsi e di orientarsi sul mercato dei servizi, saranno discriminati da questo sistema di welfare non universalistico ma selettivo. Oppure saranno costretti a provvedere al loro interno alla cura delle persone non autosufficienti, minori, portatori di handicap... Non per nulla anche nella "progredita" Lombardia molte donne sono costrette all'abbrutimento domestico e il tasso di occupazione femminile è ancora basso. Nasce la scuola lombarda: perché i figli degli operai faranno gli operai a loro volta Anche per il sistema pubblico dell'istruzione e della formazione, attraverso le politiche dei bonus e delle doti individuali, la Regione opera pervicacemente per la demolizione del precedente sistema dei diritti universali e delle opportunità. In combutta con il Ministro per la distruzione dell'istruzione pubblica, la gerarca Maria Stella Gelmini, la Lombardia è stata la prima regione d'Italia a compiere il primo passo verso la scuola regionale, confermandosi ancora una volta il cantiere privilegiato della nascente terza repubblica. Il 16 marzo 2009, infatti, è ufficialmente nato il diploma tecnico regionale. Tutta quanta l'offerta formativa potrà essere erogata in modo del tutto equipollente sia dagli istituti pubblici sia dai centri accreditati privati. All'Albo potranno iscriversi soggetti "no-profit" operanti nel campo dell'istruzione, formazione e lavoro. Questi enti sfuggiranno a ogni valutazione generale senza il coinvolgimento né del Consiglio regionale, né degli organi consultivi, né delle parti sociali, e avranno un rapporto diretto solo con l'assessorato, di fatto sfuggendo a qualsiasi processo condiviso di programmazione, accreditamento, valutazione. Come meravigliarsi se, a causa di una gestione di risorse e fondi per la scuola assolutamente non trasparente, priva di controlli effettivi, elitaria, lobbistica e filo-padronale, l'assessorato lombardo all'Istruzione sia notoriamente quello più indagato d'Italia? Al tempo stesso, è stata introdotta la contrattazione territoriale sulla formazione del personale, il suo utilizzo e la possibilità di premiarlo in rapporto ai risultati conseguiti. Successivamente si è cominciato a parlare di albi professionali regionali, per selezionare a livello locale il corpo docente. È evidente l'obiettivo di asservire la libertà d'insegnamento dei docenti alle esigenze delle imprese del territorio di riferimento. Altrettanto evidenti, poi, a causa della precoce canalizzazione all'interno della formazione professionale, risultano le ricadute negative sul potenziale culturale di base dei futuri lavoratori. Lo scopo della "scuola tecnica lombarda" non è formare cittadini consapevoli, ma operai e tecnici da allevamento. Anche nella scuola lombarda si è perciò instaurato un sistema mercantile che piega istruzione e formazione agli interessi delle imprese. A loro volta gli istituti pubblici e privati accreditati diventano imprese che competono sul mercato ponendo al centro non di certo valori quali la qualità delle competenze e l'attenzione allo studente, ma molto più prosaicamente e realisticamente i calcoli opportunistici che rispondono alla logica dell'amministrazione contabile. Parafrasando Marx ed Engels, la famelica borghesia lombarda ha tolto alla scuola la sua aureola, trattando gli studenti proletari della nostra regione da operai salariati in erba, per i quali la cultura non può che essere un lusso. Un "modello" anti-operaio, razzista e xenofobo da cacciare al più presto nella pattumiera Il disprezzo neofascista verso le masse popolari è dimostrato non solo dalla volontà di condannarle all'abbrutimento, ma anche dal continuo attacco verso la storia delle loro conquiste sociali. Si pensi, dopo la scandalosa assoluzione dei fascisti Zorzi, Maggi e Rognoni da parte della Corte d'Assise di appello di Milano prima (2004) e della Cassazione dopo (2005), alla diffusione nelle scuole, un paio di anni fa, su un'iniziativa della Regione, di una storia della Lombardia a fumetti, dove le bombe fasciste a piazza Fontana e a piazza della Loggia venivano attribuite al movimento operaio e studentesco del '68. Una menzogna inaudita e vergognosa, che pesa ancora oggi come un macigno sulla giunta Formigoni, che, evidentemente, in fatto di propaganda, va a scuola da Gobbels. Del resto di nazifascismo Formigoni sembra intendersene, dal momento che da gennaio la Lombardia è la prima regione italiana in cui la sicurezza è affidata alla delazione del vicino di casa, con associazioni e amministratori di condominio incaricati di indicare alle "forze dell'ordine" i soggetti sospetti. Un atto gravissimo che segna l'inizio della campagna elettorale di Formigoni, con la volontà di superare da destra per calcoli elettoralistici i fascio-leghisti, ovvero i fautori delle fallimentari ronde, coloro che hanno già scatenato dei veri e propri rastrellamenti di immigrati "irregolari" (vedi su tutte la famigerata operazione White Christmas nel bresciano) e che considerano una tutela dei lombardi gli annunci razzisti di affitto dove vengono esclusi "animali ed extracomunitari". Per farla breve, parte fondante del "modello lombardo" è il neofascismo, il razzismo e la xenofobia. Per tutte queste ragioni esso va denunciato e respinto in toto. Il nuovo Statuto bipartisan: l'alba della terza repubblica neofascista Queste politiche antisociali e antipopolari sono state definitivamente legittimate con la scrittura del nuovo Statuto, ovvero la carta costituzionale della regione. La redazione e approvazione dello Statuto di autonomia della Lombardia non è stata una pratica burocratica, ma un vero e proprio atto politico. Proprio per questo motivo l'approvazione unanime nel 2008 dello Statuto da parte dell'intero consiglio regionale, del "centro-destra" come del "centro-sinistra", con nessun voto contrario, né del PRC né del Pdci, dimostra come tutte le forze politiche, siano esse di maggioranza che di opposizione, siano con pari dignità le gambe che sostengono l'attuale regime neofascista lombardo. Per questo, alle elezioni regionali, per le masse popolari non ha senso votare per Formigoni o per Penati. "centro-destra" e "centro-sinistra" sono due facce della stessa medaglia borghese. Le masse popolari devono votare per il PMLI e il socialismo, astenendosi, quindi non recandosi al seggio oppure lasciare scheda bianca o annullarla. Anziché l'universalità dei diritti, coerentemente con quanto spiegato sinora, il nuovo Statuto d'autonomia lombardo pone al centro la "persona" come soggetto "libero" di scegliere. Scendendo dal cielo della metafisica cattolica e borghese, in soldoni questa libertà è garantita dai buoni regionali, ovvero sulla selezione di classe e sulla discriminazione. Soggetto destinatario delle politiche sociali regionali è infatti la famiglia sacralizzata dalla Cei, nucleo fondante della comunità regionale. Da qui il riconoscimento per Statuto della "tradizione cristiana" e della Chiesa Cattolica. A un sistema forte di diritti diffusi ed esigibili da parte delle masse popolari, si sostituisce un modello caritativo calato dall'alto verso il basso. Di fronte alle condizioni più misere delle masse, insomma, qualche monetina e qualche lacrimuccia ipocrita la borghesia è anche disposta a versarla. Un secondo asse portante del nuovo statuto neofascista è il presidenzialismo, tanto più pericoloso in Lombardia in quanto, come accennato sopra, il Consiglio regionale, il luogo dove in un regime continuerebbe a risiedere formalmente la sovranità popolare, è esautorato. Mancano i classici contrappesi di ogni regime democratico-borghese. Senza dimenticare, infine, che la rappresentatività dell'intero corpo elettorale è compromessa sia dal premio di maggioranza, che blinda le coalizioni di governo, sia dalla legge in via di approvazione sullo sbarramento elettorale, che taglia fuori dal consiglio i partiti minori. Lo Statuto, poi, dichiara in ottica federalista la Lombardia regione autonoma, principio che sostiene la richiesta bipartisan della giunta Formigoni di 12 prerogative. Esse sono: ambiente; beni culturali; giustizia di pace; organizzazione sanitaria; comunicazione; protezione civile; previdenza complementare integrativa "su base regionale"; infrastrutture; ricerca scientifica e tecnologica; università per arrivare a "costruire il Sistema universitario regionale" (proposto dall'allora Ulivo); cooperazione transfrontaliera (anch'essa richiesta dell'ex Ulivo oggi PD) e sistema bancario regionale (rivendicato dall'Italia dei valori) per "far fronte alle esigenze e alle peculiarità del sistema imprenditoriale regionale". Nel frattempo, grazie agli inciuci bipartisan è già nata una holding regionale per le autostrade del Nord, che, senza attendere il governo centrale, dia priorità assoluta a opere dal devastante impatto ambientale come Pedemontana, Brebemi e Tangenziale Esterna Milano, come richiesto da industriali e Camere di Commercio. Considerando anche la recente nascita delle ferrovie lombarde, la Lombardia si pone modello anche del cosiddetto "federalismo delle infrastrutture", su cui vuole avere la più completa autonomia decisionale. Sempre in ottica federalista e autonomista, in pratica indipendentista, è stato approvato il nuovo patto di stabilità territoriale, che, in virtù di un accordo trasversale tra regione e province e comuni di "centro-destra" e "centro-sinistra", consente a ogni singolo ente di aumentare la flessibilità degli investimenti in accordo non alla normativa statale, ma semmai regionale, per cui la regione assume le prerogative proprie di una "nuova statutalità" di riferimento. Infine, nello Statuto d'autonomia è espresso il principio della sussidiarietà, ovvero la costituzionalizzazione dell'ingresso dei privati nelle attività a finalità pubblica e, quindi, la licenza concessa al mercato e alle imprese di cannibalizzare l'intera sfera sociale e pubblica. A sanità, scuola e servizi sociali, è seguita anche la gestione dell'acqua, bene comune privatizzato dalla nuova legge regionale 1/2009. Una legge, ricordiamo, criticata solo da noi marxisti-leninisti con un puntuale intervento su Il bolscevico, ma considerata una vittoria dalla "sinistra" borghese e dalla sinistra "radicale" (Prc, Pdci, Verdi). Nata infatti come compromesso tra la Regione e i Comuni, rispetto alla sua prima versione, la l.r. 1/2009 non ha cancellato la separazione di gestione ed erogazione dell'acqua, principio che ne avvia la privatizzazione. La l.r. 1/2009 si limita a togliere l'obbligatorietà di quella separazione, la quale, rinviando alla legislazione nazionale ed europea, resta consigliata. Tuttavia, la cancellazione dell'obbligatorietà bastò alla "sinistra" borghese e "radicale" per cantare vittoria. La verità è che a oggi in tutte le province, a parte quella di Lodi, è già stata indetta la gara per l'affidamento e perciò è avviato il processo di privatizzazione. Noi marxisti-leninisti evidentemente avevamo visto giusto. Gli altri avevano visto sbagliato in quanto sgabelli della borghesia. Lo stesso dicasi per l'energia, con la nascita della multiutility lombarda A2A per iniziativa dei comuni di "centro-destra" (Milano) e allora "centro-sinistra" (Bergamo e Brescia), un colosso privato che a fini di profitto gestisce gas, elettricità, raccolta, smaltimento rifiuti e che ha già aperto al nucleare, con il beneplacito di Formigoni e il silenzio-assenso della "sinistra" borghese. Una deriva padronale legittimata anch'essa dallo Statuto bipartisan, che vede l'impresa "strumento della promozione dello sviluppo territoriale". Non si rischia certo di esagerare, quindi, nell'affermare come la Lombardia di Formigoni, grazie alle innumerevoli sponde trovate nel "centro-sinistra", rappresenti il calco della terza repubblica neofascista, presidenzialista e federalista, che va a organizzarsi in tre macro-regioni: Nord, Centro e Sud. Infatti, è persino dichiarato nello Statuto, che l'obiettivo della Lombardia è di "rendere effettive la collaborazione e l'integrazione tra le regioni padano-alpine", per arrivare a una sorta di RSI da Torino a Trieste sotto nuovi vessilli e bandiere, una manna dal cielo per le lobby padronali affaristiche, desiderose di spartirsi, con tanto di infiltrazioni mafiose, la torta dell'Expo 2015, che anziché "nutrire il pianeta", nutrirà i portafogli della borghesia monopolistica. Lombardia, un modello sì ma di malaffare Dal caso Santa Rita agli appalti dell'ospedale di Niguarda (per citare giusto due esempi tra gli innumerevoli), dall'assessorato all'istruzione più indagato d'Italia all'assessore al turismo Gianni Prosperini arrestato in diretta Tv due giorni fa, fino al recente avviso a Formigoni per inquinamento o alla bocciatura europea della lobbistica legge regionale sulla caccia: se c'è qualcosa per cui la Lombardia spicca sono gli scandali e il malaffare, soprattutto a causa di un governatore piccolo duce che si ritiene al di sopra della legge democratico-borghese, dal momento che diversi suoi provvedimenti e atti legislativi sono stati bocciati dal Tar o dalla Corte Costituzionale, nonché multati persino dall'Unione Europea. S'è inventato di tutto, Formigoni, per tenere in piedi il suo sistema di lobby e clientele, attraverso una nebulosa di enti e società regionali come Finlombarda, Lombardia Informatica, Infrastrutture Lombarde e altre ancora in cui si moltiplicano le consulenze e i passaggi finanziari meno trasparenti. Solo dal 2001 al 2003 i flussi finanziari regionali destinati agli enti controllati dalla regione sono raddoppiati passando da 150 a 300 milioni di euro. Non sono mancati neppure scandali internazionali come i due anni al fiduciario di Formigoni per tangenti in cambio di petrolio (l'affaraccio Oil for food), per un dossier redatto niente meno che dall'Onu. Ma dato che quando si parla di politici borghesi al peggio non c'è mai fine, poco più di un mese fa è scoppiato lo scandalo delle bonifiche d'oro, che vede coinvolta direttamente la Giunta e che mette sotto accusa l'intero sistema di potere che ha sorretto fino a oggi Formigoni. Mentre la "sinistra" borghese, su questo caso, aspetta che la sibilla Formigoni racconti in Consiglio la sua versione dei fatti, e la sinistra "radicale" dichiara persino esaurito il "modello" Formigoni imbrogliando come al solito le masse per guardarsi bene dal mobilitarle, solo noi marxisti-leninisti su Formigoni e il suo destino politico abbiamo le idee chiare: Formigoni è un fascista, un piccolo duce regionale, e in quanto tale deve essere cacciato al più presto dal Pirellone grazie alla piazza. E insieme a lui deve essere rigettato il "modello lombardo", costruito con la complicità della "sinistra" borghese, passata armi e bagagli nel campo neofascista. E senza possibilità né di ritorno né di rinsavimento. Infatti, appena ufficializzata la sua nomina a candidato Presidente della Lombardia, il rinnegato Penati si è sentito in dovere di rassicurare la borghesia monopolistica lombarda affamatrice del proletariato, assicurandole che non torcerà un capello ai suoi traffici. Gli è stato sufficiente affrettarsi a definire "cretini" i manifestanti antifascisti che durante l'ultima manifestazione in memoria della strage di Stato di Piazza Fontana hanno giustamente fischiato Formigoni. Il suo odio di classe è comprensibile. Come ogni borghese, egli prova disprezzo verso operai, studenti e masse popolari. Ne prova disprezzo perché sa bene che saranno proprio costoro i seppellitori del regime neofascista, dato che "il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono ugualmente inevitabili". 27 gennaio 2010 |